Vivisezione o sperimentazione animale?

L’uso del termine vivisezione è davvero più efficace per la propaganda del movimento animalista?

 

Persiste oramai da anni un lungo dibattito tra chi è a favore e chi è contrario alla sperimentazione su animali (SA) su quale sia il termine più corretto per riferirsi agli esperimenti compiuti sugli animali nei laboratori: vivisezione o sperimentazione animale?

Solitamente gli animalisti riferiscono che l’uso del termine vivisezione sia più corretto, menzionando anche alcuni dizionari ed enciclopedie che effettivamente confermano questa posizione (e stranamente ignorati dai “razionalisti” di Resistenza Razionale [1], più preoccupati di presentare gli animalisti come individui ignoranti e afflitti da deficit cognitivi congeniti [2]). Perfino nella celebre Enciclopedia Britannica, alla voce vivisezione si legge: «operazione su un animale vivo per scopi sperimentali o terapeutici; più in generale, qualsiasi esperimento su animali vivi» [3]. Sembrerebbe quindi che il termine più corretto sia proprio vivisezione.

Tuttavia, un più imparziale intuito ci suggerisce, e l’etimo (vivus, vivo, e sectio-onis, taglio) ci conferma, che il termine vivisezione è più appropriato per indicare operazioni di dissezione (taglio) praticate su animali vivi. Questa connessione intuitiva fa sì che molte persone credano ancora che l’espressione vivisezione si riferisca ai cruenti esperimenti di dissezione su animali vivi e coscienti compiuti nei secoli passati e oggi abbandonati, una cognizione che genera un ovvio ostacolo comunicativo con il pubblico.

I pro-SA sono ben consapevoli di questo disorientamento nel cittadino e se ne approfittano con scaltrezza per affermare che nei laboratori non si pratica più «vivisezione», in tal modo liberandosi agevolmente da ogni accusa mossa dagli animalisti: «la vivisezione è una pratica abbandonata da decenni e allo stato attuale in Europa nessun laboratorio scientifico degno di questo nome la userebbe» [4]. Dunque – si domanda il cittadino – contro cosa diavolo protestano questi animalisti?

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Azione (non-violenta) e reazione (mistificatoria)

Una riflessione sull’occupazione del Dipartimento di Farmacologia e sulla propaganda mistificatoria dei sostenitori della sperimentazione su animali

 

Si è già detto molto sull’azione delle tre attiviste e dei due attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill che, nella giornata di apertura della settimana internazionale per gli animali da laboratorio, sabato 20 aprile, hanno occupato con un’azione non-violenta il quarto piano del Dipartimento di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano, riuscendo ad ottenere la liberazione di centinaia di topi e di un coniglio detenuti nello stabile e sottoposti ad esperimenti.

Ci sarebbe ancora molto da dire su questa azione. Ma, per commentare, credo che basti semplicemente una parola: fantastico! Appena un anno fa avanzai alcune perplessità sulla campagna contro Green Hill [1], ma dopo gli sviluppi degli ultimi mesi (e alcune riflessioni personali più generali) non posso che riconoscere l’indubbio merito che questa campagna ha avuto nell’avanzata del movimento contro la sperimentazione su animali (SA). E, con ogni probabilità, questa stessa emozionante azione non si sarebbe mai realizzata senza gli avvenimenti dei mesi scorsi.

Vorrei solo aggiungere qualche parola, non sull’azione, ma sull’inevitabile reazione che ne è seguita. Gli sperimentatori e i sostenitori della SA sono rimasti evidentemente stupiti da questa azione. Non solo perchè si tratta di un evento senza precedenti nella storia del movimento di liberazione animale, che ha affrontato con un atto diretto e pubblico le loro pretese di disporre di vite senzienti come fossero oggetti, ma perché il tutto si è svolto in modo assolutamente non-violento.

Non si sono visti ignoti vestiti in completi neri e con un minaccioso passamontagna a celarne il volto: l’azione è stata coraggiosamente compiuta dagli attivisti a volto scoperto – e nella piena consapevolezza dei rischi legali che dovranno affrontare. Non sono state compiute azioni distruttive di alcun genere. Nè sono stati commessi atti illegali sconsiderati: la documentazione che è stata portata via è un materiale estremamente prezioso per fare luce sulla verità tenacemente occultata di questi luoghi.

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Elogio della rabbia

Una riflessione sul sentimento di rabbia della comunità animalista e sull’opportunità di usare la rabbia in modi più efficaci

 

Voleva picchiarmi e mentre correva vide una pala; la prese e mi colpì sulla schiena. Provai a proteggermi la testa con le mani. Mi diede un secondo colpo. […] Rimasi senza respiro, per il dolore e per la rabbia. Quando alzò la pala per picchiarmi un terza volta, riuscii a evitare il colpo per miracolo e ad allontanarmi da lui a tutta velocità. Se fossi caduto mi avrebbe certamente finito. Quel giorno piansi. Non avevo mai pianto nel Sonderkommando, ma la rabbia riaffiorò in quel preciso istante. Non piangevo di dolore né di tristezza […], ma per la collera, l’amarezza, la frustrazione…
Shlomo Venezia, Sonderkommando Auschwitz

 

Si è parlato più volte del tono aggressivo comune a molti animalisti. È facile imbattersi in spazi virtuali del mondo di Internet dove volano insulti e malauguri contro coloro che sfruttano, maltrattano o uccidono animali, o slanci di vivo entusiasmo per incidenti e sventure ai danni degli stessi, come cacciatori che si sparano tra di loro credendo di aver visto un passerotto poggiarsi su un rametto, macellai che finiscono in ospedale con un coltello disossatore che spunta dalla pancia o premi Nobel tormentatori di animali da laboratorio che riposano in pace amen.

Ma le nostre idee e i nostri atti, anche i più banali, non nascono mai dal nulla. Dietro ogni nostra idea, dietro ogni nostro atto, ci sono sentimenti che ci ispirano e ci muovono. Dietro questo diffuso atteggiamento aggressivo – che nella maggior parte dei casi trova comunque spazio solo sul web – è facile rintracciare all’origine un prevalente sentimento di rabbia e, in misura minore, frustrazione e delusione.

Capisco bene chi prova questi sentimenti, perché io stesso li ho provati innumerevoli volte nelle stesse situazioni, e ancora continuo a provarli, seppur più di rado. È naturale, anzi giusto, doveroso nonchè profondamente umano provare rabbia di fronte ad un’ingiustizia che rimane impunita e contro cui siamo impotenti. La frustrazione che segue a questa impotenza, e di fronte all’incomprensione degli altri intorno a noi, che non riescono a cogliere l’evidente ingiustizia nell’uccisione di un maiale scannato per finire condito di spezie, è anch’essa facilmente comprensibile. E, inevitabilmente, si finisce nella delusione – la delusione per un mondo cieco all’olocausto animale, a questa tragedia in ciclico rinnovamento.

Non è certo mia intenzione ora criticare questa rabbia o chi la prova: siamo esseri umani, ma, prima ancora, animali, e gran parte della nostra preziosa animalità andata persa è proprio quella dei sentimenti, incapaci come siamo di vivere liberamente le nostre emozioni più profonde, passando l’intera esistenza a rinnegare, rimuovere, simulare. Credo che i sentimenti, anche quelli più negativi, non vadano repressi – che tanto poi rispuntano ancor più minacciosi – ma dovrebbero essere accettati, capiti e, dunque, superati. Che poi si riesca a reprimere un’emozione così profonda e forte come la rabbia è assai inverosimile.

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Specismo – 4

 

Combattimento di galli.

 

Galli usati in un combattimento. Ovvero l’animale nelle tradizioni umane. Foto tratta da I have seen another world.

 

Un movimento di liberazione totale? Sì, ma non antispecista

Uno sguardo critico sulle possibili problematiche relative all’identificazione del movimento antispecista come movimento per la liberazione umana e animale
<<< Un movimento di liberazione totale? Sì, ma con calma

 

Nel precedente articolo ho chiarito i motivi per cui credo che il concepimento di un più maturo movimento di liberazione umana e animale vada spostato in un periodo ancora di là da venire, e perchè ritengo che il primo e unico impegno di un attivista antispecista (AA) dovrebbe essere rivolto alle attività per gli animali e alla promozione di un’etica a-specista. In questo articolo vorrei invece provare ad indicare quali problemi credo potrebbe implicare identificare il movimento antispecista come un movimento per la liberazione umana e animale.

Una prima obiezione che si potrebbe sollevare è di tipo semantico. Lo specismo può essere definito come un atteggiamento individuale e un’ideologia sociale volti a favorire, sostenere e perpetuare l’oppressione umana delle altre specie animali [» per saperne di più] e, benchè siano state proposte diverse e differenti definizioni e interpretazioni dello specismo, per quanto ne sappia, nessuna indica un concetto che implichi anche l’oppressione intraspecifica umana (se non in maniera indiretta).

Pertanto, come l’antischiavismo indicava l’opposizione allo schiavismo, l’antispecismo dovrebbe indicare, logicamente e coerentemente, l’opposizione allo specismo (letteralmente: anti-specismo): ovvero l’opposizione all’oppressione animale. Questo sembra suggerire che attribuire all’antispecismo un significato diverso che indichi anche un’opposizione diretta all’oppressione intraspecifica umana sembrerebbe poco appropriato. Ma qui non siamo tra i banchi di scuola e rilevare incongruenze di significato potrebbe sembrare un esercizio ozioso. Ritengo invece che ciò si colleghi ad un più importante problema comunicativo.

Se lo specismo indica l’atteggiamento e l’ideologia alla base delle pratiche di sfruttamento animale, definire l’antispecismo come l’opposizione a tali pratiche offre un concetto di antispecismo non solo più logico e coerente, come detto, ma anche più facile da comunicare per il singolo attivista e per il movimento intero e da comprendere per il pubblico. Quando invece si indica il movimento antispecista come un movimento per i diritti animali, per i diritti umani, anticapitalista, collegato al pensiero anarchico, con idee prese a prestito da pensatori socialisti, strutturato su critiche del potere gerarchico, inevitabilmente si finisce per proporre un concetto di antispecismo più confuso per il soggetto ricevente medio, dotato di una cultura media, poco disposto ad approfondire una tale complessità di temi, connessioni e intrecci, estraneo ai movimenti di rivolta sociale, lontano dal sottile ragionamento filosofico-politico, che pertanto finirà perplesso a domandarsi, senza riuscire a darsi risposte soddisfacenti, di cosa esattamente si occupi questo bizzarro movimento antispecista e cosa c’entri il mattatoio con gli omosessuali, la sperimentazione su animali con il capitalismo, il circo con i razzisti.

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Un movimento di liberazione totale? Sì, ma con calma

Non è forse meglio aspettare ancora per un movimento di liberazione totale?

 

In questo articolo, e nel seguente, vorrei presentare, così come sono nate e andate sviluppandosi, le mie modeste considerazioni, le mie perplessità e i miei dubbi sull’identità e la prassi del movimento antispecista. Come mio solito, non sono qui a fornire linee guida direttrici o verità maestre, ma mia intenzione è solo presentare i miei pensieri di semplice attivista senza alcuna pretesa di analisi rigorosa di un fenomeno tanto strutturato quanto complesso.

Nel precedente articolo [» Specismo, antispecismo classico e antispecismo politico] ho sinteticamente presentato la situazione attuale interna del movimento antispecista, diviso ancora tra due approcci distinti e separati: gli attivisti e gli autori che sostengono l’approccio classico si pongono come obiettivo unico del movimento la fine dell’oppressione animale, i sostenitori dell’antispecismo cosiddetto politico, invece, credono che il movimento antispecista debba impegnarsi in una lotta congiunta che necessariamente si ponga nella meta una liberazione degli umani e degli animali, parallelamente, secondo alcuni autori, ad una più consapevole critica della struttura politica della società.

La mia posizione, in questo contesto, può essere definita una posizione di mezzo. Concordo pienamente nel ritenere che solo una lotta congiunta per la liberazione umana e animale e contro i sistemi di dominio possa realisticamente condurre al risultato da tutti auspicato: tuttavia, credo sia sbagliato pretendere che oggi, in questa frazione storica, il movimento di liberazione animale debba, o anche possa, intraprendere questa strada. Credo che lo sviluppo di un più maturo movimento di liberazione umana e animale sia certamente un passo necessario per il raggiungimento delle nostre ambite mete, ma penso che il suo concepimento vada spostato in un periodo ancora di là da venire.

Chi sostiene l’approccio politico dell’antispecismo ritiene che l’attivismo antispecista contemporaneo si debba impegnare nella realizzazione di un movimento di liberazione totale in vista della futura attuazione della liberazione umana e animale che sarà resa in tal modo possibile: ma, personalmente, trovo molto difficile lavorare, oggi, su ipotesi di strategia a lungo termine (che, in quanto ipotesi, possono anche non realizzarsi [1] e, in quanto a lungo termine, possono anche determinare un grave rallentamento) di fronte all’immane strage di cui sono vittime miliardi di animali qui ed ora, che, penso, (ci) richieda una più urgente azione nell’immediato. D’altronde, la storia ci mostra come i movimenti antirazzisti hanno ottenuto molto senza dover aspettare che altri gruppi si unissero alla loro causa: e penso che dovremmo guardare alla loro dedizione, alla loro energia e alla loro perseveranza concentrate in un obiettivo definito e delimitato per trarne un utile insegnamento.

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Specismo, antispecismo classico e antispecismo politico

Facciamo un po’ di chiarezza (in breve) su specismo e antispecismo
ultimo aggiornamento: 13 febbraio 2013

 

Stava uscendo dalla cella quando si levò dalla corte un urlo straziante, come di persona ferita a morte, cui seguirono altri lamenti altrettanto atroci. «Cos’è?!» chiese Guglielmo, sconcertato. «Nulla,» rispose l’Abate sorridendo. «In questa stagione si stanno uccidendo i maiali. Un lavoro per i porcai. Non è di questo sangue che dovrete occuparvi.»
Umberto Eco, Il nome della rosa

 

Cos’è l’antispecismo? Quali sono i suoi obiettivi? Quali i suoi metodi per raggiungerli? Le risposte a queste domande non sono semplici e univoche. Tra gli attivisti per i diritti animali non vi è ancora concordanza su una definizione unanimemente accettabile della teoria e della prassi del movimento antispecista.

In questo articolo vorrei proporre in maniera breve ed essenziale, e soprattutto obiettiva, gli aspetti centrali della questione, senza pretese di fornire una ricostruzione rigorosa e ineccepibile, considerando anche che non sarebbe neppure possibile viste le diverse e differenti analisi e interpretazioni che spesso vengono proposte. Ma andiamo con ordine e cerchiamo prima di definire cosa sia lo specismo.

Cos’è lo specismo?

Il termine specismo compare per la prima volta nel 1970 in un opuscolo per contestare gli esperimenti su animali scritto dallo psicologo Richard D. Ryder, in cui sosteneva che il tentativo di ottenere benefici per la specie umana attraverso l’abuso di individui di altre specie è «semplicemente specismo e come tale si basa su ragioni morali egoistiche piuttosto che su ragioni razionali» [1]. Un anno più tardi, in un saggio del 1971, Ryder chiarisce ulteriormente il significato di specismo:

Nella misura in cui sia razza che specie sono termini vaghi usati nella classificazione delle creature viventi in riferimento soprattutto ai caratteri fisici, si può trovare un’analogia in questi due concetti. La discriminazione per ragioni legate alla razza, anche se fino a due secoli fa era in gran parte universalmente accettata, ormai è ampiamente condannata. Allo stesso modo, un giorno potrebbe accadere che le menti più illuminate aborriscano lo specismo così come noi oggi detestiamo il razzismo. L’irrazionalità in entrambe le forme di pregiudizio è identica. Se viene accettato come moralmente sbagliato infliggere deliberatamente sofferenza a creature umane innocenti, è conseguentemente logico considerare anche sbagliato infliggere sofferenza a individui innocenti di altre specie [2].

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Specismo – 3

 

Cane legato ad una catena dentro una stanza.

 

Un cane usato per un test di tossicità. Ovvero la sperimentazione animale. Foto di Brian Gunn / IAAPEA.

 

Argomenti diretti e argomenti indiretti: alcune letture e qualche commento

Una proposta di lettura di alcuni articoli sulla questione degli argomenti diretti/indiretti con alcune considerazioni e una riflessione sull’approccio privato
ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2013

 

Dopo aver scritto l’articolo Alcune considerazioni sugli argomenti indiretti, mi sono incidentalmente imbattuto in un saggio che analizza proprio questo aspetto e che ha dato l’avvio ad un breve dibattito sugli argomenti diretti (AD) (ovvero quegli argomenti basati su considerazioni filosofiche ed etiche) e indiretti (AI) (ovvero quegli argomenti basati su problematiche di interesse egoistico-antropocentrico). Certamente molto altro è stato scritto in merito, ma trovo che già la lettura di questi scritti può essere utile per farsi un’idea dei diversi punti di vista e dei diversi approcci nell’affrontare la questione. Intendo quindi proporli qui di seguito con una sintetica presentazione e qualche commento personale.

Il primo saggio è stato pubblicato sul primo numero di Liberazioni nel giugno del 2010: Argomenti estrinseci e argomenti intrinseci: strategie per la diffusione dei diritti animali (pag. 57), di Katherine Perlo (l’autrice indica gli AI e gli AD come argomenti estrinseci e argomenti intrinseci). Questo saggio mi sembra il più interessante. Alcuni punti di vista dell’autrice coincidono con quanto ho già scritto nel mio articolo, ma vengono esaminati più approfonditamente (come la questione del doppio standard morale), e la sua conclusione è simile alla mia:

Le questioni estrinseche possono essere utilizzate in un contesto di argomenti intrinseci, ad esempio come rassicurazione sul fatto che il vegetarianismo o l’abolizione della vivisezione possono anche avere effetti positivi sulla salute o sulla medicina, a patto, però, che vengano assegnati ad un ruolo subordinato, pena la compromissione della questione principale che deve essere intrinseca ed etica.

In particolare ho trovato molto interessanti le sue osservazioni sulla questione attivismo per gli animali-attivismo per gli umani (pagg. 61-64) – ovvero in riferimento a quegli attivisti che fanno notare che qualche noto difensore degli animali, o loro stessi, si occupano anche di problemi umani. Pur se questo non direi che si possa definire esattamente un argomento di propaganda, l’autrice offre comunque uno stimolo di riflessione. Scrive la Perlo:

Queste  osservazioni  vengono utilizzate  per  controbattere  alle  accuse  di  misantropia  mosse  agli  animalisti; esse tuttavia, non solo fanno appello al principio di autorità, ma implicitamente avallano anche l’idea della superiorità umana, in quanto cercano di giustificare la difesa degli animali associandola alla solidarietà tra umani. [..] I portavoce delle associazioni per i diritti dell’infanzia non sentono il bisogno di dichiarare che si occupano anche di diritti animali. […] Perché dovremmo metterci sulla difensiva dichiarando che ci occupiamo anche di umani (ammettendo così tacitamente che la nostra causa è impopolare e marginale)? […] Siccome non possiamo negare che il tempo trascorso ad occuparsi di animali rappresenta, da un punto di vista miope, un costo per le questioni politiche intraumane, la giusta risposta […] è quella di affermare l’uguaglianza morale di animali e umani.

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Ancora sugli argomenti indiretti: ambiguità semantica e tristezza salutare

Ancora due considerazioni sull‘uso degli argomenti salute/ambiente nella propaganda del veganismo
ultimo aggiornamento: 26 febbraio 2013

 

Nel precedente articolo [» Alcune considerazioni sugli argomenti indiretti] ho chiarito la mia contrarietà all’uso degli argomenti indiretti servendomi di ragioni di ordine generale. Ma la questione sull’uso degli argomenti diretti (AD) (ovvero quegli argomenti basati su considerazioni filosofiche ed etiche) e indiretti (AI) (ovvero quegli argomenti basati su problematiche di interesse egoistico-antropocentrico) permette di essere ulteriormente analizzata nell’esame degli aspetti più particolari e considerata nei diversi e possibili approcci.

In questo quadro propongo di seguito due considerazioni riguardo l’uso problematico degli AI con riferimento all’uso degli argomenti salute/ambiente nella propaganda del veganismo. Sono solo supposizioni, riflessioni personali di un semplice attivista, senza alcuna pretesa di attendibilità e rigorosità accademica.

Ambiguità semantica

Come ho argomentato nel precedente articolo, gli AI fanno uso di un linguaggio che accetta, approva e favorisce la condizione dell’animale quale oggetto ad uso umano. Ma l’ambiguità comunicativa prodotta dagli AI si presenta anche in un connesso effetto semantico.

Notoriamente la definizione di vegetariano [1] è assai confusa e ambigua: quanti latto-ovo-vegetariani etici, con perplessità, si sono sentiti dire: «Ah, sei vegetariano perché la carne fa male? Beh, certo, hai ragione… Ah no? Sei macrobiotico? No? Allora sei buddhista, ho capito…». Non si rischia forse che una simile confusione venga ingenerata anche relativamente al concetto di veganismo quando vengono impiegati argomenti salutistici/ambientalistici per promuoverne la diffusione?

A mio parere il veganismo dovrebbe essere immediatamente identificabile e riconducibile alla filosofia antispecista, al rispetto per gli animali e a sentimenti di giustizia sociale. Dovrebbe essere presentata come una filosofia di vita e non come un semplice stile di vita alimentare. Non dovrebbe essere qualcosa di vago e indefinito associato a nozioni di etica frammiste a salute, ambiente e quant’altro.

Anche questa volta il mio giudizio non è l’esito di un sentimento di purismo: intendo solo porre l’attenzione sull’importanza del messaggio che si dovrebbe veicolare alla società quando si parla di veganismo, favorendo un collegamento con le istanze di giustizia avanzate dal movimento di liberazione animale, sì che il solo dichiarare di essere vegan risulti un’affermazione carica di connotazioni morali e voglia intendere: «Io sono contrario allo schiavismo animale ed è per tale motivo che non consumo nulla che proviene dallo sfruttamento e dalla morte dell’animale. Non solo: non indosso nulla di ciò, né acquisto cosmetici testati su animali, sono contrario allo sfruttamento degli animali nei laboratori, nei circhi, negli zoo…».

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