19th ago 2010
Tra psicologia e animalismo
I meccanismi psicologici che l’uomo mette in atto per annullare il senso di colpa nell’infierire verso gli altri animali
Fonte: Oltre la specie (» visualizza articolo)
di Annamaria Manzoni, psicologa e psicoterapeuta
Il comportarsi in modo fisicamente crudele con gli animali è considerato nel DSM-IV, manuale diagnostico dei disturbi mentali in uso nel mondo occidentale, uno dei criteri che permettono di diagnosticare la presenza di un Disturbo della Condotta in età infantile o adolescenziale; l’avere usato crudeltà fisica agli animali, ancora nel DSM-IV, è considerato un antecedente diffuso nel Disturbo Antisociale di Personalità. Di fatto è già da alcuni decenni che gli studi psicologici hanno fatto emergere significative connessioni tra la violenza contro gli animali, agita dai bambini, e lo sviluppo contestuale o futuro di disturbi di personalità.
Ciò corrisponde per altro ad un sentire abbastanza diffuso grazie al quale molti adulti sinceramente inorridiscono davanti alle crudeltà dei bambini sugli animali, soprattutto quando queste raggiungono espressioni particolarmente sadiche ed inusuali, che travalicano atteggiamenti di violenza meno esplosiva, etichettate come “normali”.
Quindi: il sentire comune e la pratica clinica convergono nel ritenere riprovevole e indicatore di patologia il praticare crudeltà fisiche sugli animali. Ineccepibile.
Ma l’esistenza di una inconciliabile marcata contraddizione non può non emergere se si mettono a confronto queste convinzioni con la diffusa brutalità quotidianamente espressa nei confronti degli animali da quello stesso mondo adulto che contestualmente la stigmatizza con tanta decisione. Non è necessario pensare ai maltrattamenti ai limiti o fuori dalla legalità, passibili di denuncia, come i combattimenti tra cani o le corse di cavalli in situazioni estreme, e nemmeno alla caccia, che pur nella sua legittimità conserva una discutibilità fuori discussione: basta riferirsi alla nostra cultura che ammette e in tanti modi incentiva il consumo di carne e di pesce, con ciò che questo comporta: dagli allevamenti intensivi che sono veri e propri lager, alle mutilazioni inflitte ai piccoli di alcune specie, alle (continua…)
I meccanismi psicologici che l’uomo mette in atto per annullare il senso di colpa nell’infierire verso gli altri animali
Fonte: Oltre la specie (» visualizza articolo)
di Annamaria Manzoni, psicologa e psicoterapeuta
Il comportarsi in modo fisicamente crudele con gli animali è considerato nel DSM-IV, manuale diagnostico dei disturbi mentali in uso nel mondo occidentale, uno dei criteri che permettono di diagnosticare la presenza di un Disturbo della Condotta in età infantile o adolescenziale; l’avere usato crudeltà fisica agli animali, ancora nel DSM-IV, è considerato un antecedente diffuso nel Disturbo Antisociale di Personalità. Di fatto è già da alcuni decenni che gli studi psicologici hanno fatto emergere significative connessioni tra la violenza contro gli animali, agita dai bambini, e lo sviluppo contestuale o futuro di disturbi di personalità.
Ciò corrisponde per altro ad un sentire abbastanza diffuso grazie al quale molti adulti sinceramente inorridiscono davanti alle crudeltà dei bambini sugli animali, soprattutto quando queste raggiungono espressioni particolarmente sadiche ed inusuali, che travalicano atteggiamenti di violenza meno esplosiva, etichettate come “normali”.
Quindi: il sentire comune e la pratica clinica convergono nel ritenere riprovevole e indicatore di patologia il praticare crudeltà fisiche sugli animali. Ineccepibile.
Ma l’esistenza di una inconciliabile marcata contraddizione non può non emergere se si mettono a confronto queste convinzioni con la diffusa brutalità quotidianamente espressa nei confronti degli animali da quello stesso mondo adulto che contestualmente la stigmatizza con tanta decisione. Non è necessario pensare ai maltrattamenti ai limiti o fuori dalla legalità, passibili di denuncia, come i combattimenti tra cani o le corse di cavalli in situazioni estreme, e nemmeno alla caccia, che pur nella sua legittimità conserva una discutibilità fuori discussione: basta riferirsi alla nostra cultura che ammette e in tanti modi incentiva il consumo di carne e di pesce, con ciò che questo comporta: dagli allevamenti intensivi che sono veri e propri lager, alle mutilazioni inflitte ai piccoli di alcune specie, alle (continua…)
Posted by AlanAdler under
04. Animalismo varie
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Gary L. Francione insegna legge presso la Rutgers University. Nel 1989 ha tenuto il primo corso sui diritti animali e la legge in una scuola di legge americana. Il suo ultimo libro è Introduction to Animal Rights: Your Child or the Dog? (Temple University Press, 2000). Tra i libri che ha pubblicato, ricordiamo: Animals, Property, and the Law (Temple University Press, 1995), e Rain Without Thunder: The Ideology of the Animal Rights Movement (Temple University Press, 1996). È autore, insieme ad Anna Charlton, di Vivisection and Dissection in the Classroom: A Guide to Conscientious Objection, che - sia negli Stati Uniti che in altri paesi - è stato usato con successo dagli studenti per ottenere l’impiego di metodi alternativi alla sperimentazione animale . Per dieci anni, ha gestito con Anna Charlton la Rutgers Animal Rights Law Clinic, che ha offerto servizi legali gratuiti agli animalisti ed è divenuta la “mente” dell’animalismo giuridico nazionale; i documenti che ha prodotto sono disponibili sul sito 
Il toro Santanero si accasciò sulle ginocchia. Gli usciva sangue dalla bocca, a formare una pozzanghera nella polvere. Terribili ferite riempivano il suo petto e ogni respiro aumentava la sua agonia. Il toro era prossimo alla morte, ma rifiutava di morire. Fissò con tono di sfida il suo avversario, Javier Cortes. Si alzò lentamente da terra e si preparò a caricare il matador un’ultima volta. Javier rise e provocò il toro con la sua cappa, mentre il toro avanzava incespicando. Questa era la parte che Javier amava più di tutto, il momento in cui al matador è permesso di sfoderare tutta la sua “arte” infilando la spada a fondo nel cuore del toro, per poi rigirarla senza pietà a disegnare una croce nel cuore dell’animale.
Quando oggi sentiamo parlare di “amore per gli animali”, sappiamo tutti che ci si riferisce ai soli animali cosiddetti d’affezione. Questo diffuso atteggiamento implica che agli animali vada assegnato un certo valore fittizio, a partire dall’animale d’affezione, degno della nostra attenzione e delle nostre premure, fino agli animali allevati per essere mangiati, a cui non spetta alcuna considerazione. Anzi, a cui non spetta nemmeno lo status di animale, dal momento che il concetto di “amore per gli animali” implica appunto che solo gli animali d’affezione vadano considerati come animali, mentre gli altri sono al più delle cose (cibo, strumenti di ricerca, materia prima per vestiti, ecc).

Qualche giorno fa è apparso un interessante articolo sul Corriere della Sera che ci mostra un Gianfranco Fini preoccupato per i cacciatori italiani e la passione venatoria. Preoccupato non per i danni sociali, economici e ambientali procurati dai cacciatori, nè per i milioni di animali (insieme a qualche decina di esseri umani ogni anno) vittime di questo massacro legalizzato. Preoccupato perchè il cacciatore è, secondo il parere dell’onorevole, una sorta di emarginato sociale, che deve vedere degnamente riconosciuto il suo sacrosanto diritti di praticare un’attività sana e naturale come quella della caccia. Propongo di seguito l’intero articolo così com’è e, a seguire, un mio commento.






































