Nuova indagine: gabbie italiane per uova DOC

Una nuova indagine di Nemesi Animale svela la realtà della produzione di uova nel nostro paese

 

 

Secondo i dati dell’Unione Nazionale Avicoltura [1], in Italia nove uova su dieci sono prodotte in allevamenti in batteria italiani, come quello mostrato nell’indagine. Nel 2002 su un totale di quasi 13 miliardi di uova, 10 miliardi sono state prodotte da galline prigioniere in queste gabbie. Negli stati dell’UE, su un totale di circa 300 milioni (300.000.000) di galline, ben 270 milioni (270.000.000) sono allevate in gabbia.

Cosa ci dicono questi numeri? Che non è possibile allevare 300 milioni di galline con metodi biologici: questo richiederebbe molta più terra disponibile e un maggiore consumo di cibo e acqua. Allevamenti come quello mostrato nel video esistono non perchè vi sono allevatori crudeli felici di rinchiudere le galline in simili inferni, ma perchè questo tipo di produzione è l’unico che permette di soddisfare l’elevata richiesta di uova dei consumatori ad un prezzo vantaggioso.

Chi consuma uova, anche se provenienti da allevamenti biologici o di altro tipo, sta comunque sostenendo indirettamente l’esistenza di questi inferni. Quand’anche si comprassero solo uova biologiche, chi compra prodotti contenenti uova quali dolci, biscotti o merendine, sta sostenendo direttamente l’esistenza di questi inferni, perchè è da questi inferni che l’industria alimentare – dalla grande multinazionale fino al piccolo fornaio vicino casa – si rifornisce.

Smetti di consumare uova. Diventa vegan. Se sei un vegetariano etico, rifletti la prossima volta che mangerai un uovo. Ricorda che un uovo, da qualunque allevamento provenga, comporta sempre l’uccisione di una gallina.

Un lavoro davvero lodevole questo degli attivisti di Nemesi Animale [» per saperne di più]. È importante che anche in Italia inizino a girare documenti che rivelino la condizione degli animali allevati nel nostro “Belpaese”, ancora troppo spesso legato ad immagini campestri con animali al pascolo.

Ed è importante che simili indagini vengano svolte da persone serie e ispirate e non da associazioni dai ricchi fondi che intendono promuovere uno sfruttamento di galline fuori dalle gabbie per farle finire in enormi capannoni industriali (cosiddetti “allevamenti a terra”), spacciando tali inferni come ambienti rispettosi del “benessere animale”: l’unico benessere accettabile per un animale è quello della libertà.

L’azienda visitata dagli attivisti di Nemesi Animale (proprietaria anche di altri capannoni simili) detiene imprigionate 200 mila (200.000) galline, e  produce in un solo giorno 150 mila uova. La tragedia personale e la disperazione, il tormento, la sofferenza vissuti da ognuna di queste creature, non possono essere nemmeno lontanamente concepiti. Ed è questa la realtà della produzione di uova, per chi vuole vedere la realtà [» per saperne di più].

L’inferno dell’allevamento in gabbia è reso, per quanto possibile, ancora più terribile dal totale disprezzo delle più elementari norme sul benessere animale: le scene presentate dagli attivisti mostrano animali morti, feriti, malati, lasciati nel completo abbandono. Eppure la Asl locale, che dovrebbe garantire il rispetto delle leggi sul benessere animale, afferma che negli ultimi controlli nell’azienda non è stata riscontrata nessuna irregolarità [2].

Ma la verità è che né gli allevatori né gli ispettori sono interessati al rispetto del benessere animale, nonostante  questa formula funzioni a meraviglia per far credere al consumatore che negli allevamenti possa davvero esistere uno sfruttamento nel rispetto dello sfruttato.

 

Note
1. Unione Nazionale Avicoltura, Dal 2004 il guscio diventa etichetta.
2. Nemesi Animale, Investigazione Bruzzese, secondo la Asl tutto in regola.

 

Edoardo Stoppa: il fratello cattivo degli animali

L’inviato di Striscia la notizia chiede che migliaia di maiali siano restituiti all’allevatore: i paradossi del protezionismo

Ho già parlato in un altro articolo [1] di un pessimo servizio sugli animali mandato in onda dal programma tv Striscia la notizia. Guardo poco la televisione, e ancor più di rado questo programma, e le poche volte che mi è capitato di vedere altri servizi dell’inviato che si occupa degli animali, Edoardo Stoppa (chiamato nel programma come il fratello degli animali) ho avuto sempre da storcere il naso, a parte qualche caso su canili lager, che generalmente trovano sempre una buona accoglienza nel grande pubblico, o, più recentemente, sull’allevamento Green Hill, inquadrato però sempre in un’ottica zoofila (ovvero: la preoccupazione riguarda solo i cani di Green Hill, non c’è nessuna condanna delle inenarrabili crudeltà perpetrate in laboratorio su altri animali quali topi, ratti o maiali). Ma nella puntata del primo dicembre è stato oltrepassato ogni limite alla decenza e al rispetto degli animali.

I due presentatori hanno annunciato il nuovo servizio parlando di un caso di maiali: questo mi ha incuriosito, anche se non mi aspettavo nulla di buono. L’inizio è già preoccupante: Edoardo Stoppa intervista un allevatore. Questo si lamenta perché il suo allevamento di maiali è stato messo sotto sequestro – a causa di un contenzioso con un fornitore di mangimi [2] – e gli animali non vengono più nutriti adeguatamente. Dunque chiede di potersi occupare dei maiali in modo da non lasciarli morire: ovviamente perchè preoccupato delle perdite economiche per ogni animale “perso”, anche se questo non viene detto.

Edoardo Stoppa parla di oltre 30.000 suini: si tratta quindi di un allevamento intensivo, come testimoniano anche le immagini quando l’inviato stesso ne percorre i corridoi. Chi si interessa dei problemi degli animali conosce bene quali sono le condizioni di vita dei maiali negli allevamenti intensivi: sovraffollamento, sporco, sofferenza, pazzia da stress, malattie, somministrazioni intensive di antibiotici, elevata mortalità e altro ancora. A ciò si aggiungono pratiche crudeli quali l’estirpazione dei testicoli, l’amputazione della coda e il taglio dei denti nei cuccioli e il confinamento in assoluta immobilità per mesi delle scrofe gravide. Una situazione di assoluta sofferenza per questi poveri animali [» per saperne di più].

Eppure, non è certo questo il problema per l’inviato di Striscia la notizia mentre si aggira per l’allevamento. Ci mostra prima un maiale morto, poi si preoccupa dei piccoli affamati: «tutto questo perché non hanno l’alimentazione giusta e non (continua…)

LAVORI IN CORSO

Cara visitatrice, caro visitatore,

sono già oramai quattro anni che questo blog ha visto la luce. In questi quattro anni sono cambiate molte cose nel mio modo di pensare e di vedere la lotta per i diritti animali. In molti vecchi articoli il mio pensiero di allora non rispecchia il mio pensiero di adesso. Per questo motivo sto riaggiornando i vecchi articoli, nel contenuto, nella forma e nello stile, in modo che gli articoli siano più completi, leggibili e dunque più utili alla divulgazione di informazioni, così importante per la nostra causa. Altri articoli sono stati cancellati, perchè li ritenevo inutili se non in alcuni casi persino dannosi.

Se sei stanco e annoiato di girovagare tra i meandri più bui e oscuri della rete ;-) e vuoi fare una pausa, qui sotto trovi la lista aggiornata di tutti gli articoli che ho finora rivisto.

Ciao e buona lettura,
Riccardo

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Il WWF e i testimoni della crudeltà – parte I

Cacciatori per l’industria della pelliccia tra i testimonial di una campagna del WWF
di Riccardo B.

Nell’immaginario collettivo il WWF rappresenta per molti un’organizzazione che agisce anche per la protezione degli animali. E il famoso panda che hanno nel logo sembrerebbe suggerire proprio questa idea. Eppure, un esame più attento mostra un’altra realtà. Anche molti soci e semplici simpatizzanti del WWF sensibili e umani e che inorridiscono di fronte a pratiche crudeli quali la vivisezione, la caccia o la pesca ignorano quale sia la reale posizione del WWF in merito a tali pratiche, così come vegetariani consapevoli del nefasto impatto degli allevamenti sull’ecosistema rimarrebbero sorpresi di fronte ad alcune originali trovate del WWF. Semplicemente il WWF considera gli animali come semplici risorse umane, come meri oggetti a disposizione dell’uomo, numeri di calcoli biologici. E da questa visione limitata non può che emergerne la colpevole accettazione e, in alcuni casi, il pieno sostegno delle peggiori crudeltà sugli animali.

Una visione generale del WWF riguardo la sua concezione del mondo animale si può avere sbirciando tra le pagine della sua campagna Testimoni del clima [1], un’iniziativa, lanciata dall’organizzazione nel 2005, per dare voce a persone di ogni parte del mondo per testimoniare degli effetti osservati in seguito ai cambiamenti climatici. Tra i molti “testimoni” troviamo, a ragione, agricoltori che lamentano gli impatti sulla produzione dei terreni o altri professionisti costantemente a contatto con la natura, come sommozzatori, alpinisti, geografi, guide turistiche o fotografi naturalisti, che illustrano i cambiamenti nel clima e nel paesaggio osservati. Testimonianze arrivano anche dai paesi più poveri, come contadini che narrano dello straripamento dei laghi e dei fiumi a causa dello scioglimento dei ghiacciai e di altre alterazioni naturali con gravi ripercussioni per la loro esistenza.

Non mancano però testimonianze di persone che vivono in società dove la caccia o la pesca rappresentano ancora una normale forma di sostentamento e che lamentano la maggiore difficoltà nel cacciare o nel pescare a causa della riduzione del numero degli animali o delle mutate abitudini di questi. Certo chi sostiene seriamente i diritti animali non si perde in accuse di crudeltà contro queste popolazioni, poiché caccia e pesca sono attività normalmente praticate nei nostri “civili” paesi non già per necessità ma per puro divertimento. (continua…)

This is life

Questo documentario sulla carne, prodotto negli USA nel 1950 dall’American Meat Institute, è decisamente un modello esemplare di propaganda dell’industria della carne, non da meno, per intenzioni, argomentazioni ingannevoli e spirito di persuasione, ai documentari antisemiti della propaganda nazista. Ciò che emerge con maggiore impatto è il tono rassicurante, sereno e confortevole dell’intero filmato: l’obiettivo ci mostra simpatici bambini al bancone della macelleria e famiglie serene raccolte intorno alla calda tavola apparecchiata, la pomposa voce narrante che accompagna le scene, il tutto avvolto da cori angelici e soavi.

L’immagine presentata degli animali allevati è quella che ancora oggi convince di più la massa e tranquillizza la coscienza dei consumatori di carne: animali felici e scorrazzanti tra verdi distese di erba e fattorie riscaldate dal sole. E non bisogna pensare che nel 1950 negli Stati Uniti non esistesse già l’allevamento intensivo: certo, la strage degli animali a quell’epoca era poca cosa rispetto all’odierno quotidiano massacro ripetuto all’infinito nei nostri allevamenti e mattatoi, tuttavia bisogna ricordare che il boom dell’allevamento industriale si è avuto proprio negli anni 50.

Come lo stesso utente che ha orgogliosamente caricato il filmato su GoogleVideo nota, il documentario mostra l’intero processo di produzione della carne: mancano però le scene del macello. Infatti gli animali, dopo essere stati mostrati su verdi prati e intorno a bucoliche fattorie, si trasformano magicamente in carne, salsicce e prosciutti pronti ad essere lavorati con passione all’interno degli impianti di macellazione, fino ad arrivare al bancone della macelleria e da qui al forno della famiglia, per coronare infine dignitosamente il piatto sulla tavola. E questo è esattamente quello che l’industria della carne è riuscita così eccellentemente a costruire nella mente del consumatore: l’atto sanguinario e crudele dell’uccisione dell’animale non esiste, non si avvera nella mente del consumatore di carne. L’animale passa la sua vita felice e spensierato, da lì perde la sua identità e separatamente troviamo al suo posto un prodotto da mangiare a tavola: l’animale diventa, come lo ha definito la Adams, un “referente assente” [» L’animale come referente assente].

(continua…)

The Hidden Death

Foto tratta dalla serie The Hidden Death (2010) di Tommaso Ausili. La serie, realizzata in diversi mattatoi e dedicata alla morte degli animali destinati all’alimentazione, è stata premiata al Sony World Photography Award 2010. Da un’intervista rilasciata [» Collettivo WSP: Intervista a Tommaso Ausili] così Tommaso Ausili racconta la scelta di questo tema:

Avevo voglia di confrontarmi con un tema importante, un argomento universale, che riguardasse tutti senza distinzioni di epoche o territori. Ho scelto di raccontare l’uccisione degli animali per scopi alimentari perché mi sono accorto che, nonostante questa venga perpetrata fin da quando l’uomo ha mosso i primi passi su questo pianeta, è ancora un argomento controverso e non completamente accettato. In altre parole mi sono reso conto che nonostante siamo tutti consapevoli che le bistecche non crescono sugli alberi, tendiamo a rimuovere il fatto che ci nutriamo del frutto di un’uccisione e che la collocazione dell’uomo al vertice della catena alimentare provoca in molti un senso di colpa. Come se il pensiero della morte disturbasse la vita e quella ricerca della felicità, del benessere a tutti i costi a cui tendiamo. E, anche per questo motivo, ci permettiamo il lusso di poter porre un intermediario tra noi e la produzione del nostro cibo. Questo privilegio, però, ci porta spesso a dimenticare l’origine del cibo stesso, che sempre più spesso troviamo trasfigurato e pre-confezionato, e ci allontana dalla “verità”, dalla conoscenza.

Ho avuto un grande timore, mentre affrontavo questo lavoro: quello di poter in qualche modo strumentalizzare e sensazionalizzare quello a cui stavo assistendo, oltre alla paura di non essere capace di poter veicolare un messaggio così importante. Ho capito che avrei dovuto trovare la chiave giusta per raccontare una cosa che non vogliamo vedere e considerare. Ho compreso che mostrare l’orrore puro e semplice non solo non sarebbe stato rispettoso nei confronti degli animali che vedevo morire impotente, ma soprattutto non sarebbe stato il modo migliore per indurre l’osservatore a riflettere su un tema a cui quotidianamente sceglie di non pensare. Sbattere in faccia all’osservatore solo il sangue e l’aspetto più brutale della produzione della carne lo avrebbe allontanato ancora di più da quello su cui, invece, volevo invitarlo a riflettere. (continua…)

Cosmetici cruelty-free: alcune risposte

Una serie di risposte alle affermazioni confuse e fraudolente sul cruelty-free
ultimo aggiornamento: 20 gennaio 2012

 

Ho iniziato a scrivere questo articolo in forma di FAQ quando su alcuni noti siti e forum frequentemente venivano fatte affermazioni confusionarie riguardo ai prodotti cruelty-free con l’evidente scopo di scoraggiarne l’acquisto. Lo scopo originario di queste FAQ era dunque fare chiarezza sul tema del cruelty-free a fronte di queste affermazioni fraudolente.

Tuttavia negli ultimi tempi queste persone hanno ritenuto più conveniente per la propria attività commerciale adottare una posizione in parte favorevole al cruelty-free e conseguentemente anche le loro affermazioni sono improvvisamente cambiate. Nonostante ciò queste FAQ restano comunque utili a fare chiarezza sull’argomento e a fornire risposte semplici e chiare a quelle persone interessate al cruelty-free.

Quando una ditta si può definire cruelty-free?
Una ditta viene definita cruelty-free se e solo se aderisce allo Standard Non testato su animali. Lo Standard Non testato su animali è uno standard internazionale approvato da ECEAE – European Coalition to End Animal Experiments (per l’Europa), con a capo la BUAV – British Union for the Abolition of Vivisection (visita anche www.gocrueltyfree.org), e da CCIC – Coalition for Consumer Information on Cosmetics (per Stati Uniti e Canada) e sostenuto da associazioni antivivisezioniste di tutto il mondo. Lo Standard si applica solo alle aziende che producono cosmetici (make-up e prodotti per l’igiene personale) e detergenti per la casa. In tutto il mondo sono circa 150 le aziende che hanno finora aderito allo Standard.

Esistono altri standard che certificano aziende cruelty-free?
No. L’unico standard di riferimento è lo Standard Non testato su animali. Qualsiasi altro standard non ha alcuna utilità nel contrastare la sperimentazione animale per l’industria cosmetica. Anche VeganOK, un’autocertificazione a pagamento italiana, così come qualificate e serie certificazioni estere per prodotti vegani, non offrono alcuna garanzia che assicuri il riconoscimento di prodotti cruelty-free come stabilito dallo Standard. (continua…)

Promiseland contro volontari animalisti

Citati in giudizio perché criticano l’azienda che gestisce Promiseland e VeganOK
Fonte: AgireOra Network (» visualizza articolo)
10 agosto 2011

[COMUNICATO]
L’AZIENDA CHE GESTISCE PROMISELAND E VEGANOK CITA IN GIUDIZIO VOLONTARI ANIMALISTI ACCUSANDO DI “CONCORRENZA” I LORO PROGETTI NON-PROFIT E VUOLE ZITTIRE LA LORO OPERA INFORMATIVA SUL CRUELTY-FREE TACCIANDOLA DI “DENIGRAZIONE”
10 agosto 2011

NRG30 srl, l’azienda di cui Sauro Martella è legale rappresentante, intraprende un’azione legale contro tre volontari animalisti: Marina Berati, coordinatrice del network animalista AgireOra, autrice di libri sulla scelta vegan e relatrice in conferenze e corsi sullo stesso argomento; Andrea Sozzi, ideatore, realizzatore e gestore del più frequentato sito di community vegan, VeganHome; e Ariella Martino, nota blogger nel settore del lifestyle e della moda vegan.

I tre si sono visti recapitare un atto di citazione che li vedrà in tribunale tra pochi giorni, con la richiesta di cancellazione di una specifica discussione sul forum di VeganHome in cui si parla del “Life Network” di Promiseland e in particolare dell’”autocertificazione a pagamento” VeganOK, nonché la cancellazione di tutto o parte del profilo su Facebook di Ariella Martino.

Inoltre, l’atto di citazione specifica che NRG30 si riserva di quantificare il “risarcimento dei danni materiali e morali subiti” in una fase successiva.

Tutto questo a causa di una serie di fondate critiche – sull’uso del marchio VeganOK e sui contenuti non propriamente vegan di alcuni siti del Life Network di cui Promiseland è capofila – riportate sul forum di VeganHome a partire da circa un anno fa, che nel tempo sono aumentate. Ad esempio, se uno dei siti del Life Network, Cercasalute.it divulga articoli pro-vivisezione (e non certo per criticarli) che contengono frasi del tipo “Il team ha rimosso le anche di 10 conigli e le ha rimpiazzate con prototipi identici”, non ci vuole molto a considerare questo network ben poco vegan e ben poco etico. Che poi l’unica “contromossa” decisa da Promiseland, dopo settimane di critiche, sia stata decidere che il Cercasalute non facesse più parte del Life Network, continuando però a mantenerlo con lo stesso criterio (e sempre a nome di NRG30) non depone certo a suo favore.

Tali critiche sono diffuse anche su altri forum e su Facebook e nel tempo hanno visto un numero sempre maggiore di persone, tra cui anche collaboratori di Promiseland (ora ex), rendersi conto delle incongruenze di quanto pubblicato sui siti del Life Network rispetto alla “mission” da essi dichiarata.

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La “concorrenza” del mondo del volontariato animalista

Promiseland si autodefinisce addirittura “il punto di riferimento del vivere etico vegan”; dell’insieme dei vari siti collegati, chiamati Life Network, esso afferma: “Il LIFE NETWORK guidato editorialmente da Promiseland.it ha più volte confermato il suo ruolo prioritario nel mondo dell’informazione Etica Vegan, distinguendosi come unico luogo caratterizzato da professionalità nel proprio operato quotidiano.”
[» continua a leggere l'articolo su agireora.org]

Fattoria

Fonte: Earthsave Canada, Limits to Growth: Facing Food Scarcity

Facciamo chiarezza sul cruelty-free

Troppi simboli, sigle e “autocertificazioni a pagamento” confondono gli animalisti
Fonte: AgireOra Network (» visualizza articolo)
di Marina Berati
2 agosto 2011

Una delle prime cose che si impara quando ci si avvicina al problema della vivisezione per combatterla, è che possiamo comprare cosmetici (sia make-up che prodotti per l’igiene personale) e detergenti senza crudeltà o “cruelty-free”, cioè che non incrementano la vivisezione.

Questo aspetto purtroppo è più complesso di quanto si creda e non è facile capire quali sono le marche di prodotti che si possono comprare quando si decide di non incrementare la vivisezione.

Purtroppo negli ultimi tempi si è aggiunto un ulteriore elemento che contribuisce non poco a rendere più fumosa la situazione: la diffusione del circuito pubblicitario VeganOK, una “autocertificazione a pagamento” che aggiunge confusione a una materia già complessa e allontana le persone dalle scelte realmente cruelty-free. Esaminiamo la situazione per fare chiarezza.

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Test cosmetici su animali: il problema degli ingredienti

Su questa complessità giocano coloro che vogliono spacciare certi prodotti come “cruelty-free”, siano esse le aziende produttrici o chi le pubblicizza a pagamento. Vediamo allora come fare per capire cosa bisogna comprare e cosa bisogna evitare, per non incrementare la vivisezione.

Ad oggi, nessun cosmetico come “prodotto finito” (shampoo, crema, schiuma da barba, ecc.) viene testato su animali (mentre fino a pochi anni fa anche quello poteva essere testato), mentre sono sempre obbligatoriamente testati su animali gli ingredienti che compongono quel prodotto. Questo è un obbligo di legge, non si può evitare.

E non si tratta certo di test innocui per gli animali: a parte che solo il tenere gli animali in gabbia e ucciderli a “fine uso” è un maltrattamento estremo, oltre a questo i test che gli animali devono subire sono davvero invasivi e dolorosi.

Sono più di vent’anni che la battaglia per rendere completamente illegali i test su animali per i cosmetici continua, e FORSE nel 2013 verranno vietati tutti, anche quelli sugli ingredienti, a livello europeo, ma la parola “forse” è d’obbligo, infatti sono attive diverse petizioni da parte di varie associazioni antivivisezioniste europee allo scopo di scongiurare il pericolo di slittamento di questa data. Se consideriamo che la prima pubblicazione della direttiva che avrebbe dovuto vietare tutti i test su animali per cosmetici risale al 1993, e da allora ci sono stati slittamenti continui, è facile capire come non si possa certo cantar vittoria.

(continua…)

Andare avanti

Un appello di Tom Regan per iniziare ad aprire le gabbie

Di fronte a noi si erge un’enorme muraglia, rappresentata dall’oppressione perpetrata a danno degli animali. Gli ARA [animal right activists (attivisti per i diritti animali)] hanno un obiettivo primario: rendere questa muraglia un ricordo del passato. C’è solo un piccolo problema: non c’è modo di raggiungere questo obiettivo tutto in una volta o in breve tempo. Cosa possiamo fare allora? Proseguendo con questa immagine, propongo che la muraglia venga progressivamente abbattuta togliendo un mattone per volta. Anche se oggi non possiamo abolire tutte le forme di sfruttamento animale, possiamo abolirne alcune già a partire da domani. Invece di limitarci a cercare di modificare le condizioni in cui gli animali vengono sfruttati, possiamo cercare di porre fine al loro sfruttamento.

Eccovi alcuni esempi del tipo di cambiamenti che ho in mente. Prima, però, dobbiamo presupporre che esista una forte collaborazione tra i principali gruppi per i diritti animali come pure una collaborazione attiva e corretta da parte dei singoli ARA. In alcuni casi saranno necessarie nuove leggi, il che significa che gli ARA devono essere disposti a scendere nell’arena politica, tenendo presenti le sue numerose insidie e i suoi numerosi difetti. Gli ARA potranno anche essere chiamati a compiere azioni dirette, sia sotto forma di disobbedienza civile che di salvataggio pubblico [1]. A volte alcuni di noi potrebbero dover fare qualcosa di illegale. Ecco un possibile elenco di alcune delle gabbie che possono essere aperte:

- eliminazione degli spettacoli circensi con elefanti e altri animali;
- liberazione dei delfini attualmente imprigionati negli acquari;
- cessazione completa delle battute di caccia in scatola [2];
- abrogazione totale delle corse dei levrieri;
- niente più allevamenti di animali da pelliccia;
- fine dei massacri delle foche;
- eliminazione della didattica con animali;
- basta dog lab [3];
- bando dell’uso degli animali in test di tossicità, a cominciare dall’LD50;
- fine delle “sottrazioni dai canili” [4];
- totale eliminazione degli intermediari con licenza di classe B [5].

(continua…)

Gabbie vuote

Diventare difensori dei diritti animali insieme a Tom Regan
di Riccardo B.

Gabbie vuote -  di Tom Regan (2004)
“Ai temporeggiatori, ovunque si trovino”: questa la dedica di apertura di Gabbie vuote. Dedica che mette in evidenza fin da subito l’intento divulgativo del testo. Quest’opera, scritta da Tom Regan, uno dei maggiori portavoce filosofici del movimento di liberazione animale, non è un testo di filosofia, come ci si potrebbe aspettare da un filosofo, né un libro scritto pensando a chi ha già abbracciato la causa della liberazione animale. È stato scritto pensando a chi è sulla strada del “temporeggiatore”.

Come Regan li definisce, i “temporeggiatori” sono tutte quelle persone che, a differenza dei “vinciani” (gli attivisti che fin da bambini hanno un innato senso di profonda empatia con gli animali) e dei “damasceni” (coloro che da un giorno all’altro, a seguito di una esperienza sconvolgente, sviluppano una coscienza animalista), «diventa attivista per i diritti animali semplicemente avanzando a tentoni, prima imparando una cosa, poi un’altra; sperimentando prima questo e poi quello; facendo domande, trovando alcune risposte; prendendo una decisione per volta».

E, come narra nelle prime pagine più intime del libro, Tom Regan stesso è stato un temporeggiatore: da ragazzo appassionato di pesca e, anche se non cacciatore, fremente di andare a caccia di cervi, dissezionatore disinvolto di animali al liceo, ex-garzone di macelleria e, più tardi, padre con famiglia frequentatore di McDonald’s, zoo e circhi, durante i suoi anni di attivista contro la guerra in Vietnam ebbe un’illuminazione leggendo un testo di Gandhi, la cui condotta morale non violenta implicava anche l’astensione dalla carne. Così, negli anni seguenti, già professore di filosofia, iniziando dapprima a cercare risposte sulle ragioni dei diritti umani, arriverà a farsi domande e a trovare risposte sulle ragioni dei diritti animali.

(continua…)

Mattatoio

Foto tratta dalla serie Mattatoio (1961) di Mario Giacomelli, realizzata nei macelli comunali di Senigallia. In occasione di una intervista commentò così il ricordo di questi scatti:

Al mattatoio volevo capire da vicino come avveniva l’uccisione delle bestie, perchè il solo pensarci mi metteva tristezza. Al maiale io sapevo che tagliavano la gola, ho visto invece che lo colpiscono alla tempia, in fronte, qui, con una rivoltella e allora stramazzavano al suolo; gli tiravano su le gambe con un colpo e poi… tan! Ma non è questo che mi ha messo paura.

Da sopra buttavano giù i maiali, si vede nelle fotografie; dal camioncino che avevano scivolavano giù, così. Li vedevo da dove stavo a fotografare. I maiali, poverini, si mettevano, se questo è il muro, con la testa a ventaglio , così: qui c’era la testa di uno, qui la testa di un altro, come un ventaglio… E gridavano, con una tale forza! Questo fatto mi ha messo un tale male dentro l’anima che ho preso e sono fuggito subito, di corsa.

Mi sembrava che capissero proprio. Capiscono: un uomo con un bastone e una grossa corda non riusciva a tenere ferma una mucca che stavano portando dentro per ucciderla; per fortuna era legata con la corda, perchè se no sarebbe fuggita! Mica ce la facevano a tenerla! Solo dopo è riuscito a darle una legata; c’erano dei pali di ferro, l’ha legata lì. Non ci riusciva perchè lo senti che loro sanno che le uccidono. Gridano proprio, non vogliono. Quello dei maiali era proprio un grido… Sai quando i bambini piccoli tutto ad un tratto si mettono a piangere? Mi ha fatto così male il cuore che ho preso e ho detto: basta, vado via, non voglio saperne più niente. Potevo ritornare, conoscevo chi ci lavorava, avevo il permesso, ma non sono tornato più, non ne ho più avuto il coraggio.

Si ringrazia Simone Giacomelli per la gentile autorizzazione per l’immagine.

Anche Hitler era vegetariano

Se Hitler era vegetariano… parliamo di antispecismo
Fonte: Veganzetta n. 2
di Luca Carli
2011

È capitato a molti di noi, nel  perorare la causa della liberazione animale, di sentirsi prima o poi  dire “anche Hitler era vegetariano”, affermazione a volta formulata nel più sofisticato costrutto “anche i nazisti erano amici degli Animali”. Di fronte a tali affermazioni, la reazione tipica degli attivisti – a parte l’irritazione dovuta al fatto che il primo venuto dei carnivori specisti, che in genere non ha mai  fatto nulla contro il razzismo, si permetta di formulare simili obiezioni a chi considera la lotta di liberazione animale come  la  logica  prosecuzione delle lotte antirazziste e antisessiste – è quella di dichiararne la falsità storica, ripetendo quello che, bene o male, si può leggere su molti testi e siti “animalisti”. Si cerca pertanto di ricordare quale  fosse il piatto preferito da Hitler e il nome della cuoca che glielo cucinava [1], oppure ci si avventura in una ricostruzione storica dell’operato del NSDAP, il partito nazionalsocialista tedesco, in tema  di  legislazione sui  diritti animali, ricordando come  le tre  leggi emanate nel triennio 1933/1935, ossia la legge sulla protezione degli animali  (Tierschutgesetz) del 24-11-1933, la legge per la limitazione della caccia (Das Reichsjagdgesetz) del 03-07-1934 e la legge per la protezione della natura (Reichsnaturschutzgesetz) del 01-07-1935, regolamentassero sì l’utilizzo degli Animali i quali, tuttavia, potevano continuare a essere cacciati, mangiati, usati come cavie, ecc.

Se fosse tutta qui, la questione sarebbe molto semplice e facilmente superabile facendo riferimento a una  più corretta ricostruzione storica. In realtà il discorso è più complicato in quanto tali affermazioni, sia che vengano  dette  da un perfetto sconosciuto o che vengano riportate  da alcuni studiosi come Luc Ferry o Roger Scruton [2], una volta pronunciate provocano comunque un nocumento al movimento animalista in quanto,  facendo  leva sull’enorme carica emotiva legata al nazismo, screditano lo stesso agli occhi di chi ci sta ascoltando o,  più in generale, dell’opinione  pubblica. Risulta pertanto necessario porsi l’interrogativo se le riposte che comunemente si danno, seppur corrette, siano le più efficaci da un punto di vista comunicativo, nonché se siano in grado di ritorcere in qualche modo l’accusa ricevuta nei confronti di chi  l’ha lanciata.

Si può dire che delle risposte che si limitano a confutare tali affermazioni esclusivamente sul  piano della verità (falsità in  questo caso) storica sono necessarie ma non sufficienti: necessarie perché ristabilire  la verità storica dei fatti è fondamentale  per  poter incominciare a riflettere sugli accadimenti, non sufficienti perché limitate e limitanti. (continua…)

Force feeding under scrutiny

Documentario di 15 minuti sull’allevamento delle anatre per la produzione del patè de foie gras (patè di fegato ingrassato), reclamizzato come una “delizia per buongustai” ma ottenuto con un metodo terribile. Ogni anno, più di venticinque milioni di oche e anatre vengono allevate per il foie gras in vari paesi.  Il foie gras d’anatra copre quasi l’intero mercato, mentre quello d’oca, più “prelibato”, copre un mercato limitato. La Francia, il maggior produttore mondiale di foie gras (78,5 per cento del totale), lo esporta in quasi cento paesi, compresa l’Italia, dove questo tipo di allevamento è vietato per la crudeltà che implica per gli animali, così come in altri paesi europei e del mondo. Il fatto che però il foie gras venga continuato ad essere venduto nel nostro paese e in altri dove ne è proibito l’allevamento, chiarisce quanto sia facile aggirare una legge a protezione degli animali. È in corso una petizione per l’abolizione del foie gras [» firma la petizione].

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