Archive for agosto, 2009

31st ago 2009

Un’eterna Treblinka

Dallo sterminio nei macelli allo sterminio nei campi di concentramento
di AlanAdler

Un’eterna Treblinka - di Charles Patterson (2002)
Un’eterna Treblinka è decisamente uno dei testi più coraggiosi nel panorama della letteratura in difesa degli animali. Il legame tra l’oppressione degli umani e l’oppressione degli animali, così ovvio a qualunque difensore dei diritti animali, viene finalmente riconosciuto e messo nero su bianco nelle pagine di questo splendido libro. Di fronte allo scetticismo di quanti troveranno tale collegamento “irrispettoso e sconsiderato”, Charles Patterson - studioso di storia dell’Olocausto - offre un numero tale di prove e concatenamenti sulle connessioni tra l’attuale sfruttamento degli animali nella nostra società e lo sfruttamento degli esseri umani nel corso della storia, da risultare convincente per chiunque intenda lanciarsi in questa inedita sfida alla cieca morale e addentrarsi in un’analisi del disumano dell’umano. Il testo si presenta dunque con una duplice valenza: chi si interessa di diritti animali troverà il testo molto interessante e di forte sostegno alle proprie convinzioni, seguite sullo stesso piano anche dall’autore; per i “profani”, invece, la tesi esposta rappresenterà, in ogni caso, uno spunto sicuramente stimolante per una profonda riflessione, dovunque questa approdi.

Patterson inizia facendo notare come la nascita della sottomissione dell’animale - eufemisticamente chiamata domesticazione - da parte dell’uomo, avvenuta undicimila anni fa nell’antico Vicino Oriente, per ricavarne carne, latte, pellame e lavoro, sia strettamente connessa alla nascita delle prime forme di crudeltà sugli animali stessi per (continua…)

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24th ago 2009

Le cinque libertà negli allevamenti intensivi

Un approccio etologico per la valutazione del benessere animale nei moderni allevamenti industriali
di AlanAdler (tratto da Note sul benessere negli allevamenti intensivi, del dott. Enrico Moriconi, medico veterinario e presidente dell’AVDA)

Secondo l’approccio filosofico proposto da Tom Regan, il benessere di un individuo è una condizione estremamente articolata e complessa, egualmente valida tanto per l’uomo così come per gli altri animali (» per saperne di più). Tale condizione non può essere soddisfatta in alcun modo all’interno dei moderni allevamenti zootecnici, e un’analisi alla luce delle attuali conoscenze sull’etologia degli animali ci permette di confermare questa tesi.

L’etologia definisce il benessere come quello stato di piena salute mentale e fisica che consente all’animale di vivere in armonia nel proprio ambiente. Il rispetto delle condizioni etologiche rappresenta un elemento fondamentale per valutare il benessere di un animale: quanto più le condizioni etologiche sono rispettate tanto più si può parlare di benessere. Un metodo per valutare correttamente il benessere di un animale in rapporto all’ambiente in cui vive è quello di rifarsi alle “cinque libertà”. Questo elenco, pubblicato per la prima volta nel 1965 dal Brambell Report, individua gli elementi chiave che favoriscono un corretto rapporto animale-ambiente, e che quindi rendono possibile determinare il grado di benessere offerto dall’ambiente all’animale. In altre parole, le “cinque libertà” individuano in maniera chiara e precisa i bisogni fondamentali (fisiologici ed etologici) che occorre garantire agli animali. Le “cinque libertà” possono essere dunque correttamente usate per condurre un’analisi adeguata del livello di benessere offerto agli animali all’interno dei moderni allevamenti industriali. Le “cinque libertà” sono così elencate:

1) libertà dalla sete, dalla fame e dalla cattiva nutrizione: negli allevamenti, fame e sete sono senza dubbio soddisfatte, poiché ciò rientra nell’interesse dell’allevatore. Per quanto però riguarda la libertà dalla cattiva nutrizione, sorgono diversi problemi. La nutrizione infatti può essere “cattiva” non solo per insufficienza, ma anche per inadeguatezza (continua…)

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19th ago 2009

Stop eating animals

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12th ago 2009

Perché gli scienziati difendono la sperimentazione animale

I motivi del persistere della vivisezione, secondo la National Anti-Vivisection Society degli USA
Fonte: AgireOra Network (» visualizza articolo) (tratto da NAVS - National Anti-Vivisection Society: » visualizza articolo)
traduzione a cura di AgireOra Network
7 marzo 2009 (su AgireOra Network)

Gli antivivisezionisti hanno due importanti argomentazioni per motivare la loro opposizione alla sperimentazione animale: quella etica e quella scientifica. Alla luce di entrambe queste prospettive è facile dimostrare quanto la vivisezione sia crudele e inadeguata e come rappresenti uno spreco di tempo, denaro e risorse che potrebbero essere meglio impiegate per alleviare la sofferenza umana.

Perché, allora, certi ricercatori continuano ad effettuare e difendere la sperimentazione su animali, alla luce di queste incontrovertibili evidenze, che provengono anche dall’interno dello stesso mondo scientifico, e continuano con questi studi che danno risultati di nessun valore? Le risposte sono molte e diverse ma si possono ricondurre ad un’unica ragione di fondo: i soldi.

Malgrado sia dimostrato che la sperimentazione animale è una metodologia sbagliata, essa continua perché è di interesse economico per gli scienziati, e per un gran numero di altre entità coinvolte: università, industrie farmaceutiche, riviste scientifiche, allevatori, avvocati e mezzi di informazione. Tutti quanti traggono un guadagno, diretto o indiretto, dalla ricerca su animali e quindi hanno un concreto interesse nel mantenere lo status quo.

Considerate il ricercatore la cui sicurezza del posto di lavoro e il cui prestigio si basano sul numero di articoli scientifici che pubblica. Si parla di sindrome del “pubblica o muori” e questo vale per le istituzioni scientifiche di ogni paese. Non è importante la qualità della ricerca, ma piuttosto la quantità. Quanti più articoli un ricercatore pubblica, tanto più egli garantisce la sicurezza della propria posizione. Un ricercatore che non pubblica abbastanza rischia di non passare di ruolo o andare incontro alla disoccupazione, e non dimentichiamo che la competizione in questo campo è feroce: vengono accettate non più del 15% di tutte le ricerche proposte.

(continua…)

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