16th giu 2008

Il maiale, dal prato alla nostra tavola

La vita di un maiale sfruttato per l’alimentazione umana
di AlanAdler
ultimo aggiornamento: 30 dicembre 2008

“È ora di guardare ai maiali non come ad animali da mettere in tavola, ma come a una famiglia lontana cui siamo legati da un’affinità profonda e speciale: stanno solo aspettando il segnale che siamo finalmente pronti a vivere con loro considerandoli esseri pari a noi per svelarci con esuberanza suina l’intera gamma della loro complessa personalità emotiva.”
Jeffrey Moussaieff Masson, Il maiale che cantava alla luna

Il maiale come animale
I maiali sono animali quasi del tutto notturni, e buoni nuotatori. Per capire le necessità di questo animale bisogna fare riferimento al cinghiale (o maiale selvatico eurasiatico), progenitore della stragrande maggioranza dei suini domestici. Un maiale lasciato libero, infatti, rinselvatichisce immediatamente senza problemi di riadattamento, ed anche la propria morfologia subisce mutazioni in tempi sorprendenti, riassumendo i caratteri del progenitore. Come notò Darwin: «Nelle Indie Occidentali, nell’America del Sud e nelle isole Falkland, dove questi animali sono allo stato di libertà, essi hanno dovunque ripreso il pelame oscuro, le setole grosse e le zanne del cinghiale; i giovani vestono la livrea del cinghialetto».

Come noi, e come i cani, i maiali sono animali socievoli. Se lasciati liberi, i maiali gironzolano ed esplorano per tutto il giorno il territorio in compagnia dei propri simili. Amano grufolare (cioè frugare con il muso nel terreno alla ricerca di tuberi) ed esplorare immersi in territori ricchi e stimolanti, come fa il cinghiale in libertà. In molte regioni italiane questa sua attitudine viene sfruttata in modo originale: grazie al suo sviluppatissimo fiuto e ad un particolare addestramento, viene utilizzato per la ricerca dei tartufi, in sostituzione del più tradizionale impiego del cane.

I maiali sanno riconoscere il proprio nome e, sempre come i cani, scodinzolano quando sono felici. Ma al contrario del cane, il maiale non sembra avere un periodo critico oltre il quale non può più essere socializzato e, se trattato con affetto, anche un maiale adulto può benissimo diventare amichevole quanto un cane che ha da sempre vissuto in famiglia sin da cucciolo. I maiali spesso vengono alimentati con gli scarti, ma in realtà hanno un palato molto raffinato, tanto da preferire un dolce ad una sana verdura. Allo stato selvatico, il 90 per cento della sua dieta è di natura vegetale e consiste in frutta, semi, radici e tuberi.

Come noi, evitano le alte temperature: poiché sono dotati di ghiandole sudoripare solo sul naso, è essenziale che non si surriscaldino troppo. L’acqua non è sufficiente a rinfrescarli, perché evapora troppo in fretta, mentre il fango ha un effetto più duraturo. Ecco perché i maiali, come anche gli elefanti, hanno bisogno di rotolarsi nel fango, che inoltre protegge la loro delicata pelle dalle scottature del sole, come pure dalle mosche e da altri parassiti. Dunque i maiali non sono sporchi. Anzi, è vero il contrario: un maiale non defecherà mai nella zona dove dorme o mangia. Lo ritiene insopportabile, proprio come un cane. In mancanza di fango, il maiale scava delle fosse, nel già fresco sottobosco, in cerca di umidità.

Allo stato brado, una scrofa che si prepara a partorire spesso costruisce un nido protettivo alto fino a un metro. Le femmine imbottiscono questi giacigli con piccole quantità d’erba trasportata con la bocca e a volte riescono perfino a costruire una tettoia di rami: una struttura sicura e accogliente per i piccoli che verranno alla luce. Appena nati, i maialini selvatici sono striati a scopo mimetico, con sfumature del manto che richiamano il gioco di luci e ombre del sottobosco. I canini e gli incisivi affilati di cui i maialini sono provvisti alla nascita sono giustamente chiamati denti a spillo. Entro quarantott’ore dalla nascita la nidiata stabilisce un ordine per la poppata, e da quel momento ogni piccolo succhia solo dal “proprio” capezzolo. Se glielo si permette, i maialini vengono allattati anche per tredici settimane, e in certi casi anche più a lungo. I giovani suinetti amano particolarmente giocare: si inseguono, fanno la lotta, rotolano lungo i pendii e si impegnano in un ampio repertorio di attività divertenti.

I maiali in natura vivrebbero circa 15-20 anni. Ma in un allevamento o in una fattoria biologica la vita viene loro strappata molto prima.

Il maiale come cibo
Nella sola Italia si stimano circa 17 milioni di suini allevati in un anno. La carne di un maiale è quella che più somiglia alla carne umana, cosa piuttosto sconcertante se si pensa a quanto è apprezzato da chi lo mangia. Il maiale, dopo essere stato ucciso, eviscerato e tagliato a pezzi, lo ritroviamo sulle nostre tavole sotto forma di numerose denominazioni, a seconda di quale parte del suo corpo ci stiamo preparando a consumare e di come tali parti vengono trasformate: cotechino, zampone, salame, prosciutto cotto e crudo, mortadella, wurstel, pancetta, lonza, braciola, zampone, strutto, salsiccia e altri prodotti.

Le scrofe negli allevamenti sono usate come animali da riproduzione. Sempre più spesso viene praticata inseminazione artificiale. Altrimenti si attua la cosiddetta “monta controllata”: a tale scopo vengono usate delle particolari strutture dalla forma allungata, denominate travaglio, in cui la scrofa viene immobilizzata e il verro (il maschio scelto per la riproduzione) viene fatto entrare nel retro. Spesso la scrofa, a distanza di qualche ora, viene forzata ad un secondo “accoppiamento” con un verro diverso, in quanto ciò aumenta il numero di porcellini da destinare al macello.

Le scrofe vivono chiuse in piccoli box collettivi con pavimento cementato. Con la gravidanza vengono inserite ognuna in gabbie metalliche dette di gestazione, larghe 60 centimetri, dove non hanno la possibilità di compiere alcun movimento. Possono solo alzarsi per alimentarsi o giacere a terra. Rimarranno in queste gabbie per quattro mesi.  Private di ogni movimento e mangiando continuamente, le scrofe si ingrassano in maniera notevole - è questo il fine naturalmente - e spesso sviluppano dolorose zoppie.

Pochi giorni prima del parto, ogni scrofa viene trasferita in una speciale gabbia metallica detta da parto, fasciata da una serie di tubi che permettono solo, ai piccoli, una volta nati, di potersi nutrire dalle mammelle. In queste gabbie le scrofe, dove sono impedite in qualsiasi movimento, trascorrono tre o quattro settimane, fino a quando i piccoli nati non vengono trasferiti in altri box. Dopodichè le scrofe possono essere reinserite nel ciclo di allevamento e rese nuovamente gravide una o due settimane più tardi.

Solo trent’anni fa una scrofa in allevamento intensivo era in grado di produrre 13 suinetti l’anno. Oggi si arriva a 22, in alcuni casi anche a 28. Dal punto di vista psicologico queste scrofe diventano “nevrotiche” (come le definiscono gli allevatori): mordono le sbarre dei box per ore, siedono in posizione simile a quella dei cani, ma con aria inebetita, mostrando tutti i segni del dolore per la perdita dei piccoli. Dopo 2 anni di questa vita, anch’esse finiscono al macello.

Ai maialini, a pochi giorni dalla nascita, le code vengono amputate, i denti tagliati (pratica che può causare la frantumazione degli stessi e gravi infezioni), i testicoli strappati. Queste operazioni servono per controllare episodi di aggressività dovuti all’eccessivo stress una volta che gli animali saranno immessi nell’allevamento (i maiali tenteranno di mordersi la coda e di aggredire i propri compagni a morsi). La castrazione, oltre a rendere l’animale meno aggressivo, è necessaria per evitare uno spiacevole sapore nella carne, in particolare per la produzione di prosciutti, almeno secondo i gusti dei consumatori più raffinati. Queste operazioni dovrebbero essere eseguite da uno specialista, ma per ovvi motivi economici (si tratta di numerosissimi animali da “lavorare” ogni giorno) vengono svolte da semplici operai, senza alcuna competenza veterinaria, e senza ricorrere ad alcuna anestesia, ovviamente. I suinetti, durante queste operazioni, strillano terribilmente, sia per la paura che per l’intenso dolore.

I piccoli, dopo essere stati allontanati dalle madri quando hanno tre o quattro settimane, vengono messi in gabbie metalliche dette di svezzamento, fino a raggiungere, a 55 giorni di età, il peso approssimativo di 20 chili. Un’ulteriore fase di crescita porta gli animali, divisi per gruppi e sistemati in appositi box, fino a 50 chili. All’età di circa tre mesi vengono trasferiti in reparti di accrescimento e ingrasso, all’interno di piccoli box in cemento, in gruppi di 10-20 individui. Si crea così una situazione molto disagiata ed innaturale per questi animali che amano muoversi ed esplorare. Inoltre il sovraffollamento rende impossibile agli individui più sottomessi di tenersi distanti dai soggetti dominanti e più aggressivi.

In questi capannoni, d’estate il caldo diventa insopportabile. I maiali, non potendo disporre né di fango in cui rotolarsi né di fosse da scavare, sono costretti a rimediare con un sistema particolare. Normalmente esiste nei box una griglia che permette la raccolta delle feci in un recipiente sottostante. In estate gli animali evitano di utilizzare la griglia , ma defecano sul cemento: in questo modo creano un pantano dove potersi rotolare nelle giornate più calde. È l’unica soluzione che hanno per combattere il caldo insopportabile per loro estenuante, nonostante questo comportamento sia assolutamente incompatibile con la loro natura pulita e crei forte disagio nell’animale.

Le condizioni igieniche precarie sono testimoniate dal pessimo odore che emanano gli allevamenti di suini. Feci, urine e scarti di cibo emanano, oltre all’odore, ammoniaca e altri gas, che rendono difficile la respirazione agli animali, rovinando il loro apparato respiratorio con conseguenti irritazioni e infezioni interne. Negli allevamenti i maiali sono inoltre soggetti a diverse malattie, come artriti dovute all’immobilità, infezioni da salmonella, gastroenteriti epidemiche, parvovirosi suina (ppv, l’infezione più comune) e altre la cui natura è ancora da determinare con certezza, come la pirs e il morbo blu. È quindi necessaria una continua e massiccia somministrazione di farmaci. Inoltre nell’allevamento i maiali vengono costantemente mantenuti in semioscurità, in modo che non possano fare altro che mangiare durante tutto il giorno.

Le manifestazioni di sofferenza sono facilmente individuabili in comportamenti stereotipati (mordono o leccano per ore le sbarre), di apatia (giacciono a terra con espressione vuota) o di aggressività (attacchi incontrollati ai propri compagni). Per controllare lo stress, piuttosto che rimuovere le cause (ovvero le condizioni innaturali di vita) si preferisce - oltre alle diverse amputazioni che l’animale subisce alla nascita - soffocare la reazione con forti dosi di sedativi.

Maggiore è il peso che si vuole far raggiungere all’animale, più tempo questo rimarrà nel box: un “suino leggero” pesa 100-110 chili, un “suino pesante” 140-160 chili. Ma possono arrivare anche a 200 chili a solo un anno di età. Vengono ingrassati fino al punto da avere difficoltà a muoversi. Quando raggiungono il “peso di macellazione” vengono uccisi, di solito dopo 6 mesi di vita, cioè ancora giovanissimi.

Per i suini il momento dell’uccisione è particolarmente penoso. Gli animali, prima di essere uccisi, devono essere storditi. La legge prevede a tal fine l’uso del proiettile captivo, che penetra nella corteccia cerebrale dell’animale e poi riesce, sparato da una pistola pneumatica. Ma a causa della rapidità delle linee di macellazione (per via dell’elevato numero di animali da “lavorare”) spesso gli animali non sono storditi in maniera corretta, e quindi vengono sgozzati, e poi gettati nelle vasche di acqua bollente, ancora pienamente coscienti. Infatti, quando se ne esaminano i polmoni dopo la morte, spesso si vede che contengono sia sangue che acqua, il che dimostra che gli animali erano ancora vivi e respiravano mentre annegavano nelle vasche.

Riccardo B.

Leggi anche:
- Mucche, vitelli e vitelloni, dal prato alla nostra tavola
- Il pollo, dal prato alla nostra tavola
- Il pesce, dal mare alla nostra tavola
- Oche a anatre, dal lago alla nostra tavola

Principali fonti consultate:
- Jeffrey Moussaieff Masson, Il maiale che cantava alla luna

13 commenti a “Il maiale, dal prato alla nostra tavola”

  1. 1
    Raffaella scrive:

    Complimenti per questo blog, è drammaticamente bello!

  2. 2
    Claudia scrive:

    Sapete che oltre a non mangiare la carne del maiale dobbiamo stare attenti anche ad altri alimenti per evitare i suoi derivati?
    Si infatti la gelatina che si ricava (del maiale infatti non si butta niente come si dice) è utilizzata per produrre caramelle e gomme da masticare ed anche nella produzione dello yougurth…. Io non lo sapevo, mi sono un pò documentata e sono rimasta sconcertata!
    Se possibile non acquistiamo prodotti che contengono i pezzi di questi poveri animali.

  3. 3
    AlanAdler scrive:

    > Complimenti per questo blog, è drammaticamente bello!
    ciao grazie Raffaella! complimenti anche al tuo blog cruelty-free, bella idea, salutami i miagolosi!

    > è utilizzata per produrre caramelle e gomme da masticare
    acc…questo non lo sapevo!

  4. 4
    Raffaella scrive:

    Ciao e grazie anche a te!
    Mi era sorto il dubbio che il mio commento potesse essere frainteso!
    Vedo con piacere che hai capito! :)

    Alla prossima!!

  5. 5
    Claudia scrive:

    Si io non mangio youghurt perché derivato dal latte, ma le caramelle e le gomme si, da quando ho scoperto questa cosa non le accetto più nemmeno se mi vengono offerte da amici. Quando mi trovo in erboristeria o nei negozi Natura Si allora compro quelle con ingredienti vegetali e senza gelatine (della Baule … sono ottime).
    Ciao Claudia

    PS: per Raffaella sono d’accordo, sai che i maiali hanno la percezione del sé e dell’altro, hanno un livello di coscienza e autocoscienza e moduli cognitivi piuttosto sviluppati? Ma come si fa a mangiarli????

  6. 6
    Le Cagot scrive:

    Rinnovo (o lo faccio per la prima volta, non ricordo) complimenti, stima e riconoscenza ad AlanAdler per questo suo lavoro. Spesso lo sfrutto come riferimento per amici&parenti.

    A proposito delle caramelle gommose, confermo e specifico che io sono rimasto drammaticamente fregato da quelle del Lidl.

    Non tutte hanno gelatina di suino/animale, comunque.

    E per restare in tema: gli integratori vitaminici sempre in vendita al Lidl sono fatti anche da derivati del pesce; infine ricordate che pancarré e panini dolci quasi sempre contengono lo strutto, il panebianco invece no. Ed è anche più buono.

  7. 7
    Claudia scrive:

    Io il pane lo faccio in casa con l’olio o con la margherina di soia e viene buonissimo, i dolci pure: la scorsa estate ho imparato anche a fare la panna cotta con il latte di soia con un addensante naturale tratto dall’alga agar agar (mi pare si scriva così), mentre fino ad un paio di anni fa utilizzavo i fogli di gelatina animale (non so quale) che sono molto usati in pasticceria per fare i dolci e per guarnirli, come nelle crostate di frutta. Anche la pasta frolla si può fare senza il burro o le tagliatelle si possono fare senza le uova, le ricette ci sono, bisogna fare un pò di prove ma vi assicuro che sono gustosissime! Per gli integratori non ne so nulla perché non li ho mai acquistati.
    Ciao

  8. 8
    AlanAdler scrive:

    @ Le Cagot
    ciao, grazie per i complimenti! Sono molto contento che ci sia gente che trovi interessante questo mio blog!

  9. 9
    Rosa scrive:

    Sono molto contento che ci sia gente che trovi interessante questo mio blog!
    Più di quanto tu possa pensare!
    Interessanti pure i commenti.
    A presto
    Rosa

  10. 10
    AlanAdler scrive:

    ma grazie, troppo buona! :)

  11. 11
    Mattia scrive:

    Si parla tanto dello stress animale, dello sfruttamento e delle condizioni in cui queste povere bestie vengono trattate.
    Tutto ok.Giustissimo.
    Ma da allevatore, qualcuno a mai pensato o affrontato sulla propria pelle cosa non significhi avere del bestiame?!
    Qualcuno ha idea dei sacrifici che deve fare un allevatore per mandar avanti una piccola azienda, lavorare 365gg l’anno 24h su 24 sempre dietro ai propri animali che qualcuno non si ammali e contaggi il resto…
    Avete idea di cosa significhi sporcarsi la faccia di merda tutti i giorni ?! ( e non parlo in senso figurato!)
    Avete idea di cosa vuol dire assistere una scrofa che ha difficoltà a partorire e cercare di non perderla?!
    Qua non siamo nei Lager nazisti o in qualche oscena sala tortura. La vita reale, quella che non si nasconde dietro delle belle parole è fatta di sacrifici e l’unica cosa che davvero ha importanza è avere il pane sotto i denti tutti i santi giorni.
    Perche l’uomo, il maiale o qualsiasi altro animale, bestia è, e bestia rimarrà anche se si mette un paio di jeans firmati o compra l’ultimo cellulare uscito, tutto questo non lo allontana dalla sua natura e come tale cerca di proteggere la propria esistenza dalla fame…e mangia..a volte anche quello che vorrebbe evitare.

  12. 12
    Rosa scrive:

    @ Mattia
    “…Avete idea di cosa vuol dire assistere una scrofa che ha difficoltà a partorire e cercare di non perderla?!…”
    Io si, caro Mattia.
    Tu non credo, visto che la tieni in vita (se pur amorevolmente) fin quando ti fa comodo.
    Poi la porti al macello e non ti preoccupi più di “non perderla”, vero?
    E’ chiaro che l”unica cosa che ti interessa non è l’animale, ma quello che l’animale ti può fruttare e questo io lo chiamo SFRUTTAMENTO.
    Tu lavoro.
    Peccato!
    Rosa

  13. 13
    Maiale, animale nobile!!! La fortuna di essere inGASati | inGASati GRUPPO di ACQUISTO SOLIDALE di Forlì scrive:

    [...] animale nobile!!! La fortuna di essere inGASati Dopo aver letto un interessante articolo: Il maiale, dal prato alla nostra tavola che consigliamo (Romeo, Caterina e Pietro) a tutti di leggere abbiamo richiesto, Caterina ed io, [...]

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