26th giu 2008

Mucche, vitelli e vitelloni, dal prato alla nostra tavola

La vita di un bovino sfruttato per l’alimentazione umana
di AlanAdler
ultimo aggiornamento: 25 dicembre 2008

Il bovino come animale
I bovini sono animali molto socievoli, e hanno un forte senso della famiglia. Le mucche, con i loro vitellini, dipendono totalmente dalla protezione del toro. Una mucca non può scappare se minacciata, come potrebbe fare ad esempio un cavallo. Si sentono piuttosto vulnerabili senza la sicurezza di un toro vicino.

Come la donna, in una mucca la gestazione dura nove mesi. Le mucche gravide, giunto il momento di partorire, si allontanano dalla mandria, isolandosi e appartandosi quanto più possibile. Nella mucca, tutto è programmato per proteggere il proprio vitello. Subito dopo il parto nasconde il piccolo che, per i primi giorni di vita, è praticamente inodore per ridurre il rischio di attirare predatori. Lo lecca continuamente, per togliergli ogni altra traccia di odore, e lo segue giorno e notte, senza perderlo mai di vista. Gli occhi dei bovini sono molto grandi e ricevono una grande quantità di luce, l’immagine che entra nell’occhio di una mucca è circa tre volte più grande di quella ricevuta dall’occhio umano: questo aiuta la madre a seguire le tracce del vitello. Gli occhi dei bovini sono inoltre posizionati ai lati della testa, affinchè il campo visivo sia molto ampio e la mucca possa individuare qualsiasi predatore minacci il vitellino.

I vitellini, come tutti i cuccioli animali e umani, amano giocare e correre. Il tedesco Robert Schloeth, zoologo, ha notato che i vitelli usano dei precisi segnali per comunicare agli altri vitelli che stanno per cominciare a giocare, e che tutto quello che accade dopo quel segnale deve essere interpretato come un gioco: «arricciano la coda lanuginosa e l’agitano solo da un lato, segnale che li rende chiaramente distinguibili».

I bovini, secondo poco attenti osservatori umani, potrebbero dare l’impressione di non provare dolore, poiché generalmente non si lamentano anche in situazioni di grave sofferenza. Donald Broom, docente di benessere animale all’università di Cambridge, ha constatato che soltanto le specie abituate a ricevere soccorso gridano di dolore quando si fanno male: è il caso dei cani, dei maiali o degli esseri umani. Invece per animali come i bovini e gli altri ruminanti, che non possono aspettarsi alcun aiuto, gridare significherebbe solo richiamare l’attenzione dei predatori. Per Broom è inammissibile sostenere che gli animali che non gridano provano meno dolore.

Fatta eccezione per quelli del Sudest asiatico, i bovini domestici discendono tutti da un’unica specie selvatica, oramai completamente estinta, quella dell’uro (Bos primigenius): i tori erano imponenti, alti fino a due metri al garrese, e solitamente dotati di corna lunghissime. Erano animali straordinari, forti, veloci e coraggiosi, privi di qualsiasi simpatia per il genere umano. L’attuale gaur, bovino selvatico indiano, presenta qualche somiglianza con questo animale primigenio. È raro che una tigre attacchi un gaur adulto, perché si tratta di un animale eccezionalmente forte e coraggioso.

I bovini in natura vivrebbero anche fino a quarant’anni. Ma in un allevamento o in una fattoria biologica la vita viene loro strappata molto prima.

Il bovino come cibo
I bovini, come i polli, hanno avuto la sfortuna di poter essere sfruttati doppiamente dall’uomo: non solo per il loro corpo da mangiare, ma anche per il loro latte. L’uomo ha nel tempo creato razze selezionate per la loro carne, razze selezionate per la produzione di latte e razze a duplice attitudine (carne e latte). Nella sola Italia si stimano circa 12 milioni di bovini allevati in un anno.

Solo in zone della Terra dove esistono ampi pascoli (Argentina, Stati Uniti, Canada, Australia) - dove le foreste vengono rase al suolo per lasciare spazio ai bovini - e solo per una prima fase dell’allevamento, questi animali hanno la possibilità di vivere all’aperto. Successivamente vengono trasferiti in enormi stalle automatizzate per l’ingrasso e la preparazione alla macellazione. In Europa invece prevale l’allevamento intensivo o “alla stalla”, e l’immagine della mucca che pascola all’aperto, che funziona molto in programmi televisivi e in pubblicità di latte e formaggi, rappresenta una realtà solo per una irrilevante parte dei capi allevati, purtroppo. Come spiegano in maniera molto chiara gli stessi imprenditori del Consorzio Qualità della Carne Bovina: «L’Italia […] è purtroppo un paese sfortunato: gran parte del territorio è infatti costituito da alture che poco si prestano alle coltivazioni e all’allevamento dei bovini. Nelle zone di pianura, di conseguenza, la terra coltivabile costituisce un bene prezioso su cui esercitare risparmio, dovendo tra l’altro competere con la presenza dei grandi insediamenti urbani e delle attività industriali. È automatico, quindi, cercare di concentrare le attività sul minor spazio possibile. In tal modo si sono sviluppati gli allevamenti intensivi, stalle cioè dove molti capi convivono in spazi limitati» [1].

Negli allevamenti intensivi la vita di questi animali è stata completamente stravolta. La mucca  è diventata oggi proprio il triste simbolo delle condizioni estremamente innaturali degli animali allevati per l’alimentazione umana: il noto caso BSE (encefalopatia spongiforme bovina o morbo della mucca pazza) è nato proprio perchè i bovini, erbivori naturali, erano nutriti con farine ottenute dalle carcasse di bovini malati, praticando di fatto il cannibalismo. Nelle strutture industriali in cui questi animali oggi vivono, i loro profondi legami famigliari sono totalmente ignorati ed ogni membro della famiglia vive separatamente dagli altri. Il fatto che la mucca negli allevamenti non sia più protetta dal toro di certo causa profonda ansia nell’animale.

Recisione delle corna, castrazione e marchiatura a fuoco saranno alcune delle umiliazioni che questi animali dovranno subire in vita. L’estirpazione delle corna è necessaria per evitare che gli animali si feriscano reciprocamente negli ambienti sovraffollati in cui vivranno. Per fare ciò si ricorre ad una pasta chimica che ne brucia le radici quando l’animale è ancora giovane. Alcuni allevatori invece preferiscono aspettare finché i vitelli raggiungono un’età più avanzata, quindi gli tagliano le corna con una cesoia elettrica, dotata di cauterizzatore a coppa. Ai vitelli più maturi, corna e relative radici vengono tagliate con una sega. Ovviamente, in tutte queste operazioni, non viene usato alcun tipo di anestetico, e ciò rende il tutto estremamente doloroso per l’animale, in quanto naturalmente la radice delle corna è una parte sensibile al dolore. La castrazione invece rende l’animale più mansueto e quindi meglio gestibile dal personale e meno propenso a muoversi (e di conseguenza meno soggetto a perdere peso); inoltre ciò migliora la qualità della sua carne, elemento di non poco conto per l’allevatore e il consumatore più attento ai sapori particolari. Per la castrazione si usano diversi metodi. Uno di essi, ad esempio, consiste nell’afferrare lo scroto - la sacca contenente i testicoli - tirandolo verso il basso, per poi affondarvi un coltello. Quindi i testicoli vengono estratti  e lasciati appesi al loro cordone. Infine, in una seconda fase, si utilizza uno strumento, detto emasculatore, per recidere il cordone. La marchiatura a fuoco invece è praticata in alcuni casi per il riconoscimento dell’animale, e pur se in disuso, non è comunque vietata dalla legge italiana. Nei grandi allevamenti industriali, per l’identificazione dell’animale si usano altre tecniche più pratiche mentre, ad esempio, in alcune zone della Maremma - conosciute per la nota “fiorentina” - la marchiatura a fuoco sembra essere ancora eseguita come un gesto rituale e tradizionale. La marchiatura a fuoco causa un dolore intenso e prolungato all’animale, in quanto si tratta di una ustione di terzo grado - ovvero di livello massimo nella classificazione standard delle ustioni - ed inoltre il marchio rovente deve essere schiacciato contro la pelle dell’animale per un tempo sufficientemente prolungato da bruciare in profondità il derma.


La carne bovina
Il bovino allevato per la sua carne, dopo essere stato ucciso, eviscerato e tagliato a pezzi, lo ritroviamo sulle nostre tavole o dentro panini da fast food sotto forma di numerose denominazioni, a seconda di come le parti del suo corpo vengono trasformate: hamburger, wurstel, roast-beef, bistecca, fettina, polpette e altri prodotti.

La fettina si ottiene tramite l’allevamento del cosiddetto vitello a carne bianca. Il vitello a carne bianca  è sostanzialmente un animale “di riciclo”. Negli odierni stabilimenti di produzione di latte, la mucca viene continuamente ingravidata poichè solo dopo il parto - come le madri umane e ogni altro mammifero -  essa inizia a produrre latte. Se il piccolo nato è femmina verrà destinato alla produzione di latte. I vitelli maschi invece rappresentano un problema per gli allevatori, poichè inutili per l’azienda: ovviamente non sono in grado di produrre latte, né sono adatti per il mercato della carne bovina tradizionale, che richiede l’allevamento di razze selezionate. Non potranno nemmeno essere usati per la riproduzione, in quanto i maschi riproduttori provengono esclusivamente da centri di selezione e miglioramento genetico. Tuttavia gli allevatori hanno trovato un modo per “riciclare” il vitello maschio.

Entro 48 ore dalla nascita, il vitello viene strappato alla madre perchè non consumi il prezioso latte destinato al mercato. Questa violenta separazione è ovviamente causa di profondo trauma sia per la madre che per il figlio. Il vitello viene quindi rinchiuso per i primi due mesi di vita in un box poco più largo di lui e, solo in seguito, trasferito in un recinto di gruppo. In questo modo il giovane animale, privato del normale movimento, non avrà la possibilità di sviluppare i suoi muscoli, cosicchè la sua carne rimane tenera, come piace al consumatore. In breve tempo questi animali manifestano un evidente stato di stress, che si manifesta con movimenti stereotipati e ossessivamente ripetuti, estrema facilità a reagire scalciando a qualsiasi elemento estraneo e altri segnali caratteristici.

In natura, il vitello comincerebbe a nutrirsi di erba già a tre settimane di vita. Negli allevamenti viene invece alimentato unicamente, giorno dopo giorno, con una dieta del tutto liquida a base di latte magro in polvere, costituito solo in minima parte da siero di latte avanzato dalle lavorazioni casearie che danno origine al formaggio. A questo pasto liquido vengono aggiunti integratori, farmaci per il controllo delle malattie e altre sostanze chimiche.

Fino a qualche anno fa, inoltre, questa dieta era studiata in modo da essere fortemente carente di ferro, così che l’animale sviluppasse una grave forma di anemia e la sua carne prendesse il colore rosa pallido tipico della “fettina bianca” (mentre, come è noto, la carne bovina ha un colore rosso). Un vitello in queste condizioni vive in uno stato di continuo malessere: stanchezza, letargia, apatia, mancanza di lucidità, cefalea, cardiopalmo (forte percezione del proprio battito cardiaco), dispnea (difficoltà di respirazione), accompagneranno il giovane animale in questa sua esistenza. Oggi questa pratica è stata abolita. Tuttavia l’allevamento dei vitelli a carne bianca viene ancora praticato, fissando il livello di ferro che deve essere rilevato nell’animale ad un valore appena al di sopra della soglia minima accettabile. Inoltre i valori vengono rilevati solo su campioni, pertanto le valutazioni vengono eseguite sul gruppo di animali e non sui singoli individui. Il pericolo che molti soggetti possano ancora facilmente sviluppare un grave stato anemico è dunque ancora concreto. Come rileva il Ministero della Salute nel documento di presentazione delle nuove norme sul benessere dei vitelli, “la produzione del vitello a carne bianca rappresenta l’allevamento più a rischio relativamente al pericolo anemia” [4].

Ovviamente i vitelli avvertono angosciati l’assenza della madre. Sentono anche la mancanza di qualcosa da succhiare. Tale bisogno è forte in un vitellino da latte così come lo è in un neonato umano. Questi vitellini non hanno nessun capezzolo da cui succhiare, né alcun sostituto. Dal loro primo giorno di reclusione essi bevono da un secchio di plastica. Si è provato a nutrirli con tettarelle artificiali, ma il problema del mantenerle pulite e sterilizzate non pareva abbastanza importante da preoccupare l’allevatore. È facile vedere i vitellini che cercano freneticamente di succhiare qualche parte dei loro box, benché in genere non trovino nulla di adatto. Se si porge loro un dito ci si accorgerà che cominciano subito a succhiarlo, proprio come un piccolo umano succhia il proprio dito.

Più tardi il vitello sviluppa il desiderio di ruminare. Il bovino è infatti un ruminante: è dotato di un rumine, la prima delle quattro cavità dello stomaco dei ruminanti, a forma di sacco, dove il foraggio, sommariamente masticato, subisce una prima digestione. Dal rumine il cibo ritorna in bocca per essere rimasticato. Ma con il pasto liquido che ha a disposizione negli allevamenti, il vitello non ha la possibilità di ruminare. Disordini nella digestione, comprese ulcere allo stomaco, sono diventati problemi frequenti per questi animali a causa dei movimenti intestinali cronicamente rilassati.

In origine, per ottenere questa carne, si uccidevano i vitelli ancora giovanissimi, prima dei due mesi, quando ancora presentavano naturalmente una carne più chiara e più tenera. Ma un animale di poche settimane di vita si trova nel pieno della crescita e con un alto indice di conversione alimentare. Non conviene quindi macellarlo a due mesi di vita se oggi, con il metodo descritto, si può ottenere dallo stesso animale, a sei mesi di vita, la stessa carne bianca - ma in quantità maggiore - che presenta in natura a due mesi. Quindi, a soli sei mesi, cioè ancora giovanissimo, il vitello verrà ucciso in un macello.

Quella descritta fin qui è la sorte dei vitelli maschi nati nell’industria del latte. Lo stesso trattamento spetta anche alle vitelle “scartate”, ovvero le vitelle che non presentano caratteristiche idonee per la produzione di latte. Altre razze bovine invece sono selezionate unicamente per la loro carne: sono i cosiddetti vitelloni. Gli animali - maschi o femmine indifferentemente - vengono inseriti in un ciclo di allevamento diverso da quello fin qui visto, destinato a rendere il loro corpo un’unica massa di carne.

Questi animali possono godere di una breve stagione di libertà, durante la quale è permesso loro di stare in compagnia della madre, al pascolo, prima di essere trasferiti definitivamente in enormi stalle automatizzate per l’ingrasso e la preparazione alla macellazione. Per loro il distacco dalla madre è ancora più tragico, perché ne saranno separati dopo aver passato insieme i primi mesi di vita. All’interno dell’allevamento vengono confinati in gruppi in piccoli spazi recintati. Lo stato di malessere di questi animali è evidenziato da segnali caratteristici come movimenti stereotipati e il giacere a terra apatici. Invece che con l’erba, vengono nutriti con mais e altri cereali, ben più energetici. Ma lo stomaco dei bovini non è fisiologicamente strutturato per accogliere grandi quantità di questi alimenti, e ciò si traduce in molte malattie soprattutto a carico dell’apparato digerente. A questo pasto energetico vengono  poi aggiunti antibiotici per il controllo delle malattie, integratori e sostanze per forzare la crescita, insieme ad appetizzanti e coloranti per stimolare l’appetito dell’animale di fronte ad un cibo così scadente e lontano dalla sua natura. I vitelloni vengono uccisi infine dopo massimo 2-3 anni di questa vita. Purtroppo, nell’industria zootecnica, oltre alle sostanze chimiche permesse, esiste anche un vasto mercato clandestino in continuo rinnovamento, con tanto di laboratori e centri di produzione, concentrato solo nello studio di farmaci e sostanze chimiche illecite in grado di ottimizzare la produttività o di portare altri vantaggi all’allevatore. Particolarmente apprezzate sono le sostanze atte a incrementare la massa dei bovini, come anabolizzanti e altre sostanze chimiche pericolose che allevatori con pochi scrupoli non esitano a somministrare ai propri animali in vista di un allettante vantaggio economico.

Latte e latticini
Il latte delle mucche sfruttate, oltre che allo stato liquido, lo ritroviamo sulle nostre tavole sotto forma di numerose denominazioni, a seconda di come viene trasformato: panna, burro, mozzarella, emmenthal, parmigiano e altri prodotti.

“Che cosa è un animale? Dal punto di vista zootecnico un animale è una macchina che è impiegata per trasformare alcuni prodotti in altri più utili all’uomo. Una vacca da latte è una macchina alla quale si somministrano alimenti e dalla quale si ricava latte e carne a non voler considerare il resto (letame, pelle ecc). In che cosa una macchina animale, una vacca, differisce da una macchina meccanica, un trattore? Entrambi hanno un costo, sono soggetti a guasti, la vacca si ammala e il trattore si rompe la biella, si consumano, la vacca invecchia, e quindi si devono rinnovare; entrambi reagiscono agli stimoli: premendo il bottone dell’avviamento il trattore si mette in moto, così la vacca entrando in sala di mungitura si dispone e scarica il latte” [2]. Questa citazione, tratta da un testo di zootecnia disponibile in Rete sul sito di un’azienda di latte, rende in maniera molto chiara come una mucca da latte - e in generale tutti gli animali sfruttati dall’uomo a fini alimentari - viene considerata all’interno dell’allevamento, nel quale la sua identità di individuo ed essere senziente perde ogni significato di fronte all’interesse economico dell’allevatore.

Le mucche, all’età di circa due anni, quando andranno per la prima volta in calore, saranno inseminate artificialmente ed inizieranno così la loro carriera produttiva. Per ogni anno trascorreranno nove mesi in gravidanza e dopo circa tre mesi dal parto verranno nuovamente fecondate. Come già spiegato, ciò è necessario poichè solo dopo il parto la mucca inizia a produrre latte. Solo in questo modo l’allevatore può assicurarsi una continua produzione di latte, da ogni singola mucca,  per tutto l’anno. Ovviamente - come ogni madre umana può ben capire - questi continui parti logorano fisicamente la mucca.

Come abbiamo detto, il vitellino nato verrà allontanato dalla madre entro 48 ore, in modo che la mucca possa essere messa quanto prima sotto mungitura intensiva. Nelle fattorie a conduzione famigliare, quasi del tutto scomparse, una mucca viene munta solo due volte al giorno, ogni dodici ore, per avere 3-4 litri di latte. Nei moderni allevamenti, invece, anni di selezioni genetiche - spinte anche dalla fecondazione artificiale, che permette la possibilità di controllare il miglioramento delle caratteristiche - e l’uso di moderne macchine mungitrici azionate da computer, hanno portato le mucche a produrre fino a 10 volte di latte in più di quello che servirebbe a nutrire il proprio vitello. Una mucca oggi può arrivare a produrre oltre 40 litri di latte al giorno (eccezionalmente anche 60-70), superando in casi particolari i 200 quintali annui. La mucca, tuttavia, nonostante sia considerata nell’allevamento come una macchina, non è una macchina: questo intenso sfruttamento strema il povero animale, che in poco tempo si ritroverà ad avere mammelle gonfie, tese e dolenti. Un terzo delle mucche sfruttate per il latte finisce per sviluppare dolorosissime infiammazioni alle mammelle (mastiti), anche a causa della scarsa igiene.

Le condizioni di vita negli allevamenti intensivi portano le mucche a sviluppare anche problemi cronici e infiammazioni alle zampe e agli zoccoli. Questo è dovuto sia alla pavimentazione in cemento, non adatta allo zoccolo di questi animali che in natura vivrebbero su terreni morbidi, sia alle mammelle eccessivamente gonfie, che costringono le mucche a camminare in maniera del tutto innaturale. La zoppia, molto diffusa nelle odierne aziende di latte, rappresenta per queste mucche un dolore estremamente intenso, che le obbliga a passare molto tempo accucciate a terra tra i propri escrementi. Ogni piccolo spostamento diventa un vero tormento. Inoltre nelle mucche da latte - animali frutto di una  lunga e complessa selezione genetica artificiale - le zampe, generalmente ben sviluppate nei bovini, sono invece esili (in quanto non rappresentano rilevanza ai fini della produzione). In queste condizioni il peso delle mammelle diventa eccessivo per le zampe, e basta anche una caduta sui pavimenti scivolosi dell’allevamento perchè l’animale si procuri gravi fratture e sia incapace di rialzarsi.

Anche per le mucche, il mangime che viene loro dato non è più erba o fieno. Attualmente il cibo più comune è l’Unifeed, che tradotto dall’inglese significherebbe “piatto unico”. Si tratta cioè di un’unica poltiglia, altamente redditizia ad un costo minimo, in cui viene mescolato tutto insieme. In questo modo è anche più facile somministrare agli animali qualsiasi cosa, dai grassi ai farmaci, fino alle proteine animali, come è avvenuto per il caso “mucca pazza”. Anche per questi animali ovviamente questo tipo di alimentazione innaturale è causa gravi problemi, in particolare a livello dell’apparato digerente.

Tra gli animali sfruttati per l’alimentazione umana, le mucche sono certamente quelle che soffrono più a lungo. Infatti, a differenza degli altri animali, che vengono inviati al macello quando hanno raggiunto un peso ottimale (sempre molto giovani), una mucca da latte viene macellata solo quando la sua produzione di latte e la sua capacità di riproduzione diminuiscono (per via dell’eccessivo sfruttamento o di gravi patologie debilitanti), di solito intorno ai sei-otto anni di vita.

I problemi connessi al trasporto delle mucche da latte verso il centro di macellazione cominciano quindi già al momento del carico, perché questi animali, molto frequentemente, non sono più in grado di camminare o di reggersi semplicemente in piedi, in quanto completamente esausti o dagli arti fratturati: sono le cosiddette mucche a terra. Nonostante in Italia vi siano normative ben precise che vietano il trasporto di “mucche a terra”, tali leggi vengono in molti casi ignorate (come dimostra una indagine del 2007 [3]), e le mucche, invece di essere uccise nelle aziende di origine, vengono ugualmente caricate sui camion per i trasporti. Per caricare e scaricare queste mucche dentro e fuori dai camion gli operatori si servono di diverse tecniche. Gli animali possono essere legati con una catena ad una zampa e trascinati per metri oppure sollevati appesi a testa in giù; in alternativa alla catena si può usare una cinta legata alla fronte dell’animale e trascinarlo. La mucca può essere spostata anche con l’ausilio di trattori dotati di pala oppure sollevata per mezzo di un carrello elevatore dotato di forche (il comune muletto). In tutti gli allevamenti di bovini sono regolarmente usati pungoli elettrici per “sollecitare” l’animale a muoversi (oltre a colpi con bastoni), e lo stesso trattamento viene riservato anche a queste mucche. L’uso di pungoli elettrici sul corpo di questi animali - spesso sulla zona genitale e anale, particolarmente dolorosa - risulta tanto inutile quanto crudele, poichè ovviamente sono animali incapaci di muoversi. Tirare queste mucche per la coda è un altro modo per provare a spostarle.

Una volta che saranno state caricate insieme alle mucche ancora in grado di reggersi in piedi - ma sempre ridotte in condizioni pietose - gli animali dovranno affrontare viaggi estenuanti su camion affollati, anche per distanze di centinaia di chilometri, fino ad arrivare all’impianto di macellazione. Durante il trasporto altre mucche cadranno e altre rimarranno schiacciate dalle compagne, finendo anche loro per non essere più in grado di muoversi. Arrivate al macello, saranno uccise e vendute come carne di seconda scelta  a buon mercato, finendo nelle nostre macellerie o in prodotti in scatola, hamburger, wurstel ecc.

Anche negli allevamenti di bufale per la nota “mozzarella di bufala”, ritroviamo la stessa situazione vista per le aziende di mucche da latte. Anche in questo caso i nati maschi si rivelano inutili per la produzione di latte. La carne dei bufalotti, però, al contrario di quella del vitello, non ha un gran valore sul mercato che ne giustifichi l’allevamento. Così, in gran parte dei casi, gli allevatori semplicemente lasciano morire i piccoli di fame, allontanandoli dalla madre subito dopo il parto, oppure usano altri metodi cruenti per ucciderli. Solo alcuni allevatori crescono i bufali maschi per la carne, ma sono davvero pochi. Infine, anche le bufale, quando la loro produzione di latte e la capacità di riproduzione diminuiscono, vengono destinate al macello.

A questo punto possiamo capire come consumare latte e latticini richieda necessariamente la morte non di uno, ma di più animali. Sapendo che le mucche da latte negli allevamenti vengono di solito uccise intorno ai sei-otto anni di vita, sapendo che una mucca da latte è costretta a partorire una volta l’anno, e considerando un vitello nato ad ogni parto, possiamo dire che una mucca sfruttata in un allevamento può partorire, durante la sua intera carriera, perlomeno sei vitelli, di cui, mediamente, tre saranno maschi e tre saranno femmine. I tre maschi saranno cresciuti come abbiamo descritto e dopo sei mesi destinati al macello. E lo stesso macello sarà la fine della mucca sfruttata per il latte. È questa la motivazione, insieme alla sofferenza provata dagli stessi animali, che spinge un gran numero di persone compassionevoli ad eliminare l’uso del latte e dei latticini dalla propria alimentazione, ossia scelgono di diventare vegan (eliminando anche le uova, che comportano ugualmente sofferenza e morte per gli animali allevati). Scegliere di essere vegan significa accogliere la stessa motivazione dei vegetariani, ossia evitare la morte inutile degli animali per il proprio piacere.

La macellazione
Per tutti i bovini allevati, la procedura di macellazione è pressochè la medesima. Gli animali entrano nel macello uno alla volta. Prima di essere uccisi, devono essere storditi. La legge prevede a tal fine l’uso del proiettile captivo, che penetra nella corteccia cerebrale dell’animale e poi riesce, sparato da una pistola pneumatica. Ma a causa della rapidità delle linee di macellazione (per via dell’elevato numero di animali da “lavorare”) spesso gli animali non sono storditi in maniera corretta, e quindi possono essere ancora pienamente coscienti durante la fasi successive di lavorazione.

Mentre il bovino crolla a terra, un inserviente gli aggancia rapidamente una catena a uno degli zoccoli posteriori. L’animale viene quindi sollevato meccanicamente dal pavimento e lasciato appeso a testa in giù. Un operaio, munito di un coltello dal lungo manico, taglia all’animale la gola, infilando profondamente la lama nella laringe per uno o due secondi e recidendo la vena giugulare e l’arteria carotidea quando la estrae, con sangue che schizza sul pavimento, sulle macchine e sullo stesso operaio.

L’animale viene quindi fatto avanzare lungo la “catena di smontaggio”. Alla prima stazione viene scuoiato: la pelle viene incisa lungo la linea centrale del ventre e una macchina scuoiatrice lo libera del suo involucro, lasciando la pelle integra. La testa viene tagliata, quindi il corpo viene eviscerato: fegato, cuore, intestini e altri organi interni vengono rimossi. Nella stazione successiva il corpo viene squartato con una motosega lungo la colonna vertebrale e privato della coda. La carcassa squartata viene lavata con un getto di acqua tiepida, avvolta in un tessuto e mandata nelle celle frigorifere per ventiquattro ore. Il giorno seguente, i macellai, muniti di seghe a nastro, smembrano la carcassa nei tagli canonici: filetto, costata, spalla ecc. I tagli vengono posti su un nastro trasportatore, e dopo essere stati pesati e confezionati sotto vuoto, raggiungono i banchi refrigerati dei supermercati, dove vengono esposti e offerti in vendita.

Riccardo B.

Leggi anche:
- Il maiale, dal prato alla nostra tavola
- Il pollo, dal prato alla nostra tavola
- Il pesce, dal mare alla nostra tavola
- Oche a anatre, dal lago alla nostra tavola

Note:
1. Consorzio Qualità della Carne Bovina, Allevamento estensivo e allevamento intensivo
2. Mauro Codeluppi, Gestione allevamento vacche da latte
3. Lav, Trasporto di “bovini a terra” in Italia
4. Ministero della Salute, Nota esplicativa sulle procedure per il controllo del benessere animale negli allevamenti di vitelli

Principali fonti consultate:
- Jeffrey Moussaieff Masson, Il maiale che cantava alla luna
-
Lav, Trasporto di “bovini a terra” in Italia
-
Jeremy Rifkin, Ecocidio
- Peter Singer, Animal Rights and Human Obligations
- Enrico Moriconi, Le fabbriche degli animali: “mucca pazza” e dintorni

7 commenti a “Mucche, vitelli e vitelloni, dal prato alla nostra tavola”

  1. 1
    Rosa scrive:

    Ho visto foto e video sui macelli europei, pubblicati da AgireOra, STRAZIANTI!.
    Ancora non riesco a dimenticare quelle orribile scene.
    Ma la colpa di tutto questo orrore non è solamente dei macellai o degli allevatori . E’ principalmente il risultato delle scelte alimentari individuali che adottiamo .Molte persone non sanno, sono disinformate perchè tutte queste notizie non arrivano in ogni casa e i medici fanno falsi allarmismi (del resto a loro interessa che la gente si ammali).
    Ti ammiro
    Rosa

  2. 2
    AlanAdler scrive:

    ciao Rosa,

    sì li ho visti anche io quei video. Quello che davvero mi ha colpito di più è stato quello dei poveri vitelli fatti a pezzi. L’ultima foto dell’articolo l’ho presa da quel video. Il video, per chi volesse vederlo, è qui:
    http://it.youtube.com/watch?v=eJSzmZ7PA1I

    Comunque concordo, gli allevatori e i macellai fanno solo il loro dovere, se da una parte c’è una domanda di un prodotto, dall’altra ci deve essere qualcuno che la soddisfi, e al prezzo migliore e più competitivo, pur sacrificando la qualità e le minime condizioni di benessere degli animali. Lo stesso dicasi per la pesca. Ieri stavo guardando una puntata di “Missione Natura” (mi pare che si chiami così) e stavano intervistando un responsabile italiano di Greenpeace, che parlava di come il pesce in tutto il mondo stia esaurendosi in quanto fonte non rinnovabile, e di come moltissime specie di pesci siano oramai estinte. Alla domanda del presentatore: «Ma cosa si può fare allora?» il responsabile di Greenpeace gli risponde che si devono cambiare le tecniche di pesca. Non gli è neppure passato per la testa pensare che serve innanzitutto diminuire il consumo di pesce, individualmente, e che il pesce pescato oggi in maniera massiccia è il risultato diretto di questo consumo massiccio di pesce. Il responsabile di Greenpeace (di certo non vegetariano) era parte del problema di cui stava parlando e non se ne rendeva conto. Molto più comodo sicuramente far assumere le proprie responsabilità ad altre persone (enti ed istituti di pesca).

  3. 3
    Raffaella scrive:

    Concordo con entrambe!

    Personalmente ritengo la disinformazione uno dei “mali” peggiori. Se fin di piccoli ci mostrassero cosa c’è dietro tutto quello che mangiamo, al mondo ci sarebbero molti più vegetariani/vegani, anche se nella mia esperienza ho imparato che purtroppo non tutti sono in grado di seguire un’alimentazione “etica” come vorrebbero, e che molti anche dopo aver saputo non ritengono sia un loro dovere apportare delle modifiche al loro stile di vita…l’empatia o la compassione non si possono insegnare, vengono spontaneamente dal cuore! Comunque tutto questo orrore è parte della libertà di scelta…io, utopicamente parlando, continuerò a sognare un mondo di frugivori, che poi probabilmete è quello che noi umani eravano anticamente!

    Già che ci sono, ti rinnovo i miei complimenti per questo Blog!
    Ciao, Raffaella

  4. 4
    AlanAdler scrive:

    ciao Raffaella

    > Comunque tutto questo orrore è parte della libertà di scelta

    sì sono d’accordo. Moltissime persone oggi hanno ancora atteggiamenti profondamente sessisti, razzisti o omofobi, ma non hanno libertà di scelta in questi casi perchè devono sottostare a delle norme legislative e sociali, non certo morali. Molte persone oggi vedono ancora “sporchi negri”, ma non è socialmente decorativo esternare questi atteggiamenti, come molti vieterebbero l’ingresso al proprio locale a persone di colore, ma la legge non permette questo.

  5. 5
    last man scrive:

    anche le piante soffrono ………

  6. 6
    last man scrive:

    di loro chi si occupera ‘ ??

  7. 7
    AlanAdler scrive:

    Per favore leggi qui prima di fare interventi di questo tipo, grazie:
    http://www.animalstation.it/public/wordpress/?page_id=289#estreme

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