Archive for marzo, 2008

26th mar 2008

Se il pianeta muore di bistecca

Mario Tozzi sul perchè non mangiare carne
Fonte: La Stampa.it (» visualizza articolo)
di Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, giornalista
25 marzo 2008

Proviamo a riflettere ancora una volta sulla scelta degli uomini di “sacrificare” animali in grandi quantità in occasione delle feste comandate, magari appena dopo un digiuno o un venerdì “di magro”. Atteso che quasi nessuno ricorda più neppure lontanamente l’eventuale origine religiosa o tradizionale, resta l’ecatombe priva di senso logico e del tutto fuori linea rispetto al futuro ambientale del pianeta.

Non è questione di empatia con altri esseri viventi. Non è, in altre parole, questione di decine di migliaia di agnelli sgozzati, di centinaia di migliaia di maiali dissanguati e milioni di polli costretti a vivere tutta la loro vita nello spazio di un foglio A4: nessun animale si comporta così verso gli altri, e già questo uso industriale e massivo di altri viventi ci porrebbe oggettivamente fuori dal corso naturale della storia del pianeta. Il fatto è che gli uomini non nascono carnivori né predatori, al contrario, come testimoniamo i ritrovamenti paleontologici per anni male interpretati: noi eravamo oggetto della caccia di tigri dai denti a sciabola insieme ai mammuth, non gli uccisori degli altri. Dentizione, lunghezza dell’intestino e molti altri caratteri testimoniano che eravamo destinati a mangiare vegetali e solo occasionalmente proteine di origine animale, carogne o animali malati cacciati per caso, un po’ come fanno altri primati.

Non è neppure questione di salute, sebbene da tempo i dati medici espongano molto chiaramente che un eccesso di consumo di carni produca malattie cardiovascolari, diabete e tumori. I tre milioni di danesi che furono costretti dall’embargo del 1917 a una dieta di patate e orzo (da grandi consumatori di burro, latte e carni bovine che erano) videro ridotto il tasso di mortalità di quasi il 35 per cento. Come a dire che vivere al vertice della scala delle proteine è piuttosto un rischio che non un vantaggio. Nelle culture carnivore occidentali l’incidenza del tumore al colon è dieci volte superiore a quella delle culture vegetariane asiatiche, tanto da arrivare alla conclusione che la sola quantità ottimale di consumo di carne rossa è zero.

(continua…)

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21st mar 2008

Gesù con agnello

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13th mar 2008

Enzo Maiorca: vi racconto il mio mare

Emozioni e perplessità del grande apneista
Fonte: WWF Italia (» visualizza articolo)
di Lucio Biancatelli
9 novembre 2005

«Da anni non vedo più una cernia, né un’aragosta, in mare non c’è più nulla. Sono spariti i ricci, e pensare che una volta si andava in mare con l’ago per togliere le spine dei ricci dai piedi dei bambini. Oggi non ce n’è più bisogno». Enzo Maiorca è venuto a trovarci al WWF per parlare della nostra campagna per una pesca sostenibile [NdR (AnimalStation): il WWF preferisce appoggiare la cosiddetta "pesca sostenibile", di dubbia validità, piuttosto che una più coerente e decisiva scelta vegetariana], della quale ha accettato con entusiasmo di diventare “ambasciatore”. Chi di noi non lo conosceva ha scoperto un personaggio ricco di umanità e cultura, e dalle mille storie da raccontare sul mare e la sua vita. Abbronzatissimo, fisico asciutto e in gran forma («ogni giorno corro per 5 chilometri sulla spiaggia») ci stupisce perché a tavola ci guarda mangiare ma lui ordina solo frutta. «Da sempre sono abituato così: il pranzo lo salto». Maiorca ancora oggi va sott’acqua, e non potrebbe essere altrimenti: scende fino a 40-50 metri. Ma non è più come una volta.

Il mare ieri e oggi
«Nel 1943 avevo 12 anni: grazie ad una maschera antigas adattata, ho dato la mia prima sbirciatina al mare. Era come la tavolozza di un pittore impazzito, come il regno in cui Poseidone allevava i suoi sudditi. Gorghi, grotte, praterie di posidonia, chiazze di sabbia. Un brulichio di colori. Sotto ogni anfratto mandrie di ombrine. Ovunque si ammiravano cernie, polpi, murene. Mi innamorai del mare dal punto di vista somatico. Ma oggi il mare ha perso l’identità cromatica, e anche le sue caratteristiche organolettiche, gli odori. Gli scogli millenari hanno ceduto il passo alle scogliere artificiali, non vedo più le cernie, le aragoste, o i branchi
(continua…)

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12th mar 2008

La paura e il dolore di una carpa presa all’amo

Uno studio scientifico sui meccanismi fisiologici del dolore nel pesce
Fonte: La Stampa - Tuttoscienze
di Bruno D’Udine, etologo, ecologo e giornalista scientifico
3 giugno 1987

Nel porsi come dominatore del mondo animale l’uomo infligge spesso dolore fisico alle diverse specie, a vario titolo, e crea situazioni di paura negli animali con cui interagisce. La condizione di paura è oggettivamente una condizione di sofferenza e va quindi seriamente considerata in un discorso etico sulla sperimentazione sugli animali o sulle altre attività umane che possono indurre questa condizione. Una definizione della condizione di paura può essere questa: una situazione che viene sollecitata da stimoli specifici che in natura dà normalmente luogo a un comportamento di fuga o di difesa. Gli animali imparano a temere certe situazioni come risultato del dolore o dello stress sperimentato e possono quindi cercare di sottrarvisi o di evitarle.

La condizione di paura si accompagna nell’uomo e negli animali a marcate alterazioni fisiologiche. Il battito cardiaco tende ad aumentare e di conseguenza il ritmo circolatorio: molti neuromediatori vengono a più livelli coinvolti e provocano numerose alterazioni metaboliche. Gli animali possono mostrare diversi segni caratteristici di paura e di volta in volta possiamo osservare l’emissione di segnali d’allarme, pilo-erezione, espressioni facciali di paura. Possono comparire risposte stereotipate o altre che implicano fuga, aggressività, immobilità fino alla simulazione della morte. I giovani gabbiani, ad esempio, scelgono quest’ultima strategia quando sono minacciati e impauriti. Corrono al coperto e si fingono morti finché non odono il richiamo di uno dei genitori. Animali cresciuti in isolamento mostrano con maggior frequenza segni (continua…)

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08th mar 2008

Una verità molto scomoda

Il capitano Paul Watson su carne, ecologia e ipocrisia
Fonte: AgireOra Network (» visualizza articolo) (tratto da Permaworld.org: » visualizza articolo)
di Paul Watson, fondatore della Sea Shepherd Conservation Society
traduzione a cura di Linda Possanzini
aprile 2007

L’industria della carne è una delle più distruttive per l’ambiente che esista sulla faccia della Terra. La pratica dell’allevamento e della macellazione di maiali, vitelli, pecore, tacchini e polli non solo sfrutta vaste aree di terra ed enormi quantità d’acqua, ma è anche la maggiore responsabile delle emissioni di gas serra nell’ambiente anche più della stessa industria automobilistica. L’industria ittica sta letteralmente saccheggiando l’oceano delle sue forme di vita e circa il 50 per cento del pesce preso negli oceani, una volta trasformato in farina serve per nutrire mucche, maiali, pecore, ecc. Pensate, servono circa 50 pesci, presi dai nostri mari, per nutrire un salmone d’allevamento. Abbiamo trasformato le nostre mucche domestiche nei più grandi predatori marini del pianeta. Le centinaia di milioni di mucche che pascolano nei prati e scoreggiano metano consumano più pesce di tutti gli squali, delfini e foche del mondo messi insieme. I nostri gatti domestici consumano più pesce, specialmente tonno, di tutte le foche al mondo.

Allora perché i più importanti gruppi ambientalisti al mondo non conducono campagne contro l’industria della carne? E perché il film “An Inconvenient Truth” dell’ex vice presidente americano Al Gore non denuncia la scomoda verità secondo cui l’industria della macellazione produce più emissioni di gas serra dell’industria automobilistica? Le navi di Greenpeace servono quotidianamente carne e pesce ai loro equipaggi. Il WWF non dice una parola riguardo alla minaccia che il mangiar carne pone per la sopravvivenza delle specie protette, (continua…)

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08th mar 2008

Polli messi al forno, prima di “impazzire”

La trasformazione del pollo descritta da un consulente aziendale
Fonte: Liberazione
di Guglielmo Donatello, consulente aziendale settore zootecnico e agroalimentare
19 novembre 2000

Che cos’è oggi il pollo da carne? Stiamo parlando di broiler. Tutti i polli che compriamo e mangiamo, in tutto il mondo, sono oramai solo di un paio di razze ibride (denominate COBB 500, i cui brevetti sono in mano alla The Cobb Breeding Company LTD), nate nei segreti laboratori di genetica applicata, selezionate esclusivamente per l’ingrassaggio. Il risultato di queste selezioni è una vera macchina biologica ad elevatissimo “indice di conversione”: un broiler mangia un chilo e mezzo di mangime e ne “produce” uno di carne. Lo fanno vivere solo 35 giorni (non ha neanche il tempo per diventare pazzo). Questi polli denominati “galletti” quando arrivano a “maturazione” pesano vivi in media sui 2,3 chili e preparati a busto circa 1,2. Per avere queste rese così elevate e cicli biologici così accelerati servono allevamenti e mangimi adatti.

Come vengono allevati
Si chiama allevamento integrato. Assoggettato, cioè, alla filiera industriale della produzione di carne, le cui principali fasi sono: produzione della gallina ovaiola, incubatoi delle uova, produzione dei pulcini, magnifici, macelli, industria di lavorazione, logistica, commercializzazione nella rete della grande distribuzione organizzata. Nel nostro paese due aziende controllano oltre il 70 per cento del mercato. Una è l’AIA del gruppo Veronesi e l’altra è del gruppo Amadori. L’allevamento viene svolto in grandi capannoni dove possono stare decine di migliaia di volatili: con una densità di 10-15 per metroquadro, sino a 30 chili di “carne” a metroquadro (i regolamenti UE per gli allevamenti biologici stabiliscono in tre polli per metro quadrato la densità massima ammissibile). Beccano tutto ciò che ha colore paglierino, giorno e notte, grazie (continua…)

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08th mar 2008

È allarme pesce

Mario Tozzi ci invita a non distruggere il mondo marino dalla nostra tavola
Fonte: Consumatori (» visualizza articolo)
di Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, giornalista
settembre 2006

La percezione sicura e definitiva di aver oltrepassato i limiti dello sviluppo, gli uomini non la trarranno dal surriscaldamento dell’atmosfera o dalla fine delle risorse, ma dall’esaurimento del pesce del mare. Oggi negli oceani resta solo il 10 per cento dei pesci di grandi dimensioni di cui ci siamo abbuffati per secoli e merluzzi o tonni sono ormai condannati: non ce ne accorgiamo per via di un gigantesco processo di sostituzione che ha progressivamente variato il menu, ma non ci sono ormai più candidati al rimpiazzo. E la colpa è molto chiara: distrugge molto di più la pesca industriale che non l’inquinamento dei mari, visto che i pescatori raccolgono, ma non seminano, e che neppure l’acquacoltura è esente da problemi ambientali irresolubili.

Gli animali del mare sono formidabili: guardiamo il tonno rosso, che ha addirittura sangue caldo ed è un organismo dalle prestazioni paragonabili a una fuoriserie. O l’Arctica islandica, mollusco che campa fino a 150 anni, mentre noi facciamo festa in tutto il mondo se qualche nostro esemplare arriva a 120. O i merluzzi del Grand Banks di Terranova, oppure le spigole e i delfini de La Manica o il pesce specchio: un patrimonio inestimabile di biodiversità che stiamo perdendo senza fare alcunché per arrestare la pesca industriale e i suoi rovinosi processi di cattura con reti che sconvolgono il fondo dei mari e depredano un patrimonio che è di tutti.

La domanda cruciale è proprio questa: di chi è il mare? È forse dei pescatori? La risposta è no, il mare è di tutti noi, ed è dunque da questa presa di coscienza che può partire la sua salvezza futura e un eventuale (continua…)

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08th mar 2008

L’uomo è cacciatore?

Perchè si va a caccia? E l’uomo è nato cacciatore? Ce lo spiega Mario Tozzi
Fonte: Consumatori
di Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, giornalista
ottobre 2006

La riapertura della stagione venatoria in Italia porta molti incidenti e aspre polemiche. A ragione, molti non riescono a comprendere quale sia oggi il vero motivo che spinge a quello che una volta veniva considerato impropriamente uno sport. I cacciatori raccontano di lunghe passeggiate all’alba, dell’immersione nella natura, del rapporto con il cane, della ricerca degli animali. Tutte cose che potrebbero comunque essere fatte senza l’atto finale dell’uccisione della preda: perché, invece, nessuno vi rinuncia? Levategli tutto, al cacciatore, ma non il fucile: perché non usa una macchina fotografica per rendere solo metaforico il momento della cattura?

La ragione è molto semplice - e solo i cacciatori meno ipocriti riescono a sostenerla come “una contraddizione” - che ammazzare un altro essere vivente è il vero scopo dell’attività venatoria: a chi caccia piace uccidere, altro che passeggiate nei boschi e conservazione della natura. Così una stragrande minoranza di Italiani (meno di 800.000, cioè poco più dell’1 per cento della popolazione), organizzati in una potente lobby trasversale, riesce a condizionare la volontà di tutti gli altri decisamente contrari alla caccia (come dimostrano i dati dei votanti ai due referendum). Così in Italia si uccidono circa 100 milioni di animali all’anno, spesso. Contrariamente a quanto prescritto dalle leggi europee o in deroga perenne anche alla legge italiana (aperture anticipate, specie non cacciabili inserite nei carnieri, magari anche nelle aree protette). Per non parlare del bracconaggio (quasi sempre un bracconiere è un cacciatore) o del ruolo assegnato da alcune regioni ai cacciatori come regolatori (continua…)

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01st mar 2008

Hitler vegetariano?

Girovagando per la Rete ho beccato l’immagine che vedete qui sotto:

È l’ennesima riproposta - in chiave ironica secondo le intenzioni dell’autore - della leggenda che vuole Hitler vegetariano (vi prego, basta, Hitler NON ERA vegetariano: leggete l’articolo Nazisti e animalisti per saperne di più). La didascalia, in tedesco, dice qualcosa tipo: «Non temere. Lui è un vegetariano». Hitler guarda alla sua sinistra, quindi dovremmo concludere che i coltelli non verranno usati dal “vegetariano” Hitler per uccidere il pollo, ma presumibilmente su un essere umano lì vicino. L’immagine è un fotoritocco. L’immagine originale aveva tutt’altro significato (il gallo porta sul capo il berretto frigio, indossato dai rivoluzionari francesi). Il simpatico autore che ha eseguito il fotoritocco pensando ai vegetariani mi pare che si sia limitato solo ad aggiungere (in maniera goffa) la testa di Hitler.

Ho così pensato di ritoccare l’immagine. La testa di Hitler è stata riproporzionata correttamente, gli occhi sono stati puntati sul gallo, il corpo è stato snellito (Hitler era un ometto, non aveva certo un fisico robusto), il berretto del gallo è stato tolto, ho aggiunto alcuni schizzi di sangue sulla parte alta del grembiule, più altri aggiustamenti all’immagine.

Se qualcuno ora va ancora dicendo che Hitler era vegetariano, non perdeteci tempo. Mandategli questa cartolina!

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