Archive for the '01. Scelta veg' Category

08th feb 2010

Intervista ad uno pseudoecologista: come ignorare il problema carne

Molte persone oggi affermano di essere attente alle problematiche dell’ambiente. Quando però si discute del fatto che l’allevamento di animali è una delle principali cause di distruzione del globo terrestre, non è insolito sentirsi elencare tutta una serie di ragioni sconclusionate per cui è giusto mangiare carne. Tristemente un simile atteggiamento è frequente anche tra molte di quelle persone che si definiscono ecologisti ma che non intendono rinunciare per nessuna ragione al mondo alla loro bistecca. Un esempio illuminante e allo stesso tempo divertente e desolante ci è offerto da una intervista televisiva, risalente allo scorso anno, al responsabile agricoltura di Legambiente Guglielmo Donatello, il cui unico problema sembra essere come aggirare il problema degli allevamenti e del consumo di carne.

Nella puntata del programma il conduttore Fabrizio Frizzi parla di un articolo del Corriere della sera, dall’eloquente titolo Il Lord che studia il clima: «Diventate vegetariani»,  in cui viene evidenziato il legame tra allevamenti e riscaldamento globale. Fabrizio Frizzi dice chiaramente: «Secondo Lord Stern of Brentford, una delle massime autorità sui cambiamenti del clima, per combattere i cambiamenti climatici dovremmo diventare tutti vegetariani». Poi, rivolgendosi al responsabile di Legambiente, spiega che «secondo i dati dell’Onu, la produzione di carne è responsabile del 18% delle emissioni globali di anidride carbonica». Quindi gli chiede cosa ne pensa. Il Donatello, evidentemente confuso e molto incerto, inizia dapprima deviando il discorso su altri binari, spiegando che l’agricoltura attuale usa molto azoto (nello stato di confusione in cui si trova si riferisce all’azoto al femminile: “la quale”), per poi portare avanti un discorso sconclusionato e poco chiaro, esprimendosi in termini vaghi («secondo me…», «credo…») e senza mai riferirsi alla carne e agli allevamenti, finendo per concludere che, quindi, ciò che occorre fare non è agire sul proprio stile alimentare, bensì che «dobbiamo porci di cambiare il modello agricolo». Un’intervista davvero bizzarra, se si pensa che abbiamo a che fare con un “esperto in materia” che inoltre rappresenta Legambiente, una delle principali associazioni ambientaliste in Italia.

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13th ott 2009

Quanta energia si perde con una bistecca

Il viaggio dell’energia dal sole alle piante agli animali fino alla bistecca

Sfogliando un mio vecchio libro scolastico del secondo anno di superiori (Biologia, di D. G. Mackean), casualmente mi sono imbattuto in un paragrafo dove viene spiegata l’inefficienza energetica di un sistema alimentare basato sul consumo di cibi animali. Il paragrafo si trova in uno degli ultimi capitoli, che solitamente vengono tralasciati durante il percorso scolastico. Tuttavia è sorprendente constatare come una nozione elementare e allo stesso tempo così importante riportata su un testo scolastico per ragazzi non sia nota alla stragrande maggioranza della popolazione. Nella parte conclusiva si spiega anche perchè, dal punto di vista esaminato, è preferibile l’allevamento intensivo degli animali, a fronte dei tanto acclamati vantaggi degli allevamenti biologici che, ancora una volta di più, si confermano solo fantasia se il numero di animali allevati non diminuisce.

Il flusso dell’energia

L’energia solare viene trasformata in energia chimica durante il processo di fotosintesi. [...] L’energia solare immagazzinata sotto forma di energia chimica da parte degli organismi autotrofi (piante) viene detta produttività primaria lorda. Naturalmente, non tutta questa energia è disponibile come nutrimento per gli organismi eterotrofi (animali): in parte viene utilizzata dalla pianta stessa per tutte le sue attività vitali, in parte viene dispersa sotto forma di energia termica. L’energia che rimane ed è potenzialmente disponibile per gli eterotrofi costituisce la produttività primaria netta. La produttività primaria netta rappresenta di solito l’80-90% della produttività primaria lorda. [...]

Gli erbivori, i diretti utilizzatori della produttività primaria, non sono dei rielaboratori molto efficienti del materiale vegetale, ne assimilano mediamente soltanto il 10-20% e ne eliminano il resto sotto forma di feci. [...] Ma anche del materiale vegetale assimilato solo una parte viene utilizzata per la crescita trasformandosi in carne; il resto fornisce l’energia necessaria all’animale per svolgere le sue attività vitali o viene disperso sotto forma di calore. La produttività secondaria netta degli erbivori è quanto rimane a disposizione dei carnivori consumatori di erbivori.

(continua…)

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13th lug 2009

Un mare di sofferenza

Il dolore e la paura degli animali marini
di AlanAdler

La distanza emotiva che divide l’animale umano dagli altri animali dei quali si ciba è più che mai evidente nel caso dei pesci. Non infrequentemente, persino chi, spinto da compassione, rinuncia a nutrirsi delle carni degli animali terrestri, continua tuttavia a nutrirsi di quelli marini, ritenendoli molto probabilmente più vicini al regno vegetale che non a quello animale. Questo freddo atteggiamento nei confronti dei pesci risulta evidente anche nel ciclo di allevamento e uccisione, poiché, se per gli altri animali allevati si parla spesso di (ipocrite) norme a tutela del loro benessere, nel caso dei pesci la loro sofferenza non è vincolata in alcun modo. A tutt’oggi, il limite massimo di densità in allevamento non è disciplinato da nessuna legge. Allo stesso modo, per l’uccisione di questi animali non esiste alcuna tutela alla loro sofferenza: non vi è nessuna forma di stordimento, come previsto invece per gli altri animali allevati per l’alimentazione. I pesci vengono semplicemente uccisi, per soffocamento o con altre modalità cruente. Prima dell’ultimo momento di vita, c’è sempre lunga agonia, mentre l’animale avverte lentamente, tra gli spasmi della sofferenza, l’approssimarsi della fine.

Oltre a tutto ciò, se è vero che per quanto riguarda gli altri animali allevati a scopi alimentari possiamo parlare di un enorme massacro, nel caso dei pesci assistiamo ad una ecatombe indescrivibile: il numero delle creature marine che (continua…)

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09th feb 2009

Il benessere animale secondo Tom Regan

Secondo Tom Regan, le condizioni di benessere animale non differiscono da quelle valide per gli esseri umani
di Alan Adler
ultimo aggiornamento: 25 luglio 2009

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di “benessere animale”, un termine abusato ma tuttavia poco chiaro e dal significato vago ma rassicurante. Le cosiddette “leggi sul benessere animale” vengono evocate spesso in riferimento all’allevamento industriale, citate come garanzia di un trattamento adeguato e rispettoso della natura dell’animale. Nel nostro paese, come in tutte le società dove vi è una forte domanda di cibi animali, la gran parte degli animali allevati per l’alimentazione viene sfruttata in strutture industriali, le uniche in grado di soddisfare l’elevata richiesta del mercato. Ad esempio, nel 2002, in Italia, su 12 miliardi e 800 milioni di uova prodotte, oltre 10 miliardi provenivano da allevamenti in batteria [1]. Capire quindi in che misura si possa realmente parlare di benessere animale in un allevamento intensivo, e capire cosa implichino le leggi sul benessere animale in queste strutture, significa conoscere quale sia il destino che, con le nostre scelte alimentari, riserviamo a milioni di animali allevati nelle moderne aziende zootecniche.

Per parlare di benessere animale occorre prima di tutto capire quali condizioni indichino benessere (o malessere) per un animale. Essendo l’uomo stesso un animale, non dovrebbe essere difficile cogliere le analogie tra noi e gli altri animali per quanto riguarda le condizioni che possano creare situazioni di benessere (o malessere). Tuttavia, chiederci se effettivamente un animale non umano sia in grado di sperimentare benessere non è una domanda oziosa. Secondo Tom Regan sì: gli animali sono in grado di sperimentare benessere, e in modo assai simile a quanto avviene per gli esseri umani [2].

Per Regan, il benessere di un individuo è strettamente legato alla sua capacità di agire autonomamente. Gli individui autonomi sono quegli individui che hanno delle preferenze (ovvero desideri e obiettivi), nonchè la capacità di agire per il loro soddisfacimento: gli animali, come gli esseri umani, soddisfano tali requisiti, (continua…)

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15th dic 2008

Vegan: per le persone, per il pianeta, per gli animali

Essere vegan significa agire in prima persona per la salvezza della Terra e di tutti i suoi abitanti umani e non. Il video, ben curato e delizioso (privo di immagini cruente) spiega in maniera chiara e semplice quali sono le ragioni che spingono numerosissime persone a scegliere di essere vegan, e quali sono le conseguenze delle nostre scelte alimentari sul pianeta e i suoi abitanti.

Il video è realizzato da NonviolenceUnited (il video originale in inglese può essere visionato direttamente sul loro sito » qui). La versione italiana è a cura di Progetto Vivere Vegan (il video può essere visionato direttamente sul loro sito » qui). La versione ad alta risoluzione (275 MB) può essere scaricata » qui. Il video può essere visionato direttamente su GoogleVideo » qui.

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25th nov 2008

Allevamento biologico: alternativa possibile o utopia alternativa?

È possibile sperare in una vita migliore per gli animali mangiando carne e scegliendo allevamenti biologici?
di AlanAdler
ultimo aggiornamento: 27 luglio 2009

Negli ultimi anni, grazie soprattutto alla diffusione di Internet, un gran numero di persone è venuto a conoscenza delle terribili condizioni degli animali rinchiusi negli allevamenti intensivi. Ciò ha contribuito in maniera decisiva ad avvicinare numerose persone in tutto il mondo alla scelta vegetariana e vegana. Parallelamente, una maggiore attenzione nella società verso il benessere animale ha portato molte altre persone a scegliere prodotti provenienti da allevamenti più “naturali”, in cui gli animali vivono in maniera più “dignitosa”. Questo atteggiamento, seppur apprezzabile in quanto rivela senza dubbio una certa attenzione e preoccupazione per l’animale allevato, non è però in grado di raggiungere l’obiettivo che si prefigge - ovvero porre fine alle forme intensive di allevamento - ma solo di aggirare momentaneamente il problema. Il discorso infatti va allargato dalla propria soglia personale e temporale ed esteso su larga scala e a lungo tempo.

Una premessa è indispensabile per capire le ragioni dell’allevamento intensivo. Il principio che guida l’allevamento intensivo è la massimizzazione della produzione per assecondare le forti richieste del mercato. Nella seconda metà del Novecento il consumo di carne pro capite è più che raddoppiato, insieme alla crescita della popolazione: di conseguenza, il consumo totale di carne in tutto il mondo è aumentato di 5 volte. In Italia, negli anni ‘50 il consumo di carne era di 18 kg pro capite annui: oggi è di circa 80 kg. Analogamente, anche il consumo di latte, latticini e uova è aumentato in maniera esponenziale, a partire dalla (continua…)

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09th giu 2008

L’importanza di diventare vegetariani

Il Veronesi e i perchè della scelta vegetariana
Fonte: La Repubblica
di Umberto Veronesi, medico oncologo
6 giugno 2008

Ciò che il vertice Fao “ha dimenticato” di discutere è il cuore del problema della fame nel mondo, che non è solo legato ai costi di produzione e distribuzione dei cibi, ma soprattutto alle abitudini alimentari della popolazione del pianeta. Occorre una rivoluzione nell’alimentazione dei paesi ricchi per dare il via concretamente e subito ad una soluzione della tragedia dei paesi poveri, dove si soffre la fame. Noi siamo alle prese con il problema opposto: aumenta l’obesità fra i nostri figli, le nostre adolescenti anoressiche usano il troppo cibo come ricatto e se ne privano fino a lasciarsi morire, la nostra dieta opulenta ci fa ammalare sempre di più.

Proprio su questi temi si riuniranno a Venezia a settembre alcuni fra i maggiori esperti per la Quarta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza: Food and Water for Life. Io penso che l’ingiustizia alimentare sia una delle peggiori iniquità dei nostri tempi: una questione di civiltà e di cultura, che ci riguarda tutti da vicino. C’è un comportamento individuale responsabile, infatti, che può contribuire a riequilibrare questi due drammatici estremi ed è la riduzione del consumo di carne.

Molti uomini di scienza e pensiero hanno creduto che la scelta vegetariana fosse quella giusta per l’armonia del pianeta. Dal genio rinascimentale di Leonardo da Vinci, che non poteva sopportare che i nostri corpi fossero le tombe degli animali, fino ad Albert Einstein, il più grande scienziato del Novecento, che presagiva che nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla Terra, quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana. Anch’io sono convinto che il vegetarianesimo sia inevitabile, per tre motivi.

(continua…)

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26th mar 2008

Se il pianeta muore di bistecca

Mario Tozzi sul perchè non mangiare carne
Fonte: La Stampa.it (» visualizza articolo)
di Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, giornalista
25 marzo 2008

Proviamo a riflettere ancora una volta sulla scelta degli uomini di “sacrificare” animali in grandi quantità in occasione delle feste comandate, magari appena dopo un digiuno o un venerdì “di magro”. Atteso che quasi nessuno ricorda più neppure lontanamente l’eventuale origine religiosa o tradizionale, resta l’ecatombe priva di senso logico e del tutto fuori linea rispetto al futuro ambientale del pianeta.

Non è questione di empatia con altri esseri viventi. Non è, in altre parole, questione di decine di migliaia di agnelli sgozzati, di centinaia di migliaia di maiali dissanguati e milioni di polli costretti a vivere tutta la loro vita nello spazio di un foglio A4: nessun animale si comporta così verso gli altri, e già questo uso industriale e massivo di altri viventi ci porrebbe oggettivamente fuori dal corso naturale della storia del pianeta. Il fatto è che gli uomini non nascono carnivori né predatori, al contrario, come testimoniamo i ritrovamenti paleontologici per anni male interpretati: noi eravamo oggetto della caccia di tigri dai denti a sciabola insieme ai mammuth, non gli uccisori degli altri. Dentizione, lunghezza dell’intestino e molti altri caratteri testimoniano che eravamo destinati a mangiare vegetali e solo occasionalmente proteine di origine animale, carogne o animali malati cacciati per caso, un po’ come fanno altri primati.

Non è neppure questione di salute, sebbene da tempo i dati medici espongano molto chiaramente che un eccesso di consumo di carni produca malattie cardiovascolari, diabete e tumori. I tre milioni di danesi che furono costretti dall’embargo del 1917 a una dieta di patate e orzo (da grandi consumatori di burro, latte e carni bovine che erano) videro ridotto il tasso di mortalità di quasi il 35 per cento. Come a dire che vivere al vertice della scala delle proteine è piuttosto un rischio che non un vantaggio. Nelle culture carnivore occidentali l’incidenza del tumore al colon è dieci volte superiore a quella delle culture vegetariane asiatiche, tanto da arrivare alla conclusione che la sola quantità ottimale di consumo di carne rossa è zero.

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13th mar 2008

Enzo Maiorca: vi racconto il mio mare

Emozioni e perplessità del grande apneista
Fonte: WWF Italia (» visualizza articolo)
di Lucio Biancatelli
9 novembre 2005

«Da anni non vedo più una cernia, né un’aragosta, in mare non c’è più nulla. Sono spariti i ricci, e pensare che una volta si andava in mare con l’ago per togliere le spine dei ricci dai piedi dei bambini. Oggi non ce n’è più bisogno». Enzo Maiorca è venuto a trovarci al WWF per parlare della nostra campagna per una pesca sostenibile [NdR (AnimalStation): il WWF preferisce appoggiare la cosiddetta "pesca sostenibile", di dubbia validità, piuttosto che una più coerente e decisiva scelta vegetariana], della quale ha accettato con entusiasmo di diventare “ambasciatore”. Chi di noi non lo conosceva ha scoperto un personaggio ricco di umanità e cultura, e dalle mille storie da raccontare sul mare e la sua vita. Abbronzatissimo, fisico asciutto e in gran forma («ogni giorno corro per 5 chilometri sulla spiaggia») ci stupisce perché a tavola ci guarda mangiare ma lui ordina solo frutta. «Da sempre sono abituato così: il pranzo lo salto». Maiorca ancora oggi va sott’acqua, e non potrebbe essere altrimenti: scende fino a 40-50 metri. Ma non è più come una volta.

Il mare ieri e oggi
«Nel 1943 avevo 12 anni: grazie ad una maschera antigas adattata, ho dato la mia prima sbirciatina al mare. Era come la tavolozza di un pittore impazzito, come il regno in cui Poseidone allevava i suoi sudditi. Gorghi, grotte, praterie di posidonia, chiazze di sabbia. Un brulichio di colori. Sotto ogni anfratto mandrie di ombrine. Ovunque si ammiravano cernie, polpi, murene. Mi innamorai del mare dal punto di vista somatico. Ma oggi il mare ha perso l’identità cromatica, e anche le sue caratteristiche organolettiche, gli odori. Gli scogli millenari hanno ceduto il passo alle scogliere artificiali, non vedo più le cernie, le aragoste, o i branchi
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12th mar 2008

La paura e il dolore di una carpa presa all’amo

Uno studio scientifico sui meccanismi fisiologici del dolore nel pesce
Fonte: La Stampa - Tuttoscienze
di Bruno D’Udine, etologo, ecologo e giornalista scientifico
3 giugno 1987

Nel porsi come dominatore del mondo animale l’uomo infligge spesso dolore fisico alle diverse specie, a vario titolo, e crea situazioni di paura negli animali con cui interagisce. La condizione di paura è oggettivamente una condizione di sofferenza e va quindi seriamente considerata in un discorso etico sulla sperimentazione sugli animali o sulle altre attività umane che possono indurre questa condizione. Una definizione della condizione di paura può essere questa: una situazione che viene sollecitata da stimoli specifici che in natura dà normalmente luogo a un comportamento di fuga o di difesa. Gli animali imparano a temere certe situazioni come risultato del dolore o dello stress sperimentato e possono quindi cercare di sottrarvisi o di evitarle.

La condizione di paura si accompagna nell’uomo e negli animali a marcate alterazioni fisiologiche. Il battito cardiaco tende ad aumentare e di conseguenza il ritmo circolatorio: molti neuromediatori vengono a più livelli coinvolti e provocano numerose alterazioni metaboliche. Gli animali possono mostrare diversi segni caratteristici di paura e di volta in volta possiamo osservare l’emissione di segnali d’allarme, pilo-erezione, espressioni facciali di paura. Possono comparire risposte stereotipate o altre che implicano fuga, aggressività, immobilità fino alla simulazione della morte. I giovani gabbiani, ad esempio, scelgono quest’ultima strategia quando sono minacciati e impauriti. Corrono al coperto e si fingono morti finché non odono il richiamo di uno dei genitori. Animali cresciuti in isolamento mostrano con maggior frequenza segni (continua…)

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08th mar 2008

È allarme pesce

Mario Tozzi ci invita a non distruggere il mondo marino dalla nostra tavola
Fonte: Consumatori (» visualizza articolo)
di Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, giornalista
settembre 2006

La percezione sicura e definitiva di aver oltrepassato i limiti dello sviluppo, gli uomini non la trarranno dal surriscaldamento dell’atmosfera o dalla fine delle risorse, ma dall’esaurimento del pesce del mare. Oggi negli oceani resta solo il 10 per cento dei pesci di grandi dimensioni di cui ci siamo abbuffati per secoli e merluzzi o tonni sono ormai condannati: non ce ne accorgiamo per via di un gigantesco processo di sostituzione che ha progressivamente variato il menu, ma non ci sono ormai più candidati al rimpiazzo. E la colpa è molto chiara: distrugge molto di più la pesca industriale che non l’inquinamento dei mari, visto che i pescatori raccolgono, ma non seminano, e che neppure l’acquacoltura è esente da problemi ambientali irresolubili.

Gli animali del mare sono formidabili: guardiamo il tonno rosso, che ha addirittura sangue caldo ed è un organismo dalle prestazioni paragonabili a una fuoriserie. O l’Arctica islandica, mollusco che campa fino a 150 anni, mentre noi facciamo festa in tutto il mondo se qualche nostro esemplare arriva a 120. O i merluzzi del Grand Banks di Terranova, oppure le spigole e i delfini de La Manica o il pesce specchio: un patrimonio inestimabile di biodiversità che stiamo perdendo senza fare alcunché per arrestare la pesca industriale e i suoi rovinosi processi di cattura con reti che sconvolgono il fondo dei mari e depredano un patrimonio che è di tutti.

La domanda cruciale è proprio questa: di chi è il mare? È forse dei pescatori? La risposta è no, il mare è di tutti noi, ed è dunque da questa presa di coscienza che può partire la sua salvezza futura e un eventuale (continua…)

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24th gen 2008

Il Metodo Albanesi: come denigrare la dieta vegetariana/vegana

Analisi di un articolo denigratorio sull’alimentazione vegetariana/vegana
di AlanAdler
ultimo aggiornamento: 13 maggio 2010

Provando a digitare su Google le parole racchiuse tra virgolette “dieta vegana” possiamo trovare una bella sorpresa. Nella prima pagina che il nostro amato motore di ricerca ci restituisce troviamo elencati siti molto interessanti e di giusta considerazione, come il sito della SSNV – Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana, il sito italiano dell’IVU – International Vegetarian Union e siti di divulgazione medica come Dica33. In cima alla tanto agognata classifica di Google troviamo però al primo posto, con nostra grande sorpresa, un articolo del sito Albanesi.it.

Tale sito ruota attorno alla figura di un certo Roberto Albanesi. Il signor Roberto Albanesi è laureato in ingegneria elettronica, come si può leggere nella biografia sul suo sito, e nel tempo libero si diletta uccidendo animali (è un appassionato di caccia). Il sito si presenta legato al benessere a 360 gradi, con sezioni sulla nutrizione, sullo sport, sulla psicologia e sulla salute in generale. Il sito propone anche l’avveniristico “Metodo Albanesi: dimagrisci e rinasci”, presentato clamorosamente nel più classico dei modi come “l’ultima rivoluzione nell’affollatissimo campo delle soluzioni per avere un corpo magro”.

(continua…)

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05th gen 2008

Anche l’insalata soffre!?!

I vegetali soffrono davvero come alcune persone sostengono?
Fonte: Vegan3000 (» visualizza articolo)
di Emanuela Barbero

Giustificare l’uccisione degli animali per nutrirsene sulla base dell’assunto che “anche i vegetali soffrono” equivale ad affermare che un animale ed un vegetale soffrono allo stesso modo, cosa che invece non ha alcun fondamento scientifico, infatti un animale non può certamente essere equiparato ad un vegetale. Da un punto di vista scientifico effettivamente questo sofisma non regge, poiché gli animali hanno un sistema nervoso (del quale fanno parte i nervi sensitivi muniti di recettori del dolore) in grado di percepire il dolore in maniera simile a come lo percepiamo noi umani. Nel caso delle “informazioni” riguardo al dolore che prova un animale, esse arrivano infatti al cervello esattamente come accade per gli esseri umani. Nelle piante invece tutto questo semplicemente non può verificarsi, essendo esse sprovviste di sistema nervoso centrale. Pertanto la tipologia delle loro “sensazioni” - anch’esse scientificamente dimostrate - non viene in nessun caso elaborata dal sistema nervoso (in esse inesistente), il solo in grado di tradurre queste stesse sensazioni trasformandole in effettivo dolore. La differenza “scientifica” tra animali e vegetali - e della loro conseguente reazione agli stimoli del dolore - è pertanto sostanziale ed inequivocabile.

La logica che, poiché anche i vegetali soffrono nell’essere mangiati giustifica il fatto di continuare a far soffrire e a mangiare assieme ad essi pure gli animali, porta conseguentemente ad accettare, sullo stesso principio, il fatto che, poiché anche gli animali soffrono, è lecito che soffrano pure gli umani. E’ una semplice (continua…)

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07th dic 2007

Obesità e strategie alimentari

L’obesità nel mondo e la dieta vegana come approccio ottimale
di AlanAdler
ultimo aggiornamento: 12 settembre 2008

Il problema dell’obesità e la prevenzione
Il benessere uccide. Oggi l’epidemia killer numero uno dei paesi ricchi è l’obesità. Obesità e sovrappeso (rispettivamente riconducibili a BMI - Body Mass Index, Indice di Massa Corporea - superiore a 25 e 30), sono condizioni associate a morte prematura e ormai universalmente riconosciute come fattori di rischio per le principali malattie croniche: malattie cardiovascolari (a loro volta causa numero uno di mortalità nei paesi industrializzati), ictus, diabete, alcuni tumori (endometriale, colorettale, renale, della colecisti e della mammella in post-menopausa), malattie della colecisti, osteoartriti, disfunzioni sessuali e via di seguito [5]. Basti pensare che chi pesa il 20  per cento in più del proprio peso ideale vede crescere di un quarto i propri rischi di morire di infarto rispetto alla popolazione normopeso e del 10 per cento di morire di ictus. Se il peso supera del 40 per cento il valore consigliato, il rischio di morire per qualsiasi motivo sale oltre il 50 per cento e aumenta di tre quarti il rischio di ictus mortale e del 70 per cento quello di morte per infarto. La mortalità per diabete cresce  incredibilmente del 400 per cento [1]. Non a caso, più del 50 per cento degli ipertesi è in sovrappeso, l’85 per cento dei diabetici di tipo 2 è obeso, l’80 per cento dei soggetti con malattie cardiovascolari è in sovrappeso oppure obeso [18]. Un articolo del New England Journal of Medicine ha dimostrato che l’obesità è il più importante fattore di rischio indipendente per i tumori, individuando nell’obesità la principale causa di morte prevenibile, seguita, e non preceduta, dal fumo di sigaretta [8]. Bisogna inoltre considerare anche le ripercussioni sulla vita privata del singolo (continua…)

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27th ott 2007

Rivoluzione vegetariana

Jeremy Rifkin e le disastrose conseguenze del consumo di carne sull’ambiente
Fonte: L’Espresso (» visualizza articolo)
di Jeremy Rifkin, economista statunitense, fondatore e presidente della Foundation on Economic Trends (FOET)
traduzione a cura di Mario Baccianini
27 luglio 2007

Mentre va diffondendosi la preoccupazione per le centinaia di milioni di automobili, autobus e camion, come pure per gli aerei e i treni che emettono anidride carbonica nell’atmosfera, surriscaldano il pianeta e fanno incombere la minaccia di un radicale cambiamento climatico sulla Terra, viene quasi ignorata una fonte ancor più insidiosa di gas inquinanti. Forse potrà sorprendervi sapere che la carne che mangiamo è oggi il principale fattore di alterazione globale del clima.

Secondo un recente rapporto della Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il bestiame genera il 18 per cento dei gas di serra. Più ancora di quelli prodotti dai trasporti. Ma se gli animali da allevamento, in special modo i bovini, producono solo il 9 per cento dell’anidride carbonica derivante dalle attività umane, generano una percentuale maggiore di gas più nocivi. Come ad esempio il 65 per cento delle emissioni di protossido d’azoto, un gas che contribuisce al riscaldamento terrestre quasi 300 volte di più del biossido di carbonio, provenienti in gran parte dal letame. O il 37 per cento del metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo.

Il bestiame occupa attualmente il 26 per cento della superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci. Non solo, ma oltre un terzo delle terre coltivabili è sfruttato oggi per produrre cereali per gli animali anziché per gli uomini. Tradizionalmente, il bestiame si nutriva del foraggio delle praterie. Solo nel XX secolo si è cominciato a convertire vaste estensioni di terreno coltivabile producendo cereali per la zootecnia invece che per l’alimentazione umana, in modo che i consumatori più ricchi potessero mangiare carne di animali nutriti con questi diversi mangimi. In questo modo, molte delle popolazioni più povere del mondo sono state confinate in terre marginali, un fenomeno che ha reso sempre più difficile per milioni di persone assicurarsi (continua…)

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