Una nuova indagine di Nemesi Animale svela la realtà della produzione di uova nel nostro paese
Secondo i dati dell’Unione Nazionale Avicoltura [1], in Italia nove uova su dieci sono prodotte in allevamenti in batteria italiani, come quello mostrato nell’indagine. Nel 2002 su un totale di quasi 13 miliardi di uova, 10 miliardi sono state prodotte da galline prigioniere in queste gabbie. Negli stati dell’UE, su un totale di circa 300 milioni (300.000.000) di galline, ben 270 milioni (270.000.000) sono allevate in gabbia.
Cosa ci dicono questi numeri? Che non è possibile allevare 300 milioni di galline con metodi biologici: questo richiederebbe molta più terra disponibile e un maggiore consumo di cibo e acqua. Allevamenti come quello mostrato nel video esistono non perchè vi sono allevatori crudeli felici di rinchiudere le galline in simili inferni, ma perchè questo tipo di produzione è l’unico che permette di soddisfare l’elevata richiesta di uova dei consumatori ad un prezzo vantaggioso.
Chi consuma uova, anche se provenienti da allevamenti biologici o di altro tipo, sta comunque sostenendo indirettamente l’esistenza di questi inferni. Quand’anche si comprassero solo uova biologiche, chi compra prodotti contenenti uova quali dolci, biscotti o merendine, sta sostenendo direttamente l’esistenza di questi inferni, perchè è da questi inferni che l’industria alimentare – dalla grande multinazionale fino al piccolo fornaio vicino casa – si rifornisce.
Smetti di consumare uova. Diventa vegan. Se sei un vegetariano etico, rifletti la prossima volta che mangerai un uovo. Ricorda che un uovo, da qualunque allevamento provenga, comporta sempre l’uccisione di una gallina.
Un lavoro davvero lodevole questo degli attivisti di Nemesi Animale [» per saperne di più]. È importante che anche in Italia inizino a girare documenti che rivelino la condizione degli animali allevati nel nostro “Belpaese”, ancora troppo spesso legato ad immagini campestri con animali al pascolo.
Ed è importante che simili indagini vengano svolte da persone serie e ispirate e non da associazioni dai ricchi fondi che intendono promuovere uno sfruttamento di galline fuori dalle gabbie per farle finire in enormi capannoni industriali (cosiddetti “allevamenti a terra”), spacciando tali inferni come ambienti rispettosi del “benessere animale”: l’unico benessere accettabile per un animale è quello della libertà.
L’azienda visitata dagli attivisti di Nemesi Animale (proprietaria anche di altri capannoni simili) detiene imprigionate 200 mila (200.000) galline, e produce in un solo giorno 150 mila uova. La tragedia personale e la disperazione, il tormento, la sofferenza vissuti da ognuna di queste creature, non possono essere nemmeno lontanamente concepiti. Ed è questa la realtà della produzione di uova, per chi vuole vedere la realtà [» per saperne di più].
L’inferno dell’allevamento in gabbia è reso, per quanto possibile, ancora più terribile dal totale disprezzo delle più elementari norme sul benessere animale: le scene presentate dagli attivisti mostrano animali morti, feriti, malati, lasciati nel completo abbandono. Eppure la Asl locale, che dovrebbe garantire il rispetto delle leggi sul benessere animale, afferma che negli ultimi controlli nell’azienda non è stata riscontrata nessuna irregolarità [2].
Ma la verità è che né gli allevatori né gli ispettori sono interessati al rispetto del benessere animale, nonostante questa formula funzioni a meraviglia per far credere al consumatore che negli allevamenti possa davvero esistere uno sfruttamento nel rispetto dello sfruttato.
Note
1. Unione Nazionale Avicoltura, Dal 2004 il guscio diventa etichetta.
2. Nemesi Animale, Investigazione Bruzzese, secondo la Asl tutto in regola.





Ho iniziato a scrivere questo articolo in forma di FAQ quando su alcuni noti siti e forum frequentemente venivano fatte affermazioni confusionarie riguardo ai prodotti cruelty-free con l’evidente scopo di scoraggiarne l’acquisto. Lo scopo originario di queste FAQ era dunque fare chiarezza sul tema del cruelty-free a fronte di queste affermazioni fraudolente.
Di fronte a noi si erge un’enorme muraglia, rappresentata dall’oppressione perpetrata a danno degli animali. Gli ARA [animal right activists (attivisti per i diritti animali)] hanno un obiettivo primario: rendere questa muraglia un ricordo del passato. C’è solo un piccolo problema: non c’è modo di raggiungere questo obiettivo tutto in una volta o in breve tempo. Cosa possiamo fare allora? Proseguendo con questa immagine, propongo che la muraglia venga progressivamente abbattuta togliendo un mattone per volta. Anche se oggi non possiamo abolire tutte le forme di sfruttamento animale, possiamo abolirne alcune già a partire da domani. Invece di limitarci a cercare di modificare le condizioni in cui gli animali vengono sfruttati, possiamo cercare di porre fine al loro sfruttamento.
Gabbie vuote - di Tom Regan (2004)






































