Alcune considerazioni sugli argomenti indiretti

 

La comunicazione con il pubblico è un elemento fondamentale nell’organizzazione degli attivisti per favorire l’accettazione sociale delle istanze sostenute dal movimento di liberazione animale. In questo contesto si inserisce il dibattito tra i cosiddetti argomenti diretti e argomenti indiretti. Con questo articolo intendo delineare le mie considerazioni in proposito come semplice attivista e senza alcuna pretenziosità, considerazioni maturate in me negli ultimi tempi.

Tra gli attivisti spesso si sostiene che nella comunicazione con il pubblico l’uso delle sole ragioni etiche non sarebbe sufficiente, perché – viene affermato – non tutti sono disposti a riconoscere e accettare tali ragioni. Pertanto – prosegue questa argomentazione – è necessario usare qualsiasi argomento in grado di influenzare le abitudini del pubblico. Si ritiene dunque legittimo ricorrere, insieme alle ragioni etiche, anche ad argomentazioni che, sebbene non implichino una condanna morale esplicita delle pratiche di sfruttamento animale, ne rilevano tuttavia aspetti critici di altra natura: sono i cosiddetti argomenti indiretti (AI). Classici AI sono quelli di tipo salutistico e ambientalistico critici connessi al consumo di cibi animali, volti a proporre una critica indiretta alla pratica dello sfruttamento zootecnico degli animali, oppure l’argomento critico-scientifico contro la sperimentazione sugli animali.

Gli attivisti promotori degli AI sostengono che l’uso di tali argomentazioni risulti giustificato in quanto produce un effettivo miglioramento della condizione degli animali riducendone il numero di individui sfruttati o uccisi. Essi ritengono inoltre che l’uso degli AI favorisca anche l’accettazione sociale delle istanze etiche parallele avanzate: in altre parole, se si induce una persona ad accettare una posizione critica su una determinata pratica di sfruttamento animale persuadendola con l’uso di AI, essa sarà più facilmente disposta a riconoscerne successivamente anche l’illegittimità sul piano morale.

Questa posizione non è certo da disprezzare. Essa trova le sue buone ragioni nell’immensità della tragedia animale e nell’appello d’urgenza che giunge alla nostra coscienza di attivisti. E senza dubbio il modo di operare messo in atto raggiunge efficacemente il proprio obiettivo, producendo effettivamente una riduzione del numero complessivo di animali sfruttati e uccisi. Tuttavia, credo che una riflessione critica sia quantomeno opportuna.

Personalmente, non credo che questa posizione vada del tutto condannata. Concordo infatti con la necessità di usare altri argomenti oltre a quelli etici, ma solo dopo averne valutato con cautela l’effettività opportunità e la potenziale problematicità di ognuno, distinguendo gli AI in AI positivi e AI negativi. Chiaramente questo mio giudizio è il risultato di una concezione di intendere l’attività in difesa degli animali radicalmente diversa dai promotori degli AI.

Per una rivoluzione morale

Chi sostiene la politica degli AI valuta infatti l’efficacia della propria attività in termini di entità, di calcolo numerico. Ad esempio, nella questione alimentare, tipicamente viene fatto osservare che meno carne viene consumata, meno animali vengono allevati e uccisi. In questa prospettiva, pertanto, anche chi si limiti solo a ridurre i propri consumi di carni viene considerato un risultato apprezzabile, in quanto contribuisce comunque a determinare una riduzione del numero complessivo di animali allevati e uccisi.

Io non la vedo così. Io credo che il nostro obiettivo debba essere invece quello di produrre un cambiamento di paradigma morale, una radicale rivoluzione nel modo di concepire l’animale non umano, non più come oggetto al servizio dell’uomo, ma come soggetto di diritti. Non credo pertanto che il nostro attivismo debba essere determinato da una mera valutazione di conto in numero di vittime animali. Ritengo invece sia più importante un impegno volto a determinare un’accettazione incrementale e progressiva del pensiero antispecista e della correlata pratica vegana [1] da parte della società, anche se ciò non dovesse produrre, nell’immediato, una riduzione del numero complessivo di animali allevati pari a quella che si otterrebbe con campagne per una mera modifica dietetica.

Ciò che fa da sfondo a questa mia posizione è la mia ferma convinzione che la società umana, incrementalmente e progressivamente, in un futuro probabilmente non molto vicino, sarà certamente in grado di capire ed accogliere le ragioni antispeciste. È questa mia convinzione che mi persuade dell’importanza di lavorare in tale direzione e dunque dell’assoluta rilevanza dell’argomento etico. Una convinzione che invece spesso manca nei promotori degli AI, che perciò inquadrano il proprio attivismo come una mera azione per agire sul presente per migliorare la condizione degli animali.

Dalla tavola all’etica?

Anche dissento dall’opinione di questi attivisti secondo cui l’uso degli AI favorirebbe l’accettazione sociale delle istanze etiche parallele avanzate. Per spiegare meglio il mio punto di vista, propongo di seguito una breve analisi critica del caso più tipico, relativo alla questione alimentare.

I promotori degli AI, riferendo solitamente osservazioni personali, sostengono che molti di coloro che si avvicinano al vegetarianismo [2] per ragioni salutistiche/ambientalistiche, cambiando abitudini alimentari diventino poi più ricettivi verso le ragioni etiche del veganismo e siano più disponibili ad accoglierle favorevolmente. Ma io non vedo come l’aspetto salute o ambiente possano agevolare in qualche modo una transizione morale verso il veganismo etico. Chiaramente le difficoltà di una simile transizione non sono imputabili ad una mancanza di nozioni sui vantaggi salutistici o ambientalistici di una dieta vegana. L’ostacolo principale e in molti casi insormontabile è evidentemente definibile in modelli culturali pervasivi e radicati sia a livello sociale che individuale: ovvero, in ultima analisi, nell’autorità di un concetto dell’animale non umano quale semplice oggetto ad uso umano.

E sinceramente non colgo alcuna connessione tra il riconoscere la dieta vegana come un modello alimentare salutare o ecologista – un discorso dunque strettamente nutrizionale, che ha a che fare solo con quel che si mangia – e il riconoscere l’animale come un individuo senziente con propri diritti: è alquanto evidente che abbiamo a che fare con due nozioni completamente dissociate. Pertanto non riesco a concepire come un vegetariano con convinzioni puramente salutistiche o ambientalistiche, che considera il non-umano semplicemente come un prodotto, un cibo (benchè nocivo per la salute o l’ambiente), possa avere maggiori possibilità di riconoscere le ragioni etiche del veganismo. È in questo senso che credo che questi temi non aiutino: essi non portano alcun vantaggio all’accettazione sociale delle istanze antispeciste.

E non è difficile constatare quanto affermo: notoriamente un gran numero di latto-ovo-vegetariani sono tali per motivi salutistici e facilmente si può osservare come non abbiano alcun problema a vestire con scarpe e giacche in pelle o addirittura con capi in pelliccia o a fare discorsoni in difesa della sperimentazione sugli animali. È pertanto evidente che un latto-ovo-vegetariano salutista può essere in grado di accettare le ragioni etiche del veganismo non più di quanto possa esserne capace un qualunque consumatore di carni. Dopotutto, l’unica differenza tra il primo e il secondo consiste solo nel cibo che si sceglie di mangiare, non nel modo di concepire l’animale ridotto a cibo. In effetti, per entrambi, un individuo suino (ovvero ciò che del suo corpo ne viene consumato) rimane solo una pietanza: per il primo una pietanza poco salutare, per il secondo una pietanza invitante, ma sempre e solo come pietanza viene identificato. I latto-ovo-vegetariani ambientalisti sono ancora pochi ma, data la similitudine delle premesse, non credo che il discorso sia differente.

Certamente poi ci sono anche coloro che da un semplice vegetarianismo da tavola sviluppano successivamente una maggiore consapevolezza morale ed approdano in ultimo ad un veganismo etico. Ma in questo processo l’attivista deve impegnare una parte piuttosto importante del suo tempo, delle sue energie e delle sue risorse per la diffusione degli argomenti salutistici/ambientalistici. Non è escluso d’altronde che usando questo tempo, queste energie e queste risorse per lavorare con più impegno sull’aspetto etico si possa ottenere con queste persone lo stesso risultato. Credo infatti che coloro che da un approccio dietetico salutista/ambientalista – un approccio, come ho chiarito, evidentemente sconnesso da considerazioni di tipo etico – giungano in seguito ad un’assimilazione delle ragioni etiche del veganismo, hanno probabilmente già in loro la disposizione potenziale per accogliere un comportamento morale diverso. E ho l’impressione che con queste persone l’impiego degli argomenti salute/ambiente sia alquanto superfluo e possa essere evitato in favore di un più pervasivo uso degli argomenti etici, che probabilmente verrebbero accolti favorevolmente producendo lo stesso risultato.

Mi rendo conto che questa supposizione, in quanto tale, sia difficile da dimostrare. Ma pur ammettendo che in effetti l’uso degli AI salute/ambiente realizzi in un numero anche sostanzioso di individui questo salto da un vegetarianismo da tavola ad un veganismo etico altrimenti irrealizzabile, l’attivista forse non dovrebbe fermarsi compiaciuto a questa osservazione, un’osservazione manchevole di una valutazione degli esiti a lungo termine. Credo infatti che una valutazione più approfondita possa suggerire come l’uso degli AI non solo potrebbe essere superfluo, ma oltretutto controproducente per gli stessi fini che si pone.

L’animale: oggetto o soggetto?

Quando un attivista si appella agli AI, inevitabilmente finisce per riferirsi all’animale come fosse un semplice oggetto. L’animale viene identificato come prodotto alimentare e pietanza, o come agglomerato industriale e fattore di impatto ambientale, o come strumento da laboratorio, e così via. Pur se, ovviamente, l’attivista non lo considera tale. Ma il sottinteso di questi discorsi comunica un concetto del non-umano non differente da quello veicolato dalla propaganda specista.

L’uso degli AI è pertanto, a mio parere, assai problematico, in quanto svolto comunicando un ruolo dell’animale quale oggetto ad uso umano. Il risultato di questo tipo di comunicazione determina una negazione del concetto stesso di animale quale individuo senziente con propri diritti – quello stesso concetto che, con tanto lavoro, si tenta di trasmettere nella comunicazione antispecista. Un risultato che rimane pressochè invariato pur contestualizzando il tutto in un quadro comunicativo volto a enfatizzare la condizione di soggetto di diritti dell’animale: nel migliore dei casi, verrà veicolato un concetto assai confuso di animale quale soggetto di diritti all’occorrenza oggetto ad uso umano.

Con quali aspettative possiamo credere che gli altri inizino a considerare l’animale non umano come un soggetto e non più come un oggetto, quando siamo proprio noi stessi attivisti a parlarne solo come di un oggetto?

Questo punto, a mio parere, rappresenta la principale criticità degli AI. Il loro uso influisce negativamente sull’accettazione sociale delle istanze antispeciste negandone la stessa base argomentativa, ovvero il riconoscimento di uno status morale rilevante al non-umano. In ultima analisi, ovviamente, ciò determina in un periodo di tempo oltre quello immediato anche un maggior numero di vittime animali, un esito che dunque si rivela sfavorevole anche nei termini di semplice calcolo numerico.

Ci tengo a sottolineare che il mio non è un giudizio motivato da sentimenti di purismo, snobismo o fastidio, come a volte si sente rispondere in tono d’accusa. Semplicemente, ritengo l’uso comunicativo degli AI sbagliato e controproducente, non per gli effetti che potrebbe produrre sui miei sentimenti personali, per i quali dopotutto non avrei ritenuto necessario scrivere tanto, ma per gli effetti che ritengo produca sulla condizione degli altri animali – una preoccupazione che, dopotutto, unisce tutti gli attivisti dediti alla causa.

Solo effetti accidentali

Non credo tuttavia sia del tutto sbagliato servirsi degli AI, ma ritengo debbano essere usati solo come argomenti marginali e secondari ad un discorso etico centrale. Dal mio punto di vista, non è giusto sfruttare gli altri animali, poiché sono individui senzienti che, in quanto tali, hanno propri diritti: per questo motivo bisogna porre fine al loro abuso. Che poi ciò comporti anche effetti favorevoli sulla salute, sull’ambiente, sulla ricerca scientifica o quant’altro, è certamente positivo, ma questi sono solo effetti secondari, accidentali, che se a qualcuno interessano li posso anche sommariamente riferire e senza addentrarmi in lunghi e complessi dibattiti, ma non è per tali ragioni che bisogna condannare una pratica di sfruttamento animale.

Credo pertanto che le energie degli attivisti dovrebbero essere indirizzate congiuntamente ed esclusivamente verso la realizzazione di un cambiamento di paradigma morale della società umana, un cambiamento che ponga il riconoscimento dello sfruttamento animale sullo stesso piano dello sfruttamento umano. E per il raggiungimento di questa ardua meta non serve parlare di salute, ambiente o scienza: anzi, ciò può renderci il cammino ancora più lento e faticoso.

Finchè parleremo di patologie cardiache, disastri ambientali, rischi farmacoterapeutici, ci poniamo in una posizione perdente fin dal principio. Come se, già sconfitti e scoraggiati, disillusi nelle nostre idee, stessimo dichiarando a noi stessi (e in effetti comunichiamo agli altri) che mai la società umana accetterà una visione compassionevole degli altri animali, e che le nostre ragioni a sostegno della dignità animale siano prive di qualsiasi valore. E allora siamo ridotti ad usare altri argomenti più accettabili e meno dirompenti per l’opinione pubblica, dai toni demagogici, spesso giungendo al terrorismo psicologico prospettando immagini desolanti di malati terminali, futuri scenari apocalittici e bambini affetti da malformazioni da effetti collaterali farmacologici.

Traslazioni intraumane

Eppure, se riflettiamo sugli argomenti usati contro gli abusi intraumani, constatiamo facilmente come in questi casi venga avanzata esclusivamente una condanna di natura etica direttamente riferita allo stato soggettivo sperimentato dall’individuo abusato – si pensi ad esempio alla tragedia dei deportati sotto il regime nazista. Riconosciamo dunque che per condannare pratiche di abuso contro esseri umani non si avanzano argomenti di altra natura oltre quelli concernenti la sfera etica, perché comprendiamo che questi sono in sè sufficienti a comprovarne la radicata ingiustizia. Anzi, proporre argomenti di diverso genere probabilmente susciterebbe (giustamente) in noi sentimenti di profondo sdegno.

Non voglio ora passare per un illuso visionario. Sono ben consapevole che per la stragrande maggioranza delle persone la specie umana è considerata in una condizione morale eccezionale rispetto alle altre specie animali e che dunque, per tale motivo, risulta superfluo l’uso di altri argomenti oltre quelli etici per condannare una pratica di abuso contro esseri umani. Tuttavia, io credo che siamo proprio noi attivisti a sostenere e perpetuare questo atteggiamento mentale pregiudizievole quando usiamo gli AI, giacchè stiamo veicolando esattamente lo stesso messaggio: in effetti, comunichiamo (consapevolmente) che la sola tragedia dell’individuo non umano non è di per sé motivo sufficiente per l’abolizione dello sfruttamento degli animali e pertanto dobbiamo fare riferimento a ragioni che invochino interessi profondamente egoistici a livello di individuo e di specie.

Se gli AI sono accolti con meno resistenza dal pubblico ciò è dovuto proprio al tipo di comunicazione usata, una comunicazione che si muove sullo stesso piano morale e che come tale viene percepita rassicurante nelle sue conclusioni implicite su un rapporto tra umano e non-umano di tipo dominante-dominato. La nostra consapevolezza di attivisti della condizione di degradazione morale dei non-umani nella società odierna dovrebbe invece persuaderci a lavorare congiuntamente per modificare tale dominante visione, ciò che può essere reso possibile solo con un uso coerente di argomentazioni su presupposti antispecisti.

Gli argomenti indiretti positivi

Tuttavia, come ho inizialmente accennato, ritengo vi siano anche AI che invece possono e devono essere usati (AI positivi o AIp), in quanto esenti dalle varie problematiche qui descritte relative agli altri AI (AI negativi o AIn) e, in particolare, possono coesistere in abbinamento all’argomentazione etica senza avallare un concetto dell’animale quale oggetto ad uso umano. Parallelamente, l’uso di questi AI è importante in quanto si rivelano funzionali a contrastare un effettivo ostacolo all’abolizione di una pratica di sfruttamento animale. Come esempio, illustrerò qui il doppio argomento nutrizionale-culinario relativo alla questione alimentare.

Molte persone che, spinte da considerazioni di ordine etiche, vorrebbero adottare una dieta vegana, si sentono frenate in questa loro intenzione poiché temono che una dieta vegana sia sbilanciata e pericolosa per la salute. È pertanto importante rassicurare il pubblico sull’adeguatezza nutrizionale di una dieta vegana. Tuttavia, io distinguo nettamente l’argomento nutrizionale qui indicato da quello strettamente salutistico, che ha a che fare con discorsi su malattie cardiovascolari, cancro, diabete, ecc., normalmente associato a quello nutrizionale dai promotori degli AI e che io considero un AIn.

Tuttavia, l’argomento nutrizionale da solo non è sufficiente a promuovere un cambiamento dietetico. Moltissime persone sono letteralmente dipendenti dal senso del gusto, e la diffusa convinzione che una dieta vegana sia una dieta povera negli ingredienti e scarsa nei sapori, rappresenta un altro forte ostacolo alla sua accettazione. Pertanto, tutte le iniziative volte a far conoscere il ricco lato culinario della dieta vegana sono di estrema importanza per la sua promozione presso il pubblico. Inoltre, con l’argomento culinario, si riesce a suscitare un’associazione mentale decisamente favorevole tra dieta vegana, forte stimolazione dei sensi (tramite il richiamo a sapori intensi, odori piacevoli e colori allegri) e sensazioni positive quali soddisfazione, allegria e felicità, evitando al contempo di angosciare l’interlocutore prospettandogli le più temute malattie della nostra epoca. D’altra parte, essere vegani non dovrebbe nemmeno essere solo una questione di fornelli, ingredienti e ricette, ignorandone l’aspetto etico: mangiare vegano e, perché no, con gusto, è e dovrebbe essere prima di tutto una scelta motivata dal fermo rifiuto di sfruttare e uccidere animali.

Vorrei evidenziare l’importante differenza tra l’argomento nutrizionale-culinario e gli argomenti salutistico e ambientalistico: mentre le persone possono essere frenate dall’intraprendere una dieta vegana perché la ritengono inadeguata sul piano nutrizionale o insoddisfacente sul piano culinario, lo stesso non si può dire per gli aspetti salute/ambiente: le persone non sono frenate dall’intraprendere una dieta vegana perché ne ignorano i vantaggi per la salute o per l’ambiente. Questi possono essere al limite considerati degli incentivi (carichi dei molteplici rischi osservati) ma non degli effettivi impedimenti.

Oltre all’argomento nutrizionale-culinario della questione alimentare, possono poi essere considerati AIp anche quelli relativi alla cosmetica cruelty-free, l’abbigliamento cruelty-free e in generale ogni altro argomento in grado di favorire la prassi vegana. Altri AIp possono essere invece ricondotti alla trattazione di metodiche alternative non cruente, ad esempio per la gestione della fauna selvatica o urbana (ratti, piccioni, colombi, ecc.).

Sugli altri argomenti indiretti (e sulla sperimentazione animale)

L’uso degli AIn è molto frequente nella prassi animalista e non limitato solo a quelli sopra indicati. Altri AIn vengono usati nella propaganda del vegetarianismo (ad esempio l’influenza positiva che una dieta vegetariana avrebbe sul problema della fame nel mondo) o in altri ambiti della questione animale (ad esempio, relativamente alla caccia, viene fatto osservare che tale attività provoca un alto numero di feriti e morti accidentali tra gli esseri umani), tutti assimilabili dal comune appello a ragioni diverse da quelle etiche e riferibili a problematiche di interesse egoistico-antropocentrico.

In questo articolo ho proposto una discussione di carattere generale sugli AI, ma la questione permette di essere ulteriormente analizzata nell’esame degli aspetti più particolari relativamente all’argomento singolarmente considerato, contro cui si potrebbero avanzare considerazioni simili nelle premesse generali e altre più specifiche. Una mia breve riflessione su alcune potenziali problematiche connesse all’uso specifico degli AI usati nella questione alimentare la potete leggere » qui. Di seguito intendo solo proporre alcune considerazioni in merito al tema rilevante della sperimentazione sugli animali (SA) (che ho ulteriormente trattato in maniera più specifica e approfondita » qui).

Per molti, l’accettabilità di tale pratica è promossa, oltre che da più persuasive convinzioni antropocentriche, anche dalla radicata credenza di una sua effettiva indispensabilità per il cosiddetto progresso scientifico [3] e dunque per favorire la salute umana (tramite lo sviluppo della scienza biomedica). Anche in questo caso abbiamo dunque a che fare con un evidente ostacolo all’abolizione della correlata pratica dello sfruttamento medico-scientifico degli animali. In base a questa premessa, l’uso dell’argomento critico-scientifico alla SA si rivela pertanto decisamente utile nel supporto alle ragioni etiche. Qualcuno potrebbe però giustamente osservare che, similmente agli AIn, anche questo argomento è in conflitto con il concetto di animale quale soggetto di diritti e può alimentare – e in effetti alimenta – l’idea dell’animale-oggetto, nello specifico dell’animale come strumento da laboratorio.

Per tale motivo credo che, come attivisti, dovremmo fermamente evitare l’uso dell’argomento critico-scientifico, limitandoci piuttosto a sostenere quelle realtà (associazioni di medici e di ricerca e medici conferenzieri) più adatte alla diffusione di questo aspetto della SA e certamente più competenti e credibili. Come attivisti per gli animali e in considerazione della più persuasiva influenza di radicate credenze specistiche nel supporto del pubblico alla SA (negli esperimenti vengono usati non-umani e non esseri umani solo in base a considerazioni etiche e non scientifiche), dovremmo impegnarci in una chiara condanna della pratica sperimentale in quanto causa di segregazione, sofferenza e morte degli animali e non perchè criticabile sul piano scientifico. D’altra parte, forse dovremmo anche evitare di svalutare la tesi critico-scientifico alla SA proponendo personali interpretazioni e considerazioni da profani, proprio perchè l’aspetto scientifico risulta un campo estraneo alle nostre competenze di attivisti.

Le ragioni etiche: semplici ed efficaci

Credo che noi attivisti non dovremmo mai riferirci agli animali come pietanze deleterie per la salute o agglomerati nocivi per l’ecologia terrestre o strumenti inadeguati per la ricerca scientifica. Quando ci rendiamo conto che stiamo parlando degli animali come fossero semplici oggetti, dovremmo fermarci e riflettere. Noi siamo pienamente consapevoli dell’assoluta rilevanza morale degli animali non umani e della sistematica oppressione cui sono ordinariamente sottoposti per mano umana, ed è questa consapevolezza che credo dovremmo trasmettere al mondo.

Proporre altri argomenti oltre quelli etici sposta l’attenzione dalla tragedia degli animali a problemi di altra natura, certo importanti, ma non rilevanti per chi è impegnato nella liberazione animale. Sono argomenti estranei alle nostre mete, al di fuori delle nostre competenze e che, dopotutto, suonano poco credibili sulle nostre bocche: siamo attivisti per gli animali, non specialisti di nutrizione, professori di ecologia o ricercatori universitari. E, dopotutto, in tal modo finiamo solo per perdere credibilità e coerenza anche quando vogliamo far valere le nostre salde posizioni morali.

Servendoci di altre ragioni ricorriamo ad argomenti non solo difficili da esplicare per noi e da recepire per gli altri, ma per di più deboli. Diciamocelo onestamente: non vi è alcuna necessità di diventare vegetaliani [4] per avere una buona salute o evitare tragiche conseguenze ambientali. Mangiare una bistecca ogni tanto o farsi una pizza margherita il sabato sera non ha mai ucciso nessuno, nè porterà al collasso ambientale. Se poi crediamo che sperimentare su specie diverse da quella umana sia un errore metodologico, cosa dire della sperimentazione veterinaria sulla stessa specie di destinazione?

Tutto ciò è davvero ironico quando invece possiamo disporre di una ragione semplice, chiara e diretta: gli animali non umani meritano lo stesso rispetto degli esseri umani perché in entrambi i casi stiamo parlando di esseri senzienti. È un messaggio tanto facile da comprendere quanto forte e penetrante nella sensibilità umana: davvero io non riesco a credere che esista un solo essere umano mentalmente lucido che, per quanto possa essere stato imbarbarito nella compassione, in qualche punto della propria coscienza, pur se ben nascosto e al buio, non venga tuttavia toccato dall’empatia suscitata dalle nostre ragioni etiche.

Riassumendo

Prima di chiudere, vorrei riassumere brevemente quelli che credo essere i tre principali punti critici degli argomenti indiretti negativi:

1) fanno uso di un linguaggio che accetta, favorisce e comunica una ruolo dell’animale quale oggetto ad uso umano;
2) comunicano che la sola tragedia dell’individuo non umano non è di per sè motivo sufficiente per l’abolizione dello sfruttamento degli animali;
3) spostano l’attenzione dalla tragedia degli animali a problemi di altra natura.

Gli argomenti indiretti positivi, invece, possono essere riconosciuti in quanto funzionali a contrastare un effettivo ostacolo all’abolizione di una pratica di sfruttamento animale.

Con questo articolo non ho voluto fornire vie maestre da seguire, che non è nelle mie portate e intenzioni, ma ho voluto solo esprimere le mie personali considerazioni in proposito. Fino a non molto tempo fa sostenevo l’utilità degli AI. Oggi rifiuto questo approccio. In futuro non escludo che possa ancora giungere ad altre conclusioni. Ma, con questo articolo, soprattutto, spero di stimolare un’utile riflessione nel lettore, e non necessariamente con conclusioni concilianti con le mie.

Riccardo B.

 

Per un approfondimento dell’argomento, suggerisco in aggiunta anche la lettura dell’articolo Argomenti estrinseci e argomenti intrinseci: strategie per la diffusione dei diritti animali, di Katherine Perlo, apparso sul primo numero della rivista Liberazioni nel giugno del 2010 (pag. 57). Buona lettura.

Se hai trovato questo articolo interessante, puoi ripubblicarlo sul tuo blog o su qualsiasi altro sito. Si chiede solamente la citazione dell’autore (Riccardo B.) e un link all’articolo stesso (in quanto gli articoli possono essere soggetti a modifiche e aggiornamenti). Per maggiori informazioni consulta la pagina sul copyright.

Ultima modifica: 29 gennaio 2014

Note:
1. Il termine veganismo, insieme ai suoi derivati lessicali, non indica semplicemente l’adeguamento ad una serie di norme dietetiche basate sull’esclusione di tutti i cibi di origine animale, bensì una filosofia di vita basata sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali, in cui le norme dietetiche ne rappresentano solo un aspetto. Talvolta, per enfatizzarne l’aspetto etico, si usa anche la locuzione veganismo etico.
2. In questo articolo uso il termine vegetarianismo e i suoi derivati lessicali per riferirmi sia al modello alimentare latto-ovo-vegetariano sia al modello alimentare vegano.
3. Chiarisco meglio la mia posizione su questo punto. Personalmente, seppure credo che abbia dei grossi limiti nella rigorosità scientifica, non ritengo che la SA sia una metodologia inattendibile, come spesso dichiara parte della propaganda animalista. Tuttavia, sebbene la SA sia effettivamente in grado di produrre validi risultati per la conoscenza scientifica, ciò non significa che lo sviluppo e l’uso di metodi che non richiedano impiego di animali non risultino produttivi ai fini del progresso scientifico. Qualcuno potrebbe obiettare che, tuttavia, il progresso scientifico così ottenuto non sarebbe comunque equiparabile a quello che è possibile ottenere con l’applicazione della SA (una obiezione che rimane solo una ipotesi, dal momento che non è possibile prevedere a priori lo sviluppo futuro dell’applicazione di metodiche non ancora note). Ciò nonostante, pur volendo accettare tale obiezione, ciò non significa che la SA sia indispensabile al progresso scientifico. Dopotutto, anche la SA produce un progresso scientifico non equiparabile a quello che si otterrebbe con la sperimentazione su esseri umani, ma ciò non significa che la sperimentazione su esseri umani sia indispensabile al progresso scientifico.
4. Il termine vegetalismo, insieme ai suoi derivati lessicali, indica il veganismo dietetico, ovvero il veganismo inteso come pratica alimentare basata sull’esclusione di tutti i cibi di origine animale.

 

8 commenti per “Alcune considerazioni sugli argomenti indiretti”

  1. Massimo

    Sono totalmente d’accordo. La questione animale è etica. Di fronte a questi infiniti massacri ed abusi, parlare d’altro è ammissibile solo come corollario.

    La questione etica è così abnormemente grande ed il non volerla affrontare rende l’uomo inteso come razza umana così spaventosamente piccolo.

    Un articolo molto bello che condivido sul mio facebook. Grazie

  2. Riccardo

    ciao Massimo e grazie. Sto leggendo proprio ora altri articoli sugli argomenti indiretti, la questione è molto interessante.

  3. Massimo

    Ciao Riccardo. Anche io a volte uso degli argomenti indiretti, ma sempre specificando che il Punto con la P maiuscola è etico. Se prendo per il culo Serena Williams o Clinton che diventano vegan per ragioni salutistiche, faccio un esempio, asserisco certo che l’alimentazione vegan fa bene alla salute. Aggiungo però che non è certo per la propria salute che “bisogna” “diventare” “vegan”. Ed introduco la questione etica, che è l’unica rilevante. Sì è una questione interessante.

  4. Riccardo

    Così la vedo anch’io, tra l’altro ho notato che quando ci si attacca troppo all’argomento salute poi è molto facile finire in discorsi dove ognuno tira fuori la sua teoria per dire che è meglio questa o quell’altra dieta, che la carne cruda fa bene, che i cereali cotti fanno male…

  5. Rita

    Condivido e sottoscrivo ogni singola riga e parola di questo ottimo articolo.
    Se avessi dovuto scrivere io le mie riflessioni in proposito avrei scritto esattamente quello che hai scritto tu.
    Peraltro, qualsiasi dieta condotta per soli motivi salutistici, prevede anche degli “sgarri”. Per dire, io penso che le patatine nei sacchetti facciano male, ma poiché sono buone ogni tanto le mangio. Chi continua a considerare gli animali solo una pietanza e non esseri senzienti con diritti, prima o poi, pure adottando una dieta vegetariana, tornerà a mangiarli, anche se saltuariamente. Nessuno riesce ad essere tanto oltranzista nel condurre una dieta per soli motivi salutistici. Solo le motivazioni etiche sono davvero cogenti.
    Inoltre non comprendo gli attivisti che insistono nel promuovere l’argomento della salvaguardia dell’ambiente: a coloro che non importa nulla della vita di altri esseri senzienti, vuoi che glie importi qualcosa dell’ecosistema? Sì, ci sono gli ambientalisti stile Greenpeace, contro la pesca selvaggia ecc., quindi preoccupati dell’ecosistema, ma per questi la singola vita animale non ha valore inerente, ma solo in rapporto al mantenimento dell’equilibrio dell’ecosistema.

    Saluti e complimenti per aver esposto così bene le tue riflessioni.

  6. Rita

    P.S.: ti condivido anche su FB e poi nei prossimi giorni anche sul mio blog.

  7. Riccardo

    ciao Rita, infatti, la definizione di vegetariano salutista in effetti non è molto plausibile, al limite possiamo parlare di semivegetariani, come hai ben detto un vegetariano coerente è solo chi è motivato da ragioni etiche (e, direi, forse anche quei vegetariani che provano repulsione per l’associazione al sangue (forse: e i gamberetti?) o per chi ritiene disgustoso il sapore della carne (e anche del pesce: esisterà qualcuno?)). Non che si voglia fare una distinzione elitaria tra vegetariani salutisti ed etici, ma è una constatazione giusta da fare

    > ti condivido anche su FB e poi nei prossimi giorni anche sul mio blog.

    un giorno diventerò famoso :-)

    ciao a presto

  8. Siamo difensori degli animali, non difensori della scienza | Stop Vivisection

    [...] e si riveli estremamente controproducente per la nostra posizione e la nostra causa. Come altri argomenti indiretti simili usati da una parte della propaganda animalista, anche l’argomento critico-scientifico [...]

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