27th ott 2009
La piaga dei bocconi avvelenati
Conoscere il problema dei bocconi avvelenati e sapere cosa fare
di AlanAdler
Il fenomeno dei bocconi avvelenati è tanto grave e diffuso quanto poco considerato e conosciuto. Si tratta di una pratica crudele e illegale dove si provoca la morte di un animale tramite l’ingestione di un’esca (come la classica polpetta avvelenata). I dati noti sono estremamente scarsi, tuttavia è certo che il fenomeno ogni anno coinvolge, da una parte all’altra d’Italia (con alcune regioni di spicco, tra cui Toscana, Umbria e Abruzzo), migliaia di animali selvatici, randagi e domestici. L’animale muore di una morte atroce: molti dei veleni usati per preparare le esche agiscono lasciando l’animale completamente lucido, tra gli spasmi della sofferenza, fino al sopraggiungere della morte.
Anche se i più sobbalzano di fronte alla conoscenza di simili eventi, quella dei bocconi avvelenati è in realtà una pratica che, come molte altre messe in atto dall’uomo, pone l’animale al livello di semplice oggetto cui possiamo disporre come meglio riteniamo opportuno: così come un animale può essere ucciso in un macello semplicemente per soddisfare la sensazione del palato, allo stesso modo si ritiene legittimo avvelenare un cane, un gatto o una volpe se ritenuto fastidioso, pericoloso, dannoso o, più semplicemente, per banali controversie tra noi uomini. Dopotutto, la gran parte delle persone non ha nulla da obiettare all’avvelenamento impietoso e sistematico di topi e ratti, e gli adesivi posti sui pali delle città, che avvisano dello sterminio in zona di questi animali innocui e un po’ troppo curiosi, ci lasciano del tutto indifferenti e non destano alcuna riflessione sull’enormità della sofferenza che vi si nasconde dietro (per una derattizzazione non cruenta visita: www.noderattizzazione.net).
Esclusi i casi di avvelenamento di topi e ratti, si ricorda che: la detenzione e l’abbandono di bocconi avvelenati (comprese esche con metalli, vetri o plastiche) è un reato così come disposto dall’ordinanza del 18 dicembre 2008 (» Norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati); l’avvelenamento di un animale è un reato del codice penale, ovvero uccisione di animali (legge 189/2004), punibile con la reclusione fino a 18 mesi; la distribuzione di sostanze velenose è un reato punibile con la reclusione fino a tre anni e una multa fino a 500 euro (art. 146 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie).
Motivazioni e vittime
Le motivazioni che spingono al persistere di questa barbara pratica sono diverse. Nei centri abitati i bocconi avvelenati vengono usati per uccidere cani o gatti randagi, piccioni torraioli o altri animali liberi perchè considerati fastidiosi o pericolosi, oppure per uccidere cani e gatti di proprietà a causa di dissidi tra vicini, vendette personali, intimidazioni criminose, fastidio per gli animali, ma anche per semplice “divertimento”. Anche la forte concorrenza per la ricerca dei tartufi (un’attività molto redditizia e allo stesso tempo molto diffusa) per lo sfruttamento di una zona porta i tartufai ad uccidere il cane del concorrente (addirittura siti commerciali dedicati alla ricerca dei tartufi vendono museruole “per salvaguardare dai bocconi avvelenati il tuo amico a quattro zampe”). In molte zone rurali inoltre il veleno è ancora considerato uno strumento normale di controllo delle nascite di cani e gatti. Nei pascoli e nelle campagne i bocconi avvelenati vengono usati da allevatori e agricoltori per difendere gli animali allevati (polli, conigli, pecore, ecc) e le colture dagli animali selvatici, considerati nocivi, come volpi, faine o donnole, ma anche cani vaganti e animali appartenenti a specie rare, come lupi, orsi o aquile.
Tuttavia, la strage principale avviene nel mondo venatorio: i bocconi avvelenati vengono usati per sterminare, letteralmente, i predatori selvatici in prossimità delle aree di ripopolamento e cattura e delle aziende faunistico-venatorie (nelle aree di ripopolamento e cattura si svolge la riproduzione di lepri o fagiani che infine verranno catturati e immessi, come bersagli viventi, nelle aziende faunistico-venatorie, terreni privati adibiti alla caccia). Uccidendo i predatori selvatici si evita che questi uccidano la selvaggina allevata, prezioso divertimento dei cacciatori. Le vittime di questa strage sono volpi, rapaci, corvidi e altri animali, oltre a cani e gatti vaganti. Questa realtà è documentata dalla casistica che registra un incremento di questi episodi criminali nel periodo che segue la chiusura della caccia, che coincide con la stagione riproduttiva e con la “preparazione del terreno” (intesa come eliminazione della fauna selvatica) in attesa delle nuove immissioni di animali cacciabili. Tutto ciò non deve stupire più di tanto perchè fin verso la fine degli anni ‘70, l’uso di tagliole, trappole e veleni contro la fauna definita “nociva” era regolamentato e perfettamente legale, come pure erano in vendita manuali che descrivevano i tipi di sostanze venefiche e le loro modalità d’uso, con tanto di consigli dettagliati sul confezionamento, sulla disposizione strategica del boccone, ecc. Oggi solo qualche caso emerge di tanto in tanto attraverso le deboli indagini che vengono compiute dalle forze di polizia. Oltre a tutto ciò, in alcuni casi finiscono vittime di un boccone avvelenato anche i cani da caccia, a causa di rivalità, invidie e vendette tra i cacciatori stessi.
La pratica dei bocconi avvelenati in ambiente extraurbano ha inoltre gravi conseguenze, poichè il veleno rimane molto a lungo nei tessuti delle vittime, entrando così nella catena alimentare e stravolgendo l’equilibrio naturale, finendo per uccidere anche lupi, aquile e altri predatori che hanno proprio il ruolo di controllare il numero di quegli animali ritenuti “nocivi”. I veleni si disperdono anche nel suolo e nelle falde acquifere (la stricnina persiste in natura per diversi anni), provocando altre morti tra gli animali. A tutto ciò si devono aggiungere anche gli innumerevoli casi di cucciolate e nidiate che non sopravvivono alla perdita dei genitori.
Tipi di esche e veleni usati
Le esche usate possono assumere forme diverse, a seconda della situazione specifica e del tipo di animale che si intende uccidere. Il boccone avvelenato classico è quello nella forma di una polpetta di carne arrotolata, tuttavia vengono usati anche altri cibi invitanti per l’animale, come pezzi di carne, prosciutto, salsiccia, formaggio, uova o pesce. Ma l’esca può assumere anche forme meno sospette, come colli di pollo o palline da tennis; nelle campagne e nei boschi vengono usate carcasse di animali (come vitelli) imbottite di veleno per attirare i predatori selvatici, o addirittura animali vivi, come fagiani o polli legati per le zampe e fissati in punti strategici, ai quali viene posizionato un involucro di sostanza tossica nella pelle del collo, poi richiusa con filo da cucito (di fronte ad un animale vivo, un predatore, al contrario di quanto può accadere con un semplice boccone avvelenato, non mostra alcuna diffidenza, attaccando subito il povero animale al collo).
Anche i veleni usati per imbottire i bocconi sono molti e diversi: spesso vengono usati prodotti chimici facilmente reperibili in commercio, come pesticidi, diserbanti, topicidi o anche semplici liquidi antigelo. In altri casi si usano prodotti di non facile reperimento, quali cianuro e stricnina, veleni molto potenti e dall’effetto devastante, la cui libera vendita è vietata dalla legge ma di cui esiste un vero e proprio mercato clandestino che coinvolge anche titolari di farmacie. Oltre alle sostanze velenose, per imbottire i bocconi vengono usati anche materiali di diverso tipo, come frammenti di vetro, spilli o spugne fritte.
Cosa fare se si rinviene un boccone sospetto
Se si rinviene un boccone sospetto occorre procedere nel modo seguente:
1) non annusare mai l’esca, potrebbe contenere sostanze volatili altamente tossiche (come il cianuro);
2) avvertire gli organi di polizia;
3) prelevare con cautela l’esca facendo attenzione a non toccarla con le mani (usare guanti in lattice o sacchetti in plastica) e chiuderla in un contenitore a tenuta stagna, per consegnarla poi al Servizio Veterinario del Comune o agli organi di polizia accorsi;
4) accertarsi che nella zona non vi siano altri bocconi avvelenati.
Sintomi di avvelenamento
La gravità dei sintomi dipende da tre fattori principali: peso dell’animale, dose del veleno e tipo di veleno; anche la velocità di azione del veleno e i sintomi variano a seconda del tipo di veleno. I veleni neurotropi iniziano a fare effetto dopo mezz’ora ed entro le due ore e i sintomi allarmanti che possono presentarsi (tutti o alcuni) sono: salivazione eccessiva, respiro difficoltoso, tremori muscolari, vomito, diarrea, incapacità a mantenere l’equilibrio, irrigidimento degli arti, crisi convulsive. Con questi veleni, data la rapidità con cui agiscono, è difficile riuscire a salvare gli animali, e le probabilità di riuscirci dipendono solo dalla tempestività con cui si interviene. I veleni emorragici (come il veleno per i topi) iniziano a manifestare effetti dopo un paio di giorni, ma solitamente solo dopo quattro o cinque giorni i sintomi si mostrano con evidenza. I sintomi allarmanti che possono presentarsi (tutti o alcuni) sono: debolezza, perdita dell’appetito, respirazione difficoltosa, perdita di sangue dal naso o dalla bocca, tosse; non c’è mai vomito. Si tratta di sintomi con esordio lento e subdolo e a volte, quando ci se ne rende conto, le condizioni dell’animale sono ormai troppo gravi.
Cosa fare in caso di avvelenamento
Se l’animale ha ingerito qualcosa di sospetto, anche solo nel dubbio, bisogna cercare di farlo vomitare subito. Anche quando l’animale presenta sintomi da intossicazione rapida (provocata da veleni neurotropi, come descritto sopra, cioè che agiscono dopo mezz’ora ed entro le due ore) intervenire subito provocando il vomito può salvare in molti casi la vita all’animale.
In assenza di farmaci specifici (emetici), vi sono diversi modi per procurare il vomito:
- somministrazione orale di chiara d’uovo montata a neve unita ad acqua calda molto salata;
- somministrazione orale di acqua e sale: prendere un bicchiere d’acqua e aggiungere sale fino in quantità progressive mescolando bene fino a che rimanga sale non disciolto sul fondo del bicchiere;
- somministrazione orale di acqua ossigenata nella dose di circa 1 ml per ogni kg di peso dell’animale.
In ogni caso, non dare mai latte ed evitare di tentare di far vomitare l’animale mettendogli le dita in gola, perchè, oltre che essere un sistema poco efficace, l’animale potrebbe mordervi involontariamente, in particolare se ha tremori e contrazioni.
Per somministrare la soluzione ad un cane, bisogna usare una siringa (senza ago), sollevare il labbro superiore dell’animale da un lato e appoggiare il beccuccio della siringa appena dietro i denti canini, dove in tutti i cani e’ presente uno spazio libero da denti. Nel caso di un gatto, invece, basta inserire il beccuccio della siringa forzatamente su un lato della bocca. Sia con un cane che con un gatto, non cercare di tenere aperta la bocca, ma tenere la testa del soggetto leggermente sollevata. Quindi premere lo stantuffo della siringa: la somministrazione dovrà avvenire con rapidità ma lasciando all’animale il tempo di deglutire, per evitare che una parte della soluzione raggiunga la trachea inducendo la tosse. Eventualmente, se dopo la prima dose non siamo riusciti a provocare il vomito, si può ripetere una seconda somministrazione dopo 10-15 minuti. Sia che si riesca a provocare il vomito o meno, l’animale va poi portato subito in una clinica specializzata, mettendosi prima in contatto telefonico con il centro veterinario in modo da allertare il medico perchè si renda immediatamente disponibile al momento del vostro arrivo. Negli orari di chiusura degli ambulatori e nei giorni festivi è in funzione, in molte città, un servizio di guardia medica presso le Asl veterinarie disponibile 24 ore su 24.
Nel caso invece nell’animale compaiano sintomi da intossicazione a tardo effetto (provocata da veleni emorragici, come descritto sopra, cioè che agiscono a distanza di giorni), è inutile in questo caso tentare di provocare il vomito, ma occorre recarsi subito in una clinica specializzata, sempre avvisando per telefono il centro veterinario del vostro arrivo.
Ricordatevi sempre di mantenere il soggetto tranquillo, ed evitare qualsiasi inutile stimolo sonoro o visivo che possa scatenare una crisi convulsiva.
Cosa fare dopo l’emergenza
Se si è stati testimoni di un caso di avvelenamento di un animale (di vostra proprietà, randagio o selvatico e deceduto o ancora in vita) è molto importante esporre un denuncia, anche se contro ignoti. Il problema dei bocconi avvelenati infatti fatica ad emergere e ad essere considerato nella giusta misura dalle varie istituzioni sociali proprio perchè, pur essendo un fenomeno molto diffuso e che provoca un alto numero di vittime, i casi spesso non vengono segnalati. La denuncia e le informazioni fornite dai cittadini inoltre agevolano le autorità nella ricerca dei colpevoli e permettono di individuare le aree più a rischio. La denuncia deve contenere le prove dell’avvelenamento (allegando tutti i documenti veterinari) e può essere consegnata a qualsiasi organo di polizia. Il modello per la denuncia può essere scaricato direttamente dal sito del Ministero della Salute » qui.
Si ricorda inoltre che secondo la nuova normativa (» Norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati), i veterinari, in caso di sospetto avvelenamento, hanno l’obbligo di inoltrare una comunicazione a Sindaco e Asl e, in caso di decesso dell’animale, devono inviare il corpo e ogni altro campione utile all’Istituto Zooprofilattico, che ha l’obbligo di provvedere all’autopsia e alle analisi. In caso di avvelenamento confermato, l’Istituto Zooprofilattico deve darne comunicazione anche all’autorità giudiziaria. I sindaci, anche in caso di sospetto avvelenamento, devono effettuare bonifiche e segnalare l’area interessata con opportuna cartellonistica.
Cosa fare con un animale morto per sospetto avvelenamento
In caso di morte di un animale per sospetto avvelenamento bisogna avvertire il Servizio Veterinario Asl. In ogni caso non effettuare mai il seppellimento del corpo senza essersi prima accertati della causa dell’animale: un animale avvelenato seppellito senza criterio potrebbe fungere da esca e causare la morte di altri animali e di molti insetti.
Come difendere i propri animali
Per evitare che i nostri cani siano vittime di un boccone avvelenato, sarebbe importante educare il proprio animale a non raccogliere cibo da terra, anche se comunque è un addestramento poco facile. Sia in città che durante le passeggiate in campagna o nei boschi è comunque sempre necessario tenere sotto controllo il proprio animale, facendo attenzione, per quanto possibile, che non ingerisca nulla di ciò che trova in giro. Le zone maggiormente a rischio sono le immediate vicinanze delle aree di ripopolamento e cattura e delle aziende faunistico-venatorie (in particolare nel periodo primaverile), i boschi in cui si raccolgono tartufi, i confini di coltivazioni, le zone di pascolo; in città invece le zone più a rischio sono i giardini pubblici e le aree frequentate da colonie feline. Preoccupatevi inoltre di portarvi sempre dietro l’occorrente nel caso eventualmente si presentasse la necessità di far vomitare il cane.
L’uso del guinzaglio permette certamente un buon controllo sul cane, ma sarebbe buona norma dotare l’animale di museruola, a maggior ragione nel caso lo si voglia lasciare libero. Se si ha un cucciolo è bene abituarlo fin da subito alla museruola, mentre per un cane adulto bisogna avere un po’ più di pazienza. Per abituare un cane all’uso della museruola bisogna usare una particolare tecnica che rende l’addestramento più semplice per noi e meno traumatico per il cane (» Come abituare il cane alla museruola).
Approfondimenti
Se siete cittadini della Toscana consultate il sito del Coordinamento delle associazioni ambientaliste e animaliste di Firenze. Se siete cittadini del Veneto consultate il sito del Comitato contro i Bocconi Avvelenati e per la difesa del territorio di Verona e Provincia, che sta portando avanti anche una petizione on line che vi invito a firmare (» firma la petizione).
Riccardo B.








































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