Archive for the '11. Riflessioni' Category

04th ago 2010

Protezionismo: un’analisi critica - parte I: Introduzione

Introduzione al protezionismo: visione, storia e risultati
di AlanAdler

Il concetto di benessere animale - un concetto relativamente recente nella storia del dominio dell’uomo sulle altre creature - applicato ai cosiddetti animali da reddito, dovrebbe promuovere nella propria prospettiva un trattamento “rispettoso” verso individui che in ogni caso, paradossalmente, saranno uccisi. Il fatto che le leggi sul benessere animale trovino più ampia considerazione proprio in quelle società dove vi è il maggior consumo di cibi animali - ovvero dove vi è il più vasto numero di vittime animali - rende il paradosso ancora più evidente: in Italia ogni anno alleviamo e priviamo della propria vita circa 450 milioni di animali [1] (senza considerare l’enorme numero di animali marini allevati in vasche), ai quali vorremmo tuttavia garantire un trattamento “rispettoso”. Lo stesso terribile atto del privare della vita l’animale è regolato da norme specifiche racchiuse sotto l’ironica etichetta “protezione degli animali durante la macellazione o l’abbattimento” (decreto legislativo 333/98).

Insieme al concetto di benessere animale sono nate, nel corso degli anni, anche un cospicuo numero di associazioni animaliste che si battono per richiedere interventi sul piano legislativo volti a migliorare la situazione degli animali allevati e per spingere i consumatori all’acquisto di prodotti provenienti da allevamenti “compassionevoli”: è questo l’approccio protezionista. Anche molti attivisti vegetariani o vegani accolgono e sostengono con entusiasmo ogni nuova legge o azione che si muova in tal senso. Chi sostiene questo approccio vede anche con favore l’allevamento biologico che, nella propria ottica, rappresenta il modello ideale verso cui dovrebbe tendere ogni nuova legge sul benessere animale.

I fautori del protezionismo animalista ritengono che sia utopistico, o comunque fortemente improbabile, che la società umana possa in futuro abbandonare il consumo di carne: di conseguenza, secondo questa visione, essendo gli (continua…)

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08th dic 2009

Sperimentazione sugli umani: le ragioni etiche

Analisi delle argomentazioni etiche di un vivisezionista e dei possibili risvolti paradossali
di AlanAdler

Girando per la Rete non è infrequente imbattersi in articoli e siti critici sulle varie posizioni assunte dal movimento animalista con esposte tesi e argomentazioni dall’esito spesso delirante e ridicolo. Tuttavia in alcuni casi si possono trovare anche scritti che, al di là della loro pretesa ragionevolezza e credibilità, hanno un valore proprio, anche se diverso dalle intenzioni originarie dell’autore. Un sito che, in questo senso, ha attirato la mia attenzione, è Scienza e medicina, curato dal dottor Mario Campli. Il sito mette in luce in modo chiaro ed esemplare quale è l’atteggiamento tipico di un vivisezionista e di come le sue giustificazioni etiche possano portare a conclusioni imbarazzanti e raccapriccianti.

Sin dalla pagina di presentazione, il dottor Campli rende chiara la ragion d’essere del sito:

La nostra società è attraversata da una sorta di rigetto verso la Scienza e la cultura scientifica. [...] Noi riteniamo che la crisi e i mali della nostra epoca dipendano dalla diffusa e fondamentale ignoranza di cosa sia veramente la Scienza e il pensiero scientifico, di cosa significhi fare ricerca scientifica. Di fronte alla dilagante ondata di irrazionalità, anche sul Web, ecco perciò una occasione per leggere qualcosa di ponderato e razionale su argomenti controversi presso l’opinione pubblica.

Il dottor Campli sembra in particolare preoccupato di fare chiarezza sul tema delle medicine alternative e, ovviamente, su quello della sperimentazione animale, con diversi scritti di sua mano che compaiono nel sito. Nella (continua…)

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11th nov 2009

Brevi note su specismo e antispecismo

Alcune considerazioni su specismo e antispecismo
Fonte: Oltre la specie (» visualizza articolo)
di Massimo Filippi

«Penso alle mucche, ai vitelli, al toro; capre e pecore e perfino […] all’umile maiale, come a rappresentazioni celesti: mansuete, dolorose sempre, benevole sempre, magnifiche. Non vedo perché l’uomo debba pensare che gli appartengono, che sono suoi propri, che può distruggerli, usarli. Concetto tra i più barbari e nefasti, da cui procede tutta la immedicabile violenza umana, l’essere micidiale della storia, la cui meta sembra solo l’accrescimento di sé, tramite il possesso e la distruzione dell’altro da sé. [… ] Più uccidiamo e più siamo uccisi. Più degradiamo e più siamo degradati».
Anna Maria Ortese

Il termine specismo è stato introdotto nel 1970 da Richard D. Ryder, psicologo inglese che ha ripudiato per motivi etici la sperimentazione animale, ed è stato reso popolare da Peter Singer nel suo libro Liberazione animale del 1975. Secondo Singer, specismo è:

«Un pregiudizio o atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie e a sfavore di quelli dei membri di altre specie».

Sempre Singer ritiene lo specismo parte integrante di quella lunga serie di violazioni del principio di eguaglianza, che hanno nel razzismo e nel sessismo le loro espressioni intraspecifiche più note:

«Il razzista viola il principio di eguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della sua razza qualora si verifichi un conflitto tra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. Il sessista viola il principio di eguaglianza favorendo gli interessi del proprio sesso. Analogamente, lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori dei membri di altre specie. Lo schema è lo stesso in ciascun caso».

In breve, lo specismo utilizza delle innegabili differenze biologiche tra umani e non umani al fine di accordare agli umani e ai soli umani uno stato morale privilegiato. Questo può avvenire, in maniera più rozza e più facilmente screditabile, tramite l’appello diretto all’appartenenza di specie (“Gli umani sono titolari di uno stato morale (continua…)

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02nd giu 2009

Diritti animali: l’approccio abolizionista

L’approccio abolizionista per un vero riconoscimento dei diritti agli animali
Fonte: Animal Rights: The Abolitionist Approach
traduzione a cura di Marina Berati

[» visualizza e scarica il volantino]

Animali: la nostra schizofrenia morale
Dichiariamo di prendere sul serio la questione dei diritti animali. Siamo tutti d’accordo nel definire moralmente sbagliato infliggere sofferenza o morte “non necessaria” agli animali. Ma cosa intendiamo con questo? Qualsiasi significato gli diamo, deve almeno voler dire che è sbagliato infliggere sofferenza o morte agli animali solo perché da questo ricaviamo piacere o divertimento, o perché lo troviamo comodo, o solo perché è un’abitudine. Ma una quantità enorme di situazioni in cui si utilizzano animali - quasi tutte, in pratica - non può essere giustificata da null’altro che piacere, divertimento, comodità o abitudine. La maggior parte degli animali è uccisa per scopi alimentari. Secondo l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) delle Nazioni Unite, gli esseri umani uccidono circa 53 miliardi - cioè 53.000.000.000 - di animali per la propria alimentazione ogni anno, esclusi i pesci e altri animali marini.

145 milioni ……….uccisi ogni giorno
6 milioni …………..uccisi ogni ora
100.000 …………….uccisi ogni minuto
1.680 ………………..uccisi ogni secondo

E questo numero è in continua crescita e raddoppierà nella seconda parte di questo secolo.

Come possiamo giustificare questo massacro? Non possiamo giustificarlo sulla base del nostro bisogno di mangiare prodotti animali per motivi di salute. E’ chiaro che non ne abbiamo bisogno. Al contrario, c’è un’evidenza scientifica sempre più vasta del fatto che i prodotti animali siano dannosi per la salute umana. Non possiamo giustificarlo sulla base del fatto che è “naturale” e gli esseri umani hanno mangiato animali per migliaia di anni. Aver fatto qualcosa per (continua…)

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02nd apr 2009

L’animale come referente assente

La trasformazione dell’animale da essere vivente in essere assente secondo Carol J. Adams
Fonte: Saicosamangi.info (» visualizza articolo)
di Paola Segurini

The Sexual Politics of Meat: a Feminist-Vegetarian Critical Theory di Carol J. Adams, saggio scritto nel 1990 e ristampato nel 2000, è un’opera base per la comprensione di alcune delle istanze che costituiscono i fondamenti del movimento per i diritti animali americano.

L’autrice americana - che si occupa fin dagli anni Settanta di portare avanti le battaglie contro gli abusi nei confronti della minoranze etniche, contro la violenza sessuale in ambito familiare e sociale e per i diritti degli animali non umani - ha sviluppato, per spiegare il motivo per cui la gente si ciba di animali e le difficoltà che si incontrano nell’affrontare l’argomento, la struttura del referente assente, teoria che può sembrare ostica da comprendere ma che, a mio avviso, è illuminante ai fini dell’analisi delle strategie che l’essere umano adotta per potersi nutrire di animali senza sentirsi in colpa.

Per una migliore comprensione della teoria vediamo come Carol Adams è diventata vegetariana (oggi è vegan). In diversi dei suoi testi l’autrice racconta di quando, tornata nella sua cittadina in campagna durante le vacanze universitarie, venne chiamata da un vicino che le comunicava l’uccisione, da parte di ignoti, del suo pony. La sera stessa, disperata per questa morte, improvvisamente aveva smesso di addentare il panino con hamburger che stava mangiando, fulminata dal pensiero di piangere la morte di un animale mentre si nutriva di un altro. Si era chiesta la differenza tra il pony che avrebbe seppellito con dolore il giorno seguente e la mucca morta, ma non era riuscita a trovare nessuna difesa di tipo etico per giustificare un favoritismo che avrebbe escluso la mucca dalla sua compassione solo perché non l’aveva conosciuta e un anno dopo era diventata vegetariana.

Dietro ogni pranzo a base di carne c’è un’assenza: la morte dell’animale del quale la carne prende il posto.

(continua…)

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09th feb 2009

Il benessere animale secondo Tom Regan

Secondo Tom Regan, le condizioni di benessere animale non differiscono da quelle valide per gli esseri umani
di Alan Adler
ultimo aggiornamento: 25 luglio 2009

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di “benessere animale”, un termine abusato ma tuttavia poco chiaro e dal significato vago ma rassicurante. Le cosiddette “leggi sul benessere animale” vengono evocate spesso in riferimento all’allevamento industriale, citate come garanzia di un trattamento adeguato e rispettoso della natura dell’animale. Nel nostro paese, come in tutte le società dove vi è una forte domanda di cibi animali, la gran parte degli animali allevati per l’alimentazione viene sfruttata in strutture industriali, le uniche in grado di soddisfare l’elevata richiesta del mercato. Ad esempio, nel 2002, in Italia, su 12 miliardi e 800 milioni di uova prodotte, oltre 10 miliardi provenivano da allevamenti in batteria [1]. Capire quindi in che misura si possa realmente parlare di benessere animale in un allevamento intensivo, e capire cosa implichino le leggi sul benessere animale in queste strutture, significa conoscere quale sia il destino che, con le nostre scelte alimentari, riserviamo a milioni di animali allevati nelle moderne aziende zootecniche.

Per parlare di benessere animale occorre prima di tutto capire quali condizioni indichino benessere (o malessere) per un animale. Essendo l’uomo stesso un animale, non dovrebbe essere difficile cogliere le analogie tra noi e gli altri animali per quanto riguarda le condizioni che possano creare situazioni di benessere (o malessere). Tuttavia, chiederci se effettivamente un animale non umano sia in grado di sperimentare benessere non è una domanda oziosa. Secondo Tom Regan sì: gli animali sono in grado di sperimentare benessere, e in modo assai simile a quanto avviene per gli esseri umani [2].

Per Regan, il benessere di un individuo è strettamente legato alla sua capacità di agire autonomamente. Gli individui autonomi sono quegli individui che hanno delle preferenze (ovvero desideri e obiettivi), nonchè la capacità di agire per il loro soddisfacimento: gli animali, come gli esseri umani, soddisfano tali requisiti, (continua…)

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02nd dic 2008

Un diritto per tutti

Auto, animali e schiavi come proprietà private: considerazioni di Gary Francione
Fonte: Animal Rights: The Abolitionist Approach (» visualizza articolo) (tratto da New Scientist: » visualizza articolo)
di Gary Francione, professore di legge alla Rutgers University School of Law, New Jersey
traduzione a cura di Giorgio Bertoni
8 ottobre 2005

Gli animali hanno diritti morali? Con che tipo di status legale dovremmo considerarli? Questo dibattito sembra diventare sempre più confuso. Alcuni fra coloro che si battono per i diritti degli animali sostengono che si dovrebbero garantire loro gli stessi diritti di cui godono gli uomini. Questa è, ovviamente, un’assurdità. Ci sono molti diritti umani che semplicemente non sarebbero applicabili agli altri animali non umani.

Io vorrei proporre un altro punto di vista: una teoria sui diritti degli animali, che sia tanto ragionevole quanto coerente, focalizzata su un singolo diritto. Ovvero il diritto a non essere trattati come proprietà degli esseri umani.

Permettetemi di spiegare meglio cosa voglio dire. Allo stato attuale, gli animali sono considerati merci di nostra proprietà così come consideriamo di nostra proprietà automobili e mobilio. Come queste forme di proprietà prive di vita, anche gli animali non hanno che l’unico valore che noi abbiamo scelto di assegnare loro. Qualsiasi considerazione morale o di altro tipo per l’animale rappresenta un costo economico che possiamo scegliere di ignorare.

Noi abbiamo leggi che si suppone debbano fissare delle regole su come trattare la nostra proprietà animale, e che dovrebbero proibire l’infliggere di sofferenze “non necessarie”.  Queste leggi richiedono il bilanciamento tra gli interessi di noi uomini e quelli degli animali per assicurare che quest’ultimi vengano trattati “umanamente”. È, tuttavia, fallace pensare che noi possiamo bilanciare gli interessi degli uomini, che sono protetti dai diritti fondamentali dell’uomo in generale e dal diritto di possedere una proprietà nello specifico, contro gli interessi degli animali che, come proprietà loro stessi, esistono solamente come mezzo per i fini dell’uomo. L’animale in questione è sempre un “animale da compagnia” o un “animale da laboratorio o un “animale da giochi” [caccia, corse ecc, NdT] o un “animale da mangiare” o un “animale da circo” o un (continua…)

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20th gen 2008

Danni, diritto alla libertà, diritto alla vita

Il diritto alla libertà e il diritto alla vita per gli animali secondo Tom Regan
di AlanAdler
ultimo aggiornamento: 11 gennaio 2009

Ai veg*ani frequentemente capita di ascoltare non vegetariani che giustificano il proprio cibarsi di animali con il vacuo pretesto secondo cui «anche i vegetali soffrono» (per saperne di più: Anche l’insalata soffre!?!). In alcuni casi però ci sono persone che sanno andare ancora oltre e proporre altri argomenti, per quanto possibile, ancor meno sensati, e volti più a mettere in difficoltà chi ha deciso di fare una scelta semplice e naturale che non a fornire una spiegazione razionale e seriamente motivata delle proprie abitudini alimentari.

Di recente mi sono imbattuto in un sito (Albanesi.it) curato da un certo Roberto Albanesi, un appassionato di caccia che, a quanto pare, non ha molta simpatia per i veg*ani (per saperne di più: Il Metodo Albanesi: guida rapida su come denigrare la dieta vegetariana/vegana). La conclusione a cui è giunta questa persona è la seguente: «Per salvare la coerenza ho sentito anche questa giustificazione da parte di zoofili incalliti: i vegetali non soffrono. E allora sarebbe giusto uccidere un uomo o un animale, basta non farlo soffrire» (dall’articolo La caccia). Al di là del valore di questa affermazione, è interessante comunque affrontare la questione che viene sollevata, perché implica aspetti fondamentali dei diritti animali: il diritto alla libertà e il diritto alla vita.

Prima di tutto occorre fare alcune osservazioni. La sofferenza dell’animale allevato per consumo alimentare non è, ahimè, limitata solo al momento dell’uccisione, ma inizia dal momento in cui nasce fino al momento dell’uccisione, e si può protrarre poi fino al sopraggiungere della morte definitiva, che non è sempre rapida e indolore, ma non di rado si tratta di una lenta agonia (nel caso dei pesci invece è sempre una lenta agonia). Tuttavia l’unica morte che elimina con sicurezza la sofferenza all’animale è quella praticata con eutanasia, che però non può essere applicata in quanto le sue carni devono poi essere consumate. Se quindi sarebbe giusto uccidere un uomo o un animale, basta non farlo soffrire“, di certo non bisogna più mangiare carni animali, perchè molto probabilmente si tratta di carni di animali che hanno sofferto. Ma il punto non è (continua…)

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