13th lug 2009

Un mare di sofferenza

Il dolore e la paura degli animali marini
di AlanAdler

La distanza emotiva che divide l’animale umano dagli altri animali dei quali si ciba è più che mai evidente nel caso dei pesci. Non infrequentemente, persino chi, spinto da compassione, rinuncia a nutrirsi delle carni degli animali terrestri, continua tuttavia a nutrirsi di quelli marini, ritenendoli molto probabilmente più vicini al regno vegetale che non a quello animale. Questo freddo atteggiamento nei confronti dei pesci risulta evidente anche nel ciclo di allevamento e uccisione, poiché, se per gli altri animali allevati si parla spesso di (ipocrite) norme a tutela del loro benessere, nel caso dei pesci la loro sofferenza non è vincolata in alcun modo. A tutt’oggi, il limite massimo di densità in allevamento non è disciplinato da nessuna legge. Allo stesso modo, per l’uccisione di questi animali non esiste alcuna tutela alla loro sofferenza: non vi è nessuna forma di stordimento, come previsto invece per gli altri animali allevati per l’alimentazione. I pesci vengono semplicemente uccisi, per soffocamento o con altre modalità cruente. Prima dell’ultimo momento di vita, c’è sempre lunga agonia, mentre l’animale avverte lentamente, tra gli spasmi della sofferenza, l’approssimarsi della fine.

Oltre a tutto ciò, se è vero che per quanto riguarda gli altri animali allevati a scopi alimentari possiamo parlare di un enorme massacro, nel caso dei pesci assistiamo ad una ecatombe indescrivibile: il numero delle creature marine che ogni anno vengono sterminate in tutto il mondo è al di fuori di ogni calcolo possibile. Miliardi. Ripetuti miliardi di individui sterminati. Ma se ognuno degli animali sfruttato in ogni angolo del pianeta dall’industria alimentare perde del tutto la propria individualità, schiacciata dall’oppressione degli allevamenti e sostituita dal concetto di semplice numero (un «capo») come parte di un enorme insieme omogeneo e anonimo, nel caso dei pesci si va ancora oltre. Il loro valore commerciale è espresso in chili, non in numero di individui: considerando solo l’Italia, si parla di qualche centinaio di migliaia di tonnellate di animali marini consumati ogni anno. Anche a tavola non esiste più l’individuo ucciso o ridotto in pezzi, ma solo una prelibatezza per il palato, un piatto da gustare: «il pesce».

Questi splendidi animali sono dunque senza dubbio, tra le vittime dell’industria zootecnica, quelli più disprezzati dal genere umano, e sono coloro maggiormente schiacciati dall’oppressione della nostra specie, per numero di vittime e per sofferenza. Massacrati per la delizia del palato umano. Anche l’unica remota chance che hanno gli altri animali allevati, quella di poter finire in un rifugio dove vivere serenamente la propria vita, è negata alle creature marine. Nient’altro che sofferenza, morte e disprezzo totale. Chi dice di amarli, invero li costringe per tutta la vita in piccole prigioni di vetro all’interno della propria casa.

Sicuramente, questo disprezzo per la loro vita, nasce dall’incapacità dell’essere umano di riconoscere in queste creature i segni della sofferenza stessa. Non urlano, non emettono versi di alcun tipo, quindi ci convinciamo che non vi sia sofferenza. In realtà, dovremmo domandarci perchè mai le leggi dell’evoluzione avrebbero dovuto dotare queste creature di espressioni vocali quando, nel loro mondo, il mondo marino, ogni suono è ovattato, ed ogni comunicazione vocale sarebbe impossibile. L’urlo, che noi abitanti del mondo superficiale usiamo per richiamare l’attenzione dei nostri simili in caso di pericolo, nel mondo sommerso delle acque non avrebbe invece alcun senso. Dunque gli animali marini hanno sviluppato altre forme di comunicazione e, in alcuni casi, anche molto sofisticate: ma il fatto che non urlino quando provano sofferenza, non significa certamente che non provino sofferenza.

Ma l’uomo dotato di empatia e sensibilità non fatica a rintracciare i segni della sofferenza in un pesce preso all’amo: l’animale si dibatte freneticamente, disperatamente, sotto la morsa di un dolore intenso quale è quello di un amo conficcato profondamente nella carni vive. Dunque, senza dubbio, anche le creature marine soffrono: se alcuni vertebrati, come l’uomo, provano dolore, questo suggerisce che tutti i vertebrati, inclusi i pesci, attraverso la mediazione di processi neurologici simili, possano provare sensazioni simili a un dolore più o meno intenso in risposta a stimoli nocivi.

È stato dimostrato che i pesci - come gli altri animali vertebrati - hanno un sistema molto sviluppato che li aiuta a proteggersi dal dolore intenso, evitandogli così di mettere a rischio la propria vita se, in seguito a qualche grave ferita - quale ad esempio quella che può essere causata da un grosso predatore - fossero del tutto impossibilitati a muoversi. Quando un pesce è ferito, questo sistema rilascia delle sostanze naturali simili agli oppiacei (encefaline ed endorfine) in grado di “addormentare” il dolore, così da permettere all’animale di reagire e tentare una fuga. È proprio la presenza di questo sistema, quindi - che altrimenti non avrebbe ragione di esistere - che dimostra la capacità nei pesci di provare dolore.

In uno studio inglese piuttosto recente i ricercatori hanno inoltre evidenziato nel cranio dei pesci l’esistenza di recettori del sistema nervoso in grado di rispondere agli stimoli dolorosi. Nell’occasione, la Royal Society, la principale associazione scientifica britannica, ha dichiarato, senza mezzi termini, che: «Quanto riportato indica che i pesci possono avvertire il dolore». Secondo il ricercatore che ha condotto lo studio, «la risposta dei pesci allo stress è molto simile alla nostra».

Già nel 1996, il Rapporto sul benessere dei pesci d’allevamento a cura del Consiglio per il benessere degli animali d’allevamento, su consultazione del Ministero dell’Agricoltura inglese, concludeva che “l’evidenza scientifica [...] mostra chiaramente che il termine stress è sicuramente rilevante per quanto riguarda i pesci e che le modalità secondo le quali lo stress si manifesta in essi sono estremamente simili a quelle dei mammiferi. Che il temine dolore possa essere fondatamente utilizzato riferendosi ai pesci è dimostrato da studi anatomici, fisiologici e comportamentali, i cui risultati sono molto simili a quelli degli studi compiuti su uccelli e mammiferi. Il fatto che i pesci siano animali a sangue freddo non significa che essi non possiedano un sistema nervoso che permetta di provare dolore e che sia effettivamente preposto a preservare la vita e massimizzare l’idoneità biologica degli individui. Le cellule recettrici, i neuroni e le sostanze specializzate nella trasmissione presenti nel sistema nervoso dei pesci sono estremamente simili a quelli presenti nei mammiferi”.

Non solo i pesci sono in grado di sperimentare dolore, ma possono provare anche paura. In un esperimento condotto nel 1987 all’Università di Utrech, i ricercatori hanno osservato che un pesce preso all’amo con filo non in tensione mostra solo evidenti segni di agitazione per il dolore che sperimenta, mentre quando il filo viene tirato, il pesce mette in azione un particolare meccanismo, definito spitgas (ovvero l’espulsione di una miscela gassosa nella vescica natatoria) . In condizioni normali, lo spitgas è usato dal pesce per regolare la propria profondità di immersione. Nella situazione di amo teso dell’esperimento, invece, il pesce perdeva il controllo di questo sistema, che andava in “tilt” e lo lasciava cadere senza controllo verso il fondo dell’acquario. Successivamente i ricercatori hanno osservato che negli stessi pesci questo sistema andava in “tilt” anche quando venivano aggiunti all’acqua feromoni, sostanze chimiche che vengono rilasciate da un organismo in situazioni di pericolo. I pesci, quindi, pur non essendo soggetti a stimoli dolorosi di alcun tipo, reagivano con lo spitgas in risposta alla sola sensazione di paura associata. Ciò significa che, quando il pesce perde il controllo dello spitgas (come nella situazione di amo teso dell’esperimento), osserviamo il segnale di una intensa paura sperimentata dall’animale stesso. I ricercatori hanno quindi concluso che il dolore di un pesce preso all’amo contribuisce alla sua sofferenza in misura minore rispetto alla paura sperimentata. È quindi la paura, e non tanto il dolore intenso, che fa soffrire un pesce preso all’amo. E la stessa paura si manifesta in un pesce confinato in una piccola vasca, come dimostrato nello stesso esperimento osservando ancora una volta i pesci perdere il controllo dello spitgas.

I pesci quindi provano dolore e paura. E gridano anche. Secondo il biologo marino Michael Fine, la maggior parte dei pesci che producono suoni “vocalizzano” quando vengono colpiti, intrappolati o inseguiti. Durante esperimenti condotti da William Tavolga si è scoperto che i pesci rospo brontolano quando subiscono uno shock elettrico. Non solo, ma essi cominciano molto presto a brontolare alla sola vista di un elettrodo.

Queste meravigliose creature, appartenenti ad un mondo magico e così lontano dal nostro, regolato da altre leggi fisiche, da altri ritmi, da tempi enormemente dilatati, dovrebbero essere lasciate lontane dalla mano feroce e insanguinata dell’uomo. Invece, abbiamo intossicato il loro mondo fin sotto i fondali. Per soddisfare il nostro palato, stiamo distruggendo la vita marina ad un ritmo tale da non permettere a queste creature di avere nemmeno il tempo necessario per riprocrearsi. Svuotato il mare, continueremo a sterminarle nelle moderne fabbriche di «pesce», oggi in continua evoluzione. Quando l’uomo inizierà a sentire le loro urla di disperazione e i loro cupi lamenti dalle profondità del mare?

Riccardo B.

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