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Il WWF e i testimoni della crudeltà – parte II

Pescatori, cacciatori e allevatori tra i testimonial di una campagna del WWF
««« Il WWF e i testimoni della crudeltà – parte I

 

La campagna Testimoni del clima [1] è stata un’iniziativa lanciata dal WWF nel 2005 per offrire la testimonianza di persone da ogni parte del mondo sugli effetti osservati in seguito ai cambiamenti climatici.

Molte testimonianze giungono dai paesi più sviluppati: qui troviamo storie di persone che passano molto tempo a contatto con la natura, come agricoltori, sommozzatori, alpinisti, geografi o guide turistiche. Tuttavia non mancano testimonianze intrise di crudeltà, insensibilità e profonda ipocrisia.

Alan Steward e Martin Buser sono due musher, ovvero piloti di sleddog, le corse con slitte trainate da cani: un’attività solo apparentemente innocente, ma che per i cani sfruttati è causa di sofferenza psichica e fisica e in alcuni casi anche di morte [» per saperne di più]. Il primo – che possiede addirittura un centro di cani da slitta – scrive di essere molto preoccupato per i cambiamenti climatici, «soprattutto per il loro impatto drammatico sulle sleddog. Quest’anno la più grande corsa del mondo, in Alaska, non ha potuto avere il via dal posto tradizionale a causa della mancanza di neve». La corsa di cui parla il musher è l’Iditarod: una corsa – come spiega l’altro musher, appena reduce dalla sua venticinquesima partecipazione a questa stessa competizione e anch’egli preoccupato per le future edizioni di questa gara – lunga ben 1.850 chilometri: come da Roma a Madrid. Una corsa estenuante per i cani, che devono percorrere anche fino a 200 chilometri al giorno [2], costretti ad andare avanti anche per ben sei ore prima di una sosta [3], con temperature che possono arrivare fino a 73 gradi sotto zero [4]. La scomparsa di questo sport spietato, che rappresenterebbe un lieto evento per tutti coloro che dichiarano seriamente di rispettare gli animali, per i testimoni del WWF sembra essere invece una seria fonte di preoccupazione.

Willy Versluys è a capo di un’impresa di pesca, un’attività avvolta da un diffuso romanticismo in grado di nasconderne la brutale violenza radicata e il silenzioso tormento di miliardi di creature marine. L’intervistato è molto preoccupato, tra le altre cose,  per la diffusione delle meduse, che «possono rimanere impigliate nelle reti e questo può provocare un enorme ostacolo alla pesca costiera». Il WWF lancia allarmi per la cattura accidentale di tartarughe marine, balene e delfini [5, 6], ma per la vita delle meduse, creature del mare affascinanti e misteriose, sembra provare solo odio e disprezzo.

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L’inganno degli allevamenti alternativi di galline

Le distorsioni linguistiche, visive e descrittive usate per la promozione dell’industria delle uova da allevamenti alternativi e il ruolo della LAV

 

 

A partire dal mese di dicembre 2011 fino a febbraio gli attivisti di EssereAnimali hanno portato avanti una serie di investigazioni in 27 allevamenti di galline ovaiole situati in Emilia Romagna, con l’intento di portare alla luce immagini provenienti da ognuna delle quattro tipologie di allevamento odierne: in gabbia (tradizionali e arricchite) (nel video dal minuto 3:40), a terra (7:00), all’aperto e biologiche (10:50). Considerando che in Emilia Romagna sono attivi 213 allevamenti di questo genere, le strutture visitate dagli attivisti rappresentano oltre il 10 per cento dell’attività del settore [1].

Chiunque guardi il video dell’indagine può constatare personalmente come le situazioni presentate dagli attivisti di EssereAnimali contrastino violentemente con le immagini che molti di noi hanno in mente in riferimento agli allevamenti cosiddetti alternativi, ovvero gli allevamenti biologico, all’aperto  e a terra, che negli ultimi anni, in Italia e in molti altri paesi, sono oggetto di una insistente campagna di promozione da parte di associazioni protezioniste e dell’industria avicola.

Le denominazioni scelte per queste tipologie di allevamento non sono casuali, ma assolvono il preciso compito di ingannare la percezione del consumatore. Per la prima tipologia di allevamento il riferimento alla parola biologico stimola nella mente del consumatore ambienti campestri, con galline che passeggiano tranquille tra verdi prati intorno a vecchie case di campagna – un’immagine che gran parte dei consumatori, ridotti a vivere in ambienti urbani, coglie per lo più dalla visione di qualche film visto in TV. L’allevamento all’aperto produce anch’esso un’immagine simile, con galline che passano le loro giornate libere di gironzolare tra balle di fieno sotto un cielo sereno. Anche l’allevamento a terra, grazie a questo astuto riferimento che viene facilmente associato a passeggiate su campi all’aperto, ottiene un effetto simile.

Questo accorto uso evocativo del linguaggio viene poi ulteriormente rafforzato dall’effettivo uso di immagini dirette al consumatore, tramite manifesti pubblicitari con galline su verdi campi sconfinati e confezioni di uova con disegni dai colori vivaci ritraenti galline serene su sfondi rurali (una confezione d’esempio » qui). Questa persuasione visiva viene poi approfondita e completata dall’opera delle associazioni protezioniste con immagini edulcorate degli animali sfruttati. Un esempio italiano viene dalla LAV, che per l’occasione ha preparato un breve video [2] per presentare un’idealizzata condizione degli allevamenti all’aperto, con galline razzolanti su una sconfinata distesa di terra priva di recinzioni.

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Slitte di sofferenza e morte

Una breve analisi della situazione vissuta dai cani da slitta e l’incubo dell’Iditarod

 

Da qualche anno a questa parte anche in Italia va crescendo la popolarità delle corse con cani da slitta, note anche come sleddog. Questo sport – se così vogliamo chiamarlo – inizia a diffondersi nella nostra penisola alla fine degli anni Ottanta, sull’onda del successo riscosso a quell’epoca dai cani di razza Siberian Husky.

Oggi questa pratica conta numerosi club, centri e scuole sparsi in tutta Italia, con gare e manifestazioni promozionali organizzate ogni anno e una federazione nazionale attiva dal 2003. Lo scorso gennaio ha visto la luce il primo Campionato italiano assoluto di sleddog. Tra alcuni giorni a Tarvisio (Udine) si terranno i prossimi campionati europei di sleddog.

Le sleddog possono essere praticate su percorsi più brevi (6-40 Km) a ritmi molto sostenuti, oppure a tappe su tragitti più lunghi (che possono arrivare anche oltre i 1500 Km) e a ritmi più lenti ma mantenuti più a lungo [1].

Se è vero che i cani sono buoni corridori e ottimi marciatori, non si può sostenere che queste competizioni siano naturali. I cani usati in queste gare, contrariamente alle apparenze, non trovano niente di entusiasmante nel trainare pesanti slitte a ritmo di corsa o in marce esasperate della durata di diverse ore.

Ciò è in evidente contrasto con la natura dell’animale, infatti in natura un lupo – progenitore del cane – si impegna in una corsa solo in caso di necessità (per caccia o fuga) oppure per gioco, mentre le lunghe perlustrazioni per gli estesi territori di caccia consistono in lente e tranquille passeggiate. Inoltre chiunque può facilmente osservare come un cane lasciato libero viva immerso nei suoi sensi, fermandosi ripetutamente per annusare, scrutare, ascoltare, mentre nella rigida disciplina imposta nelle sleddog tutto ciò viene negato all’animale. Infine, questa attività incrementa la nascita di animali per un destino in cattività: e la vita in cattività non è affatto naturale, e ciò vale anche per il cane, benchè le abitudini umane possano lasciare apparire la sua costrizione in cattività come qualcosa di accettabile e normale.

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Gabbie italiane per uova DOC

Un’indagine di Nemesi Animale svela la realtà della produzione di uova nel nostro paese

 

 

In questa indagine, svolta dall’associazione Nemesi Animale, viene mostrata la realtà della produzione di uova nel nostro paese: una realtà fatta di milioni di galline chiuse per tutta l’eterna breve vita d’allevamento in piccole gabbie fino ad impazzire [» per saperne di più]. Alcune persone, di fronte al senso di colpa provato per la condizione penosa in cui sono tenute le galline in batteria, ritengono doveroso acquistare uova da allevamenti biologici. Ma questo può risolvere davvero il problema?

Negli stati dell’UE, su un totale di circa 300 milioni (300.000.000) di galline, ben 270 milioni (270.000.000) sono allevate in gabbia [1]. E non è possibile allevare 300 milioni di galline con metodi biologici: questo richiederebbe molta più terra disponibile e un maggiore consumo di cibo e acqua. Allevamenti come quello mostrato nel video esistono non perchè vi sono allevatori crudeli felici di rinchiudere le galline in simili inferni, ma perchè questo tipo di produzione è l’unico che permette di soddisfare l’elevata richiesta di uova dei consumatori.

Anche chi consuma uova provenienti da allevamenti biologici, sta comunque sostenendo indirettamente l’esistenza di questi inferni. E chiunque consumi prodotti contenenti uova quali dolci, biscotti o merendine, sta sostenendo direttamente l’esistenza di questi inferni, perchè è da questi inferni che l’industria alimentare – dalla grande multinazionale fino al piccolo fornaio vicino casa – si rifornisce.

C’è solo una scelta veramente giusta, veramente etica e veramente in grado di aiutare gli animali: diventare vegan. Se sei un vegetariano etico, rifletti la prossima volta che mangerai un uovo: ricorda che un uovo, da qualunque allevamento provenga, comporta sempre l’uccisione di una gallina [» per saperne di più].

È importante che anche in Italia inizino a girare documenti di questo genere, che rivelino la condizione degli animali allevati nel nostro “bel paese”, ancora troppo spesso legato ad immagini campestri con animali al pascolo. Ed è importante che simili indagini vengano svolte da persone seriamente ispirate e non da associazioni dai ricchi fondi che intendono promuovere uno sfruttamento «nel rispetto del benessere» degli animali: l’unico benessere veramente accettabile per un animale è quello della libertà.

L’azienda visitata, proprietaria anche di altri capannoni simili, detiene imprigionate 200 mila (200.000) galline, e  produce in un solo giorno 150 mila uova. La tragedia personale e la disperazione, il tormento, la sofferenza vissuti da ognuna di queste creature, non possono essere nemmeno lontanamente concepiti.

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Edoardo Stoppa, il fratello cattivo degli animali

L’inviato di Striscia la notizia chiede che migliaia di maiali siano restituiti all’allevatore: i paradossi del protezionismo
ultimo aggiornamento: 26 febbraio 2012

 

 

Sebbene guardi poco la televisione, a volte mi capita di imbattermi per caso nel popolare programma Striscia la notizia. E a volte mi è capitato di vedere qualche servizio dell’inviato che si occupa degli animali, Edoardo Stoppa, ribattezzato nel programma come “il fratello degli animali”.

Ogni volta ho avuto sempre da storcere il naso, a parte qualche caso su canili lager, che generalmente trovano un’accoglienza favorevole presso il grande pubblico, o, più recentemente, sull’allevamento Green Hill, inquadrato però sempre in un’ottica zoofila (ovvero: la preoccupazione riguarda solo i cani di Green Hill: non c’è nessuna condanna delle inenarrabili crudeltà perpetrate in laboratorio su maiali, topi o ratti). Già qualche mese fa ho parlato di un pessimo servizio di questo inviato [1], ma nella puntata del primo dicembre è stato oltrepassato ogni limite al rispetto degli animali.

I due presentatori hanno annunciato il nuovo servizio parlando di un caso di maiali: questo mi ha incuriosito, anche se non mi aspettavo nulla di buono. L’inizio è già preoccupante: Edoardo Stoppa intervista un allevatore. Questi si lamenta perché il suo allevamento di maiali è stato messo sotto sequestro – a causa di un contenzioso con un fornitore di mangimi [2] – e gli animali non vengono più nutriti adeguatamente, chiede dunque di potersi occupare dei maiali in modo da non lasciarli morire. Ogni animale morto rappresenta per l’azienda una grave perdita economica e l’allevatore è ragionevolmente preoccupato per la propria attività.

Edoardo Stoppa parla di oltre 30.000 suini: si tratta pertanto di un allevamento intensivo, come testimoniano anche le immagini quando l’inviato stesso ne percorre i corridoi. Chi si interessa dei problemi degli animali conosce bene quali sono le condizioni di vita dei maiali negli allevamenti intensivi: sovraffollamento, sporco, sofferenza, stress, malattie e altro ancora. A ciò si aggiungono pratiche crudeli quali l’estirpazione dei testicoli, l’amputazione della coda e il taglio dei denti nei cuccioli e il confinamento in assoluta immobilità per mesi delle scrofe gravide. Una situazione di assoluta sofferenza per questi poveri animali [» per saperne di più].

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Il WWF e i testimoni della crudeltà – parte I

Cacciatori per l’industria della pelliccia tra i testimonial di una campagna del WWF
ultimo aggiornamento: 23 febbraio 2012

 

Benchè il WWF sia un’associazione ambientalista, da molte persone è considerata anche un’organizzazione per la protezione degli animali, e il famoso panda del logo sembrerebbe suggerire proprio questa idea. Eppure, molti soci o semplici simpatizzanti del WWF sensibili e umani, che inorridiscono di fronte a pratiche crudeli quali la sperimentazione animale, la caccia o la pesca, ignorano quale sia la reale posizione del WWF in merito a tali pratiche, così come vegetariani consapevoli del nefasto impatto degli allevamenti sull’ecosistema rimarrebbero sgomenti di fronte a singolari iniziative del WWF.

Il WWF, coerentemente ad una visione antropocentrico-ambientalista, semplicemente considera gli animali come mere risorse umane, oggetti a disposizione dell’uomo, numeri di calcoli biologici. E da questa visione limitata non può che emergerne un’etica povera e disorientante, in cui la vita di un animale non ha alcun valore nel determinare il suo destino.

La campagna Testimoni del clima [1] è stata un’iniziativa lanciata dall’organizzazione nel 2005 per offrire la testimonianza di persone da ogni parte del mondo sugli effetti osservati in seguito ai cambiamenti climatici.

Testimonianze giungono anche dai paesi più poveri e dalle regioni ai margini della civiltà, come contadini che narrano dello straripamento dei fiumi a causa dello scioglimento dei ghiacciai, benchè non manchino testimonianze da società dove la caccia o la pesca rappresentano ancora una normale forma di sostentamento, gravate dalla maggiore difficoltà nel cacciare o nel pescare a causa degli effetti climatici sulla fauna.

Tra queste testimonianze alcune sono particolarmente significative. Simon Oleekatalik è un anziano canadese e racconta: «Cacciamo prevalentemente foche per il nostro sostentamento e possiamo prendere uno o due orsi polari ogni anno […]. Anni fa, quando finalmente catturavamo un orso, questo aveva carne sana, grasso sano e pelle sana. Ma negli ultimi tempi alcuni orsi che sono stati catturati mostravano una sorta di grasso molle. Non è il grasso normale per gli orsi polari».

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This is life

ultimo aggiornamento: 7 marzo 2012

 

 

Questo documentario sulla carne, prodotto negli USA nel 1950 dall’American Meat Institute, è decisamente un modello esemplare di propaganda dell’industria della carne, non da meno, per intenzioni, fallacia argomentativa e spirito di persuasione, ai documentari antisemiti della propaganda nazista.

Ciò che emerge con maggiore impatto è il tono rassicurante e confortevole dell’intero filmato: l’obiettivo ci mostra simpatici bambini al bancone della macelleria e famiglie serene raccolte intorno alla calda tavola apparecchiata, la pomposa voce narrante che accompagna le scene, il tutto avvolto da cori angelici e soavi.

L’immagine degli animali allevati presentata è quella che ancora oggi convince di più la massa e tranquillizza meglio la coscienza dei consumatori carnei: animali felici e scorrazzanti tra verdi distese di erba e fattorie riscaldate dal sole. E non si pensi che nel 1950 negli Stati Uniti non esistesse già l’allevamento intensivo: certo, la strage degli animali a quell’epoca era poca cosa rispetto all’odierno quotidiano massacro ripetuto all’infinito dalla nostra moderna industria zootecnica, tuttavia bisogna ricordare che il boom dell’allevamento industriale si è avuto proprio negli anni Cinquanta.

Come ha notato forse con un pizzico di perplessità lo stesso utente che ha orgogliosamente caricato il filmato su GoogleVideo, il documentario mostra l’intero processo di produzione della carne, ma mancano le scene della macellazione. Infatti gli animali, dopo essere stati mostrati su verdi prati e intorno a bucoliche fattorie, si trasformano magicamente in carne, salsicce e prosciutti pronti ad essere lavorati con passione all’interno degli impianti di macellazione, fino ad arrivare al bancone della macelleria e da qui al forno della famiglia, per coronare infine, dignitosamente, il piatto sulla tavola.

E questo è esattamente ciò che l’industria della carne è riuscita così egregiamente a costruire nella mente del consumatore: l’atto sanguinario e violento dell’uccisione dell’animale non esiste, non si avvera nella mente del banchettatore di carne. L’animale passa la sua vita felice e spensierato, perde poi la sua identità e separatamente troviamo al suo posto un prodotto da mangiare a tavola: l’animale diventa, come lo ha definito la Adams, un “referente assente” [» per saperne di più].

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The Hidden Death

 

 

Foto tratta dalla serie The Hidden Death (2010) di Tommaso Ausili, realizzata in diversi mattatoi e dedicata alla morte degli animali destinati all’alimentazione e premiata al Sony World Photography Awards 2010. Da un’intervista rilasciata [» Collettivo WSP: Intervista a Tommaso Ausili] così Tommaso Ausili racconta la scelta di questo tema:

Avevo voglia di confrontarmi con un tema importante, un argomento universale, che riguardasse tutti senza distinzioni di epoche o territori. Ho scelto di raccontare l’uccisione degli animali per scopi alimentari perché mi sono accorto che, nonostante questa venga perpetrata fin da quando l’uomo ha mosso i primi passi su questo pianeta, è ancora un argomento controverso e non completamente accettato.

In altre parole mi sono reso conto che nonostante siamo tutti consapevoli che le bistecche non crescono sugli alberi, tendiamo a rimuovere il fatto che ci nutriamo del frutto di un’uccisione e che la collocazione dell’uomo al vertice della catena alimentare provoca in molti un senso di colpa. Come se il pensiero della morte disturbasse la vita e quella ricerca della felicità, del benessere a tutti i costi a cui tendiamo.

E, anche per questo motivo, ci permettiamo il lusso di poter porre un intermediario tra noi e la produzione del nostro cibo. Questo privilegio, però, ci porta spesso a dimenticare l’origine del cibo stesso, che sempre più spesso troviamo trasfigurato e pre-confezionato, e ci allontana dalla “verità”, dalla conoscenza.

Ho avuto un grande timore, mentre affrontavo questo lavoro: quello di poter in qualche modo strumentalizzare e sensazionalizzare quello a cui stavo assistendo, oltre alla paura di non essere capace di poter veicolare un messaggio così importante. Ho capito che avrei dovuto trovare la chiave giusta per raccontare una cosa che non vogliamo vedere e considerare.

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Cosmetici cruelty-free: alcune risposte

Una serie di risposte alle affermazioni confuse e fraudolente sul cruelty-free
ultimo aggiornamento: 20 gennaio 2012

 

Da qualche mese a questa parte e in maniera sempre più insistente, su alcuni noti siti e forum frequentemente vengono fatte affermazioni confusionarie riguardo ai prodotti cruelty-free con l’evidente scopo di scoraggiarne l’acquisto. Con queste FAQ vorrei dunque provare a fare chiarezza sul tema del cruelty-free e a fornire risposte semplici e chiare a quelle persone interessate al cruelty-free.

Quando una ditta si può definire cruelty-free?

Una ditta viene definita cruelty-free se e solo se aderisce allo Standard Non testato su animali. Lo Standard Non testato su animali è uno standard internazionale approvato da ECEAE – European Coalition to End Animal Experiments (per l’Europa), con a capo la BUAV – British Union for the Abolition of Vivisection (visita anche www.gocrueltyfree.org), e da CCIC – Coalition for Consumer Information on Cosmetics (per Stati Uniti e Canada) e sostenuto da associazioni antivivisezioniste di tutto il mondo. Lo Standard si applica solo alle aziende che producono cosmetici (make-up e prodotti per l’igiene personale) e detergenti per la casa. In tutto il mondo sono circa 150 le aziende che hanno finora aderito allo Standard.

Esistono altri standard che certificano aziende cruelty-free?

No. L’unico standard di riferimento è lo Standard Non testato su animali. Qualsiasi altro standard non ha alcuna utilità nel contrastare la sperimentazione animale per l’industria cosmetica. Anche VeganOK, un’autocertificazione a pagamento italiana, così come qualificate e serie certificazioni estere per prodotti vegani, non offrono alcuna garanzia che assicuri il riconoscimento di prodotti cruelty-free come stabilito dallo Standard.

Quali sono i criteri che una ditta deve soddisfare per essere definita cruelty-free?

Secondo quanto imposto dallo Standard Non testato su animali, una ditta per essere cruelty-free deve:

  1. Non testare su animali il prodotto finito (né commissionare ad altri tali test);
  2. Non testare su animali i singoli ingredienti (né commissionare ad altri tali test);
  3. Dichiarare che i test su animali effettuati per gli ingredienti in uso sono stati eseguiti precedentemente ad una data (detta cut-off date) stabilita dalla ditta stessa, e impegnarsi a non usare altri ingredienti testati su animali dopo tale data (quindi nessun nuovo ingrediente di sintesi, la cui immissione sul mercato richiede test su animali, mentre può essere usato qualsiasi nuovo ingrediente vegetale in quanto questa categoria non è soggetta a test su animali). Così ad esempio la ditta X, volendo aderire allo Standard, può scegliere come cut-off date la data odierna impegnandosi ad usare per i propri prodotti solo ingredienti introdotti sul mercato prima di tale data e rifiutando l’uso di qualsiasi ingrediente (di sintesi) che venga introdotto sul mercato dopo tale data.

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Andare avanti

Un appello di Tom Regan per iniziare ad aprire le gabbie

 

«Ecco un’altra immagine. Di fronte a noi si erge un’enorme muraglia, rappresentata dall’oppressione perpetrata a danno degli animali. Gli ARA [animal right activists (attivisti per i diritti animali)] hanno un obiettivo primario: rendere questa muraglia un ricordo del passato. C’è solo un piccolo problema: non c’è modo di raggiungere questo obiettivo tutto in una volta o in breve tempo. Cosa possiamo fare allora? Proseguendo con questa immagine, propongo che la muraglia venga progressivamente abbattuta togliendo un mattone per volta. Anche se oggi non possiamo abolire tutte le forme di sfruttamento animale, possiamo abolirne alcune già a partire da domani. Invece di limitarci a cercare di modificare le condizioni in cui gli animali vengono sfruttati, possiamo cercare di porre fine al loro sfruttamento.

Eccovi alcuni esempi del tipo di cambiamenti che ho in mente. Prima, però, dobbiamo presupporre che esista una forte collaborazione tra i principali gruppi per i diritti animali come pure una collaborazione attiva e corretta da parte dei singoli ARA. In alcuni casi saranno necessarie nuove leggi, il che significa che gli ARA devono essere disposti a scendere nell’arena politica, tenendo presenti le sue numerose insidie e i suoi numerosi difetti. Gli ARA potranno anche essere chiamati a compiere azioni dirette, sia sotto forma di disobbedienza civile che di salvataggio pubblico [1]. A volte alcuni di noi potrebbero dover fare qualcosa di illegale. Ecco un possibile elenco di alcune delle gabbie che possono essere aperte:

- eliminazione degli spettacoli circensi con elefanti e altri animali;
- liberazione dei delfini attualmente imprigionati negli acquari;
- cessazione completa delle battute di caccia in scatola [2];
- abrogazione totale delle corse dei levrieri;
- niente più allevamenti di animali da pelliccia;
- fine dei massacri delle foche;
- eliminazione della didattica con animali;
- basta dog lab [3];
- bando dell’uso degli animali in test di tossicità, a cominciare dall’LD50;
- fine delle “sottrazioni dai canili” [4];
- totale eliminazione degli intermediari con licenza di classe B [5].

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