Una riflessione a freddo sul caso Caterina Simonsen

Originariamente apparso su Gallinae in Fabula [» articolo]

 

Sono passati alcuni giorni da quando è scoppiato il caso di Caterina Simonsen e ora, a mente fredda, vorrei proporre alcune considerazioni personali di carattere generale. Partendo dall’inizio. Partendo dalle prime emozioni. Credo infatti che ciò che ho provato nel mio intimo sia assimilabile a ciò che hanno provato molti altri attivisti. E, in questi casi, condividere le proprie emozioni insieme ritempra l’animo e conforta lo spirito.

La notizia, rimbalzata da un giornale all’altro fino ai TG nazionali, mi ha scosso non poco e provocato molta rabbia, insieme ad un profondo senso di frustrazione. La rabbia era di duplice natura. Da una parte vi era quella che io chiamo rabbia empatica, ovvero la rabbia che si prova per le ingiustizie commesse contro individualità diverse dalla propria. Mi riferisco, in questo caso, alla tragedia e all’immensa sofferenza dei senzienti non umani rinchiusi nei laboratori biomedici. Poichè, sebbene siano stati accortamente relegati in un angolo dalla sofferenza che un destino sfavorevole ha riservato a una ragazza malata, agli occhi dell’attivista permangono il patimento, l’angoscia e la disperazione che gli sperimentatori riservano a milioni di animali in tutto il mondo.

Vi era poi una rabbia più soggettiva, personale. D’altronde, siamo attivisti per gli animali, ma prima ancora siamo noi stessi animali con un nostro mondo interiore. La scorrettezza, il sotterfugio, l’inganno, sono difficili da accettare e fanno male. Questa oscena montatura organizzata dai sostenitori della segregazione, sperimentazione coatta e sistematica uccisione degli animali nei laboratori di ricerca – o sperimentazione animale (SA) – è stata, in questo, oltre ogni misura inaccettabile. E il sentimento di rabbia è emerso come la reazione più naturale e spontanea. Infine, è giunta  inevitabile la conseguente frustrazione, di fronte all’immensa portata mediatica che ha avuto la vicenda (stravolta e ingigantita a dismisura) e alla pervasiva diffamazione che ha colpito l’intero movimento per la liberazione animale nonchè la mia persona in quanto attivista.

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Su Garattini, accuse di censura e doppio standard

 

Vorrei proporre qui una mia riflessione, che arriva un po’ in ritardo, sulla protesta via mail, lanciata alcune settimane fa e appoggiata da una parte del mondo animalista, contro la partecipazione di Silvio Garattini – noto sperimentatore e sostenitore di punta della sperimentazione sugli animali (SA), nonchè direttore del famigerato istituto Mario Negri – al Festival della Mente di Sarzana.

Ciò che, come molti già sapranno, ha fatto discutere di questa protesta, è stato il fatto che il Garattini non avrebbe tenuto una conferenza sulla SA, bensì era stato invitato per un intervento di altra natura (una dissertazione sull’invecchiamento cerebrale). Così, da parte dei celebratori della SA, si sono levate varie accuse di censura agli animalisti che hanno sostenuto la protesta (in realtà, nella loro propaganda diffamatoria, l’accusa è stata generalizzata contro l’intero popolo animalista).

A distanza di alcuni giorni dalla diffusione della protesta, su In Difesa della Sperimentazione Animale – il (surreale) sito italiano di riferimento dei sostenitori della SA – è stato pubblicato un articolo [1] (che, tipicamente, per buona parte è composto da raccolte di screenshot), a firma di MV (colui che, con molta lucidità, si definisce «il fondatore e leader assoluto» della pagina Facebook del sito [2]), in cui viene fermamente denunciata la protesta organizzata dagli animalisti. Tale MV, e con lui tutti i fanatici della SA, hanno subito parlato di censura e dell’inviolabilità del diritto alla libertà di parola, di comportamenti fascisti, degli animalisti aderenti alla protesta come di «una schiera di persone incivili e irrispettose dei diritti fondamentali dell’uomo». Critiche per un intento di censura sono state sostenute anche da voci interne al movimento animalista. Ma simili critiche sono davvero giustificate? In altri casi davvero i fanatici della SA userebbero gli stessi toni?

Vorrei qui ripresentare un caso d’ipotesi che ho già proposto altrove e, a giudicare dalle accuse che non infrequentemente vengono mosse contro ricerche biomediche cruente svolte su esseri umani, anche abbastanza verosimile. Supponiamo che in qualche paese vi sia un noto ricercatore, conosciuto anche per le sue idee antisemite e a capo di un importante istituto di ricerca sotto accusa per aver compiuto esperimenti cruenti su pazienti di origine ebrea. Supponiamo che questo ricercatore fosse stato invitato a partecipare al Festival della Mente di Sarzana per un intervento di natura generale, e supponiamo che, saputo di ciò, la comunità ebraica italiana abbia organizzato una protesta via mail per chiedere agli organizzatori dell’evento che la partecipazione del signor ricercatore antisemita venisse annullata.

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Dirottare l’aggressività

 

«Dovresti farti tagliare i capelli», disse il Cappellaio. Era un po’ che guardava Alice con grande curiosità, e questa fu la prima volta che aprì bocca. «E tu dovresti imparare a non fare osservazioni», disse Alice un po’ severamente, «è molto maleducato».
Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie

 

Ho già parlato del sentimento di rabbia empatica manifestato da molti animalisti contro coloro che sfruttano, maltrattano o uccidono animali (cacciatori, sperimentatori, allevatori, ecc.). Ma un atteggiamento aggressivo e ugualmente diffuso nella comunità animalista si riflette anche nella comunicazione con il pubblico generale (individualmente e collettivamente) e viene attuato in una modalità comunicativa contrassegnata da un sentimento di disprezzo, spesso apertamente ostentato, verso il non-animalista, e definita da critiche, insulti e osservazioni sarcastiche.

In questo contesto il non-animalista viene qualificato come un individuo insensibile, egoista, empio, e definito con alcuni appellativi caratteristici, come carnivoro, mangiatore di cadaveri, assassino. L’altro viene biasimato solo in quanto mangia carne, va in giro con borsette in pelle o porta i pargoli al circo, nonostante lo stesso possa essere sotto ogni altro aspetto una persona assai apprezzabile. Dal singolo individuo il disprezzo dell’animalista “aggressivo” spesso passa facilmente ad estendersi alla comunità umana, concludendosi in alcuni casi in un sentimento di speranza per una estinzione totale dell’intero genere umano.

Lungi da me erigermi a saggio e dar lezioni agli altri, che la mia taglia non è certo quella di un Buddha. Neppure voglio condannare coloro che ritengono giusto esprimersi in modi aggressivi: ognuno è padrone di sé e responsabile delle proprie azioni. Credo però sia utile parlare un po’ di questo atteggiamento e capire se debba e possa essere superato in vista di un comportamento più efficace per la liberazione animale.

All’origine di queste manifestazioni di aggressività c’è sicuramente rabbia, quella stessa rabbia empatica di dissenso verso le ingiustizie di cui ho già parlato. Ma, in questo caso, decisamente predominante è il ruolo di un atteggiamento conflittuale, che ha all’origine un sentimento di ostilità verso il non-animalista.

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Siamo difensori degli animali, non difensori della scienza

 

Se   contestiamo   un   vivisettore   dimostrando   che   il   suo   esperimento   è   stato inutile, allora sottintendiamo che, se fosse stato utile, sarebbe giustificato. Orbene, io non sono di questo avviso.
George Bernard Shaw (cit. in: Hans Ruesch, Imperatrice Nuda)

 

Tra la comunità animalista sono molto diffuse le critiche di antiscientificità alla sperimentazione sugli animali (SA). Slogan come “la vivisezione è una frode scientifica” e altri simili sono assai frequenti nei messaggi proliferanti sui social network e negli striscioni esibiti durante le manifestazioni. Alcuni attivisti avanzano anche argomentazioni più articolate per dimostrare l’inattendibilità della SA. Io stesso molte volte in passato mi sono lanciato in questo genere di discussioni tra i vari meandri della Rete, e per un certo periodo sono stato persino moderatore di un forum sulla SA, continuando con insistenza a sostenere l’accusa di antiscientificità.

Oggi però evito con fermezza questa posizione. E non perché creda che la SA sia fondata su solide basi scientifiche e che ogni accusa su questo piano risulti ingiustificata. L’argomento critico-scientifico è senza dubbio di grande utilità per l’abolizione della SA: per molti, l’accettabilità di tale pratica è promossa, oltre che da più persuasive convinzioni antropocentriche, anche dalla radicata credenza di una sua effettiva indispensabilità per il cosiddetto progresso scientifico [1], pertanto l’uso dell’argomento critico-scientifico si rivela decisamente utile.

Tuttavia, ritengo che l’accusa di antiscientificità sia un argomento molto debole quando usato da noi attivisti e si riveli estremamente controproducente per la nostra posizione e la nostra causa. Come altri argomenti indiretti simili usati da una parte della propaganda animalista, anche l’argomento critico-scientifico presenta, a mio avviso, tre problemi principali:

1) Fa uso di un linguaggio che accetta, favorisce e comunica una ruolo dell’animale quale oggetto ad uso umano: Quando un attivista discute del problema dell’antiscientificità, inevitabilmente finisce per riferirsi all’animale come fosse un semplice oggetto, nello specifico uno strumento da laboratorio, e ogni considerazione sulla sua specificità di essere senziente e individuo complesso viene in questo contesto ignorata e negata.

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Rodolfo e il leone

Fonte: 34° Parallelo

 

Questa è la storia di un regno sospeso sulle ali della fantasia e di un tempo lontano, dove esistevano ancora i leoni alati e gli eroi. Nel regno viveva un prode cavaliere, conosciuto da tutti per le sue gesta valorose, e perché catturava i leoni alati, li combatteva nell’arena e li domava. Si chiamava Rodolfo dal Cuore Guerriero.

Nel regno, il divertimento preferito della gente era proprio assistere ai combattimenti con i leoni alati. Si organizzavano veri tornei: i migliori cavalieri del re scendevano nella grande arena e si battevano con queste creature fiere e selvagge, mentre il pubblico applaudiva, e scommetteva, e tifava.

Il combattimento era lungo, e quando il leone era troppo stanco per combattere ancora, veniva rispedito nella sua gabbia in attesa del prossimo incontro o di essere domato e cavalcato. Il cavaliere che, in una giornata, batteva più leoni vinceva il torneo guadagnando bauli d’oro e un bacio della bella figlia del re. Rodolfo era arrivato a batterne venti in una sola giornata. I bambini desideravano diventare come lui un giorno, perché domare e cavalcare leoni era una cosa da eroi. Anche i grandi desideravano essere come lui perché era famoso e popolare in tutti gli angoli del regno.

Poi un giorno nell’arena entrò un leone enorme, più grosso di tutti quelli che si erano visti fino ad allora. Era nero, con gli occhi gialli accesi di coraggio e di un’antica saggezza che incuteva soggezione.

Era stato proprio Rodolfo a catturarlo e a chiuderlo in gabbia, ma aveva dovuto cacciarlo per ore nelle savane oltre i confini del regno. Il leone si era difeso e Rodolfo portava sul petto i segni dei suoi pericolosi artigli.

Questa volta però il leone non si batté. Rodolfo agitò la frusta per incitarlo. Una volta. Due. Tre. E il leone non reagì. «Combatti!» ordinò Rodolfo. Ma l’animale continuò a non reagire. Grosso come era, gli sarebbe bastata una zampata per scaraventare Rodolfo contro il muro dell’arena.

Tuttavia rimase lì a fissare il giovane negli occhi come se volesse chiedergli «perché mi provochi?» E per la prima volta in vita sua, Rodolfo si domandò la stessa cosa: «perché provoco questo animale?»

Rodolfo non si era mai chiesto se fosse giusto o sbagliato catturare i leoni e combatterli. Gli era stato sempre insegnato a farlo e lui aveva imparato, perché era quello che tutti si aspettavano da un vero eroe.

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Pro-Test Italia e FederFauna: insieme contro la vita animale

 

Di fronte a certe accuse di sadismo da una parte del mondo animalista, nella loro propaganda gli sperimentatori tentano di presentarsi con un’immagine di ricercatori amorevoli con gli animali segregati nei laboratori, dichiarando di trattarli  con cura e di essere molto attenti al loro benessere (termine dal significato vago e indefinito ma fortemente rassicurante per il pubblico). Eppure questo decantato rispetto per gli animali sembra non impedire una poco coerente viva collaborazione con cacciatori, allevatori di visoni e circensi.

L’indomani della storica occupazione dei laboratori dell’Università degli Studi di Milano messa in atto dai cinque attivisti/e di Fermare Green Hill, Pro-Test Italia, associazione italiana a favore della sperimentazione sugli animali (SA) molto nota nelle proprie cerchia, ha organizzato una protesta di dissenso. Poiché sarebbero occorsi alcuni giorni per ottenere i permessi per manifestare, Giulia Corsini, vice-presidentessa di Pro-Test Italia, ha avuto «la geniale idea di chiamare Massimiliano Filippi, segretario di FederFauna», che in poco tempo e con gran solerzia ha procurato i permessi necessari (uno dei tanti esempi di favoritismo di cui godono gli sfruttatori di animali) e fatto arrivare giornalisti [1], diversi esponenti di FederFauna inoltre hanno partecipato direttamente alla protesta [2].

Ma non si è trattato di una collaborazione occasionale. Anche la manifestazione organizzata il primo giugno a Milano da Pro-Test Italia è stata promossa insieme a FederFauna [3], i cui soci sono scesi anch’essi in piazza a fianco degli altri dimostranti [4]. Sembra dunque proprio che tra i due gruppi sia nato un solido legame. Ma chi sono queste persone che con tanto ardore si sono unite ai celebratori della SA per «promuovere la condanna nell’opinione pubblica, nei media e nelle istituzioni degli atti di estremismo contro la ricerca e nello specifico contro la sperimentazione animale» [3]?

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Capire prima la disubbidienza civile e poi pro-test-are

 

Un cittadino che comprende la natura ingiusta di uno stato non può adattarsi a vivere sotto l’autorità di questo, e dunque appare agli altri cittadini che non condividono le sue opinioni un pericolo per la società nel momento in cui lui cerca di spingere lo stato, senza commettere alcun atto immorale, ad arrestarlo.
Mohandas Karamchand Gandhi

 

Ho già parlato di come, subito dopo l’occupazione dei laboratori dell’Università degli Studi di Milano del 20 aprile scorso, si sia messa in moto l’occultatrice macchina della mistificazione controllata dai fautori della sperimentazione sugli animali (SA) e ferocemente tesa a negare la caratterizzazione dell’azione come atto di disubbidienza civile [» per saperne di più].

Sul blog di Pro-Test Italia (associazione italiana a favore della SA molto nota nelle proprie cerchia) si è definita la liberazione dei topi dai laboratori un furto, si è parlato di «crimine», «atto vandalico», «azioni di prepotenza», e gli attivisti sono stati definiti «esaltati», «estremisti», «vandali», «folli terroristi», «persone che impongono la propria ideologia con la violenza e la forza, guidati dall’ignoranza» [1,2,3,4,5,6]. Una sperimentatrice è stata persino presentata come «una delle vittime dell’irruzione» [7]. Non stupirebbe nei prossimi giorni sentir parlare anche di esplosioni, morti e feriti.

Sebbene in un primo momento un articolista di Pro-Test Italia sembrava voler accettare la definizione dell’azione come atto di disubbidienza civile, subito dopo ribadisce la valenza «criminale» del gesto [3], affermando caparbiamente che «non ci sono criminali e disobbedienti civili, ci sono solo vari tipi di criminali» (Thoreau dovrebbe essere quindi considerato un “criminale disubbidiente”?), e suggellando infine: «Terrorismo? Solo in parte. Io parlo più correttamente di vandalismo» [4].

Le obiezioni più comuni che sono state mosse all’azione del 20 aprile per negare il suo valore di atto di disubbidienza civile e classificarlo come crimine, puro atto di vandalismo o, più persuasivamente, azione terroristica, sono fondamentalmente tre:

1) l’azione ha violato le leggi dello Stato;
2) l’azione ha causato ingenti danni all’università;
3) l’azione ha invalidato ricerche che si occupavano di patologie umane e quindi arrecherà un danno ai pazienti affetti da queste patologie.

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Vivisezione o sperimentazione animale?

 

Tra i sostenitori e gli oppositori della sperimentazione sugli animali (SA) persiste oramai da molti anni una viva controversia su quale sia il termine più corretto per riferirsi agli esperimenti compiuti sugli animali: vivisezione o sperimentazione animale?

Solitamente gli oppositori riferiscono che l’uso del termine vivisezione sia più corretto, menzionando anche alcuni dizionari ed enciclopedie che effettivamente confermano questa posizione (e stranamente ignorati dai “razionalisti” di Resistenza Razionale [1], evidentemente più preoccupati di presentare gli animalisti come individui ignoranti e afflitti da deficit cognitivi congeniti [2]). Perfino nella celebre Enciclopedia Britannica, alla voce “Vivisezione” si legge: «operazione su un animale vivo per scopi sperimentali o terapeutici; più in generale, qualsiasi esperimento su animali vivi» [3]. Sembrerebbe quindi che il termine più corretto sia proprio vivisezione.

Tuttavia, un più imparziale intuito ci suggerisce, e l’etimo (vivus, vivo, e sectio-onis, taglio) ci conferma, che il termine vivisezione è più appropriato per indicare operazioni di dissezione (taglio) praticate su animali vivi. Questa connessione intuitiva permane viva anche nel pubblico, favorendo effettivamente il collegamento auspicato tra l’espressione vivisezione e i cruenti esperimenti di dissezione su animali vivi e coscienti compiuti nei secoli passati.

Tale collegamento si rivela tuttavia un’arma a doppio taglio. I sostenitori della SA sono infatti ben consapevoli di questa associazione connotativa nel pubblico e se ne approfittano con scaltrezza per affermare che «la vivisezione è una pratica abbandonata da decenni» [4] e non più applicata nei laboratori moderni, in tal modo liberandosi agevolmente da ogni accusa mossa dagli animalisti contro la “vivisezione” e producendo una (per loro assai favorevole) confusione nel pubblico, che inevitabilmente finisce per domandarsi, con perplessità, contro cosa protestano allora gli animalisti quando parlano di “vivisezione”. La confusione è tale che Edoardo Stoppa, l’inviato di Striscia la Notizia che si occupa di animali, nei servizi parla addirittura di «sperimentazione animale e vivisezione», come fossero – e comunicando allo spettatore che effettivamente siano – due cose distinte e separate.

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Azione (non-violenta) e reazione (mistificatoria)

 

Si è già detto molto sull’azione delle tre attiviste e dei due attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill che, nella giornata di apertura della settimana internazionale per gli animali da laboratorio, sabato 20 aprile, hanno occupato il quarto piano del dipartimento di farmacologia dell’Università degli Studi di Milano, riuscendo ad ottenere la liberazione di centinaia di topi e di un coniglio detenuti nello stabile e sottoposti ad esperimenti.

Si è già detto molto, ma ci sarebbe ancora molto da dire su questa emozionante azione. Vorrei qui però solo aggiungere qualche parola non sull’azione, ma sull’inevitabile reazione che ne è conseguita. Gli sperimentatori e i sostenitori della sperimentazione sugli animali (SA) sono rimasti evidentemente sconcertati di fronte a questa azione. Non solo perchè si tratta di un evento senza precedenti nella storia del movimento di liberazione animale, che ha affrontato con un atto diretto e pubblico le loro pretese di disporre liberamente di vite senzienti in un laboratorio, ma perché il tutto si è svolto in modo assolutamente non-violento.

Non si sono visti ignoti vestiti in completi neri e con un minaccioso passamontagna a celarne il volto: l’azione è stata coraggiosamente compiuta dagli attivisti a volto scoperto, nella piena consapevolezza dei rischi legali che dovranno affrontare per questa loro scelta. Non sono state compiute azioni distruttive di alcun genere. Nè sono stati commessi atti illegali sconsiderati.

Cosicchè gli sperimentatori e i sostenitori della SA sono rimasti senza parole. Letteralmente. Certo, come da protocollo hanno esibito con gran solerzia gli argomenti ordinari (la necessità della SA per l’avanzamento della scienza bio-medica, l’assoluto rispetto delle norme, la coscienziosa attenzione per gli animali e via dicendo),  ma non avevano stanze distrutte, scritte con spray sui muri, auto in fiamme, per parlare di terrorismo. E questo è per loro intollerabile. È intollerabile perchè non riescono ad accettare l’idea che questi attivisti abbiano agito senza distruggere nulla. È intollerabile perché l’azione non-violenta di questi cinque attivisti non è funzionale alla loro campagna d’odio contro gli attivisti per gli animali, che intende presentare il soggetto animalista come un individuo fanatico, violento, spinto unicamente da sentimenti antiumani.

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Elogio della rabbia

 

Voleva picchiarmi e mentre correva vide una pala; la prese e mi colpì sulla schiena. Provai a proteggermi la testa con le mani. Mi diede un secondo colpo. […] Rimasi senza respiro, per il dolore e per la rabbia. Quando alzò la pala per picchiarmi un terza volta, riuscii a evitare il colpo per miracolo e ad allontanarmi da lui a tutta velocità. Se fossi caduto mi avrebbe certamente finito. Quel giorno piansi. Non avevo mai pianto nel Sonderkommando, ma la rabbia riaffiorò in quel preciso istante. Non piangevo di dolore né di tristezza […], ma per la collera, l’amarezza, la frustrazione…
Shlomo Venezia, Sonderkommando Auschwitz

 

Si è parlato più volte del tono aggressivo comune a molti animalisti. È facile imbattersi in spazi della Rete dove volano insulti e malauguri contro coloro che sfruttano, maltrattano o uccidono animali, o slanci di vivo entusiasmo per incidenti e sventure ai danni degli stessi, come cacciatori che si sparano tra di loro credendo di aver visto un passerotto poggiarsi su un rametto, macellai che finiscono in ospedale con un coltello disossatore che spunta dalla pancia o premi Nobel tormentatori di animali da laboratorio che riposano in pace amen.

Ma le nostre idee e i nostri atti, anche i più banali, non nascono mai dal nulla. Dietro ogni nostra idea, dietro ogni nostro atto, ci sono sentimenti che ci ispirano e ci muovono. Dietro questo diffuso atteggiamento aggressivo – che nella maggior parte dei casi trova comunque spazio solo sul web – è facile rintracciare all’origine un prevalente sentimento di rabbia e, in misura minore, frustrazione e delusione.

Capisco bene chi prova questi sentimenti, perché io stesso li ho provati innumerevoli volte nelle stesse situazioni, e ancora continuo a provarli, seppur più di rado. È naturale, anzi giusto, doveroso nonchè profondamente umano provare rabbia di fronte ad un’ingiustizia che rimane impunita e contro cui siamo impotenti. La frustrazione che segue a questa impotenza, e di fronte all’incomprensione degli altri intorno a noi, che non riescono a cogliere l’evidente ingiustizia nell’uccisione di un maiale scannato per finire condito di spezie, è anch’essa facilmente comprensibile. E, inevitabilmente, si finisce nella delusione, la delusione per un mondo cieco all’olocausto animale, a questa tragedia in ciclico rinnovamento.

Non è certo mia intenzione ora criticare questa rabbia o chi la prova: siamo esseri umani, ma, prima ancora, animali, e gran parte della nostra preziosa animalità andata persa è proprio quella dei sentimenti, incapaci come siamo di vivere liberamente le nostre emozioni più profonde, passando l’intera esistenza a rinnegare, rimuovere, simulare. Credo che i sentimenti, anche quelli più negativi, non vadano repressi, che tanto poi rispuntano ancor più minacciosi, ma dovrebbero essere accettati, capiti e, dunque, superati. Che poi si riesca a reprimere un’emozione così profonda e forte come la rabbia è assai inverosimile. La rabbia di un attivista è anzi sicuramente da apprezzare e pertanto non dovrebbe mai essere disdegnata: è un modo genuino e molto diretto di comunicare il proprio fermo rifiuto ad un’ingiustizia intollerabile, è un chiaro segnale di ribellione, di una decisa opposizione ad un sistema basato sulla coercizione, sulla violenza e sulla morte. Ed è la stessa rabbia che prova chi subisce abusi e vive nello sfruttamento. Le parole in apertura di Shlomo Venezia, uno dei pochi sopravissuti del Sonderkommando [1] del campo di sterminio di Birkenau, lasciano ben cogliere la rabbia dell’impotenza di fronte alla violenza di chi si trova in una posizione di potere.

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