13th ott 2009

Quanta energia si perde con una bistecca

Il viaggio dell’energia dal sole alle piante agli animali fino alla bistecca

Sfogliando un mio vecchio libro scolastico del secondo anno di superiori (Biologia, di D. G. Mackean), casualmente mi sono imbattuto in un paragrafo dove viene spiegata l’inefficienza energetica di un sistema alimentare basato sul consumo di cibi animali. Il paragrafo si trova in uno degli ultimi capitoli, che solitamente vengono tralasciati durante il percorso scolastico. Tuttavia è sorprendente constatare come una nozione elementare e allo stesso tempo così importante riportata su un testo scolastico per ragazzi non sia nota alla stragrande maggioranza della popolazione. Nella parte conclusiva si spiega anche perchè, dal punto di vista esaminato, è preferibile l’allevamento intensivo degli animali, a fronte dei tanto acclamati vantaggi degli allevamenti biologici che, ancora una volta di più, si confermano solo fantasia se il numero di animali allevati non diminuisce.

Il flusso dell’energia

L’energia solare viene trasformata in energia chimica durante il processo di fotosintesi. [...] L’energia solare immagazzinata sotto forma di energia chimica da parte degli organismi autotrofi (piante) viene detta produttività primaria lorda. Naturalmente, non tutta questa energia è disponibile come nutrimento per gli organismi eterotrofi (animali): in parte viene utilizzata dalla pianta stessa per tutte le sue attività vitali, in parte viene dispersa sotto forma di energia termica. L’energia che rimane ed è potenzialmente disponibile per gli eterotrofi costituisce la produttività primaria netta. La produttività primaria netta rappresenta di solito l’80-90% della produttività primaria lorda. [...]

Gli erbivori, i diretti utilizzatori della produttività primaria, non sono dei rielaboratori molto efficienti del materiale vegetale, ne assimilano mediamente soltanto il 10-20% e ne eliminano il resto sotto forma di feci. [...] Ma anche del materiale vegetale assimilato solo una parte viene utilizzata per la crescita trasformandosi in carne; il resto fornisce l’energia necessaria all’animale per svolgere le sue attività vitali o viene disperso sotto forma di calore. La produttività secondaria netta degli erbivori è quanto rimane a disposizione dei carnivori consumatori di erbivori.

La “rielaborazione” di carne è un processo più efficiente che non la rielaborazione di materiale vegetale: i carnivori assimilano fino al 75% (in media il 50%) del cibo ingerito. Nella distribuzione di risorse, perciò, gli erbivori sono i migliori produttori di detriti (che vanno poi a nutrire fauna e flora del suolo), mentre i carnivori sono i migliori produttori di carne (che va a nutrire animali del livello d’ordine superiore).

Come si può capire dalle affermazioni che precedono, in ogni catena alimentare i trasferimenti di energia non si realizzano mai con un rendimento del 100% ma con rendimenti mediamente valutati intorno al 10%. Questa efficienza (o inefficienza, secondo il punto di vista) del trasferimento di energia pone dei limiti alla lunghezza della catena alimentare e spiega perchè troviamo sempre meno organismi ai livelli d’ordine superiore della catena.

A questo punto appare chiaro come nella società umana l’uso di prodotti vegetali per l’alimentazione degli animali che forniscono la carne, le uova e i prodotti caseari, possa essere considerato uno spreco, in quanto solo il 10% del materiale vegetale viene convertito in prodotti animali: è assai più economico mangiare pane fatto di frumento che dar da mangiare il grano alle galline e poi mangiarne le uova e la carne; si evita infatti di usare una parte dell’energia contenuta nel grano per tener vivi e attivi i polli. Proprio per ridurre questo spreco di energia si allevano le galline in pollai chiusi o in gabbie, così che non disperdano troppo calore nell’atmosfera e non possano usare molta energia nel movimento.

Inserisci un commento