08th dic 2009
Sperimentazione sugli umani: le ragioni etiche
Analisi delle argomentazioni etiche di un vivisezionista e dei possibili risvolti paradossali
di AlanAdler
Girando per la Rete non è infrequente imbattersi in articoli e siti critici sulle varie posizioni assunte dal movimento animalista con esposte tesi e argomentazioni dall’esito spesso delirante e ridicolo. Tuttavia in alcuni casi si possono trovare anche scritti che, al di là della loro pretesa ragionevolezza e credibilità, hanno un valore proprio, anche se diverso dalle intenzioni originarie dell’autore. Un sito che, in questo senso, ha attirato la mia attenzione, è Scienza e medicina, curato dal dottor Mario Campli. Il sito mette in luce in modo chiaro ed esemplare quale è l’atteggiamento tipico di un vivisezionista e di come le sue giustificazioni etiche possano portare a conclusioni imbarazzanti e raccapriccianti.
Sin dalla pagina di presentazione, il dottor Campli rende chiara la ragion d’essere del sito:
La nostra società è attraversata da una sorta di rigetto verso la Scienza e la cultura scientifica. [...] Noi riteniamo che la crisi e i mali della nostra epoca dipendano dalla diffusa e fondamentale ignoranza di cosa sia veramente la Scienza e il pensiero scientifico, di cosa significhi fare ricerca scientifica. Di fronte alla dilagante ondata di irrazionalità, anche sul Web, ecco perciò una occasione per leggere qualcosa di ponderato e razionale su argomenti controversi presso l’opinione pubblica.
Il dottor Campli sembra in particolare preoccupato di fare chiarezza sul tema delle medicine alternative e, ovviamente, su quello della sperimentazione animale, con diversi scritti di sua mano che compaiono nel sito. Nella pagina di presentazione personale conosciamo meglio il dottor Campli: sposato e con tre figli, si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1984; attualmente lavora nel reparto di chirurgia generale in una casa di cura a Roma, dove ha anche uno studio privato; ha inoltre pubblicato un buon numero di articoli su riviste scientifiche italiane ed estere. Insomma, il dottor Mario Campli non è certo uno sprovveduto ragazzotto studente di medicina: è un professionista affermato, con una buona conoscenza della medicina e, come lui stesso scrive, da anni impegnato attivamente a combattere la «diffusa e fondamentale ignoranza di cosa sia veramente la Scienza e il pensiero scientifico» attraverso interventi su vari newsgroup. È dunque sicuramente interessante esaminare il suo punto di vista etico sulla sperimentazione animale così come esposto sul suo sito, che certo non rappresenta un punto di vista ufficiale dei fautori della vivisezione, ma che comunque è indicativo per valutarne le basi etiche e l’atteggiamento mentale comuni.
Nel sito è presente anche un articolo sulle ragioni scientifiche a sostegno della sperimentazione animale, poco interessante per i miei fini e, comunque, evidentemente pretenzioso, fin dalle primissime righe: «Se è concepibile intavolare un dibattito sulla liceità della ricerca sugli animali dal punto di vista etico, [...] è assolutamente fuori luogo discutere l’utilità e la validità della sperimentazione animale dal punto di vista scientifico. Le tesi degli animalisti [...] sono semplicemente (a volte mostruosamente) false». Tuttavia, vorrei osservare invece che è assolutamente fuori luogo sostenere l’utilità e la validità della sperimentazione animale dal punto di vista scientifico se tale pratica non risulti supportata da valide ragioni etiche: dopotutto, se ci rifiutiamo di sperimentare su esseri umani, lo facciamo solo su presupposti etici, a prescindere da considerazioni scientifiche di qualsiasi tipo. Chiunque dunque, per coerenza, dovrebbe ammettere che se non fosse possibile giustificare la vivisezione su un piano etico, questa non andrebbe praticata in nessun caso, a prescindere dalla validità sul piano scientifico. Anche per questo è dunque importante capire se il dottor Campli riesca effettivamente a fornire una valida giustificazione morale all’uso degli animali in laboratorio.
Prima ancora di criticare le ragioni antivivisezioniste, il dottor Campli sembra però piuttosto preoccupato di criticare le persone che sostengono tali idee. Questo, non a caso, è un atteggiamento tipico dei vivisezionisti: disprezzare, deridere e ridicolizzare chi si oppone alla vivisezione sembra essere prioritario rispetto al dimostrare la validità delle proprie convinzioni. Questo processo di degradazione dei propri avversari ideologici, infatti, è necessario per porre le basi per affermare (e convincere chi ascolta o legge), come anticamera di qualsiasi tipo di argomentazione, che le idee di questi siano prive di qualunque valore apprezzabile. Girando tra le pagine del sito Scienza e medicina, risulta evidente che il dottor Campli non ha una buona opinione di chi sceglie di vivere nel rispetto degli animali: sembra quasi ossessionato e terrorizzato dal movimento animalista (afferma di essere giunto ad «un confronto ormai quasi trentennale con le tesi antivivisezioniste»), temendo forse il realizzarsi del cambiamento radicale sociale per il quale i sostenitori dei diritti animali si battono e il concretizzarsi di un modo diverso e giusto di considerare gli animali non umani. Verosimilmente si può supporre che il solo pensiero di una società di questo genere, nella quale senza dubbio le crudeltà inflitte agli animali all’interno dei laboratori di sperimentazione sarebbero condannate come pratiche illegittime, crei una sorta di angoscia nel dottor Campli che, genuinamente impegnato nella sua personale battaglia contro la «diffusa e fondamentale ignoranza di cosa sia veramente la Scienza e il pensiero scientifico», vede in un modello sociale del genere il collasso definitivo della scienza biomedica.
L’immagine bizzarra e poco felice dell’animalista che il dottor Campli propone ci viene resa dalla lettura dell’articolo Sperimentazione sugli animali: il dialogo impossibile tra ricercatori ed animalisti. Dunque, chi è l’animalista? L’animalista è una persona che per «persuadersi della giustezza della propria scelta» è obbligata a fare «un vero e proprio “training autogeno” per convincersi di avere ragione, identificandosi nel “branco” e assegnando automaticamente a chiunque fuori dal proprio gruppo il ruolo di “nemico” da combattere ferocemente. La conseguenza di un tale atteggiamento è che l’animalista impegnato si trasforma in un fondamentalista, il cui credo, pur non essendo una religione dettata da Dio, diventa altrettanto integrale e indiscutibile. [...] Il loro motto potrebbe essere “con noi o contro di noi”, e quindi chiunque non appoggi le loro scelte estreme diventa un obiettivo da colpire». Particolarmente illuminante è una citazione di un utente intervenuto su un newsgroup, le cui parole il dottor Campli appoggia pienamente: «Il vegano ha chiaramente dei problemi [...]. I vegani sono aggressivi, respingono il “diverso”. Sono come i negri con le collanone dorate, usano la scusa della diversità e del razzismo per sfogare la loro rabbia, finendo con l’essere loro stessi i veri razzisti [...]». Dopo una tale presentazione, nessuno darebbe la pur minima credibilità a chiunque sostenga di battersi per i diritti animali.
Passiamo ora ad analizzare le argomentazioni etiche che secondo il dottor Campli giustificano l’uso degli animali negli esperimenti medici, così come esposte nell’articolo Sperimentazione sugli animali: le ragioni etiche. In questo scritto il dottor Campli parte dal presupposto fermo che la sperimentazione animale sia un metodo scientificamente valido: pur essendo la validità della sperimentazione animale una questione controversa e dibattuta, e pur sostenendo io stesso le tesi dell’antivivisezionismo scientifico, in questo articolo tuttavia verrà condiviso lo stesso presupposto del dottor Campli. In questo modo eviterò accuse di ignoranza e menzogne, allo stesso tempo concedendo al dottor Campli di muovere le sue tesi da una posizione di “vantaggio”. In questo mio articolo, infatti, non voglio analizzare l’aspetto scientifico della “questione vivisezione”, ma intendo indagare sui risvolti etici del percorso proposto dallo stesso dottor Campli. Per chi voglia invece approfondire il dibattito scientifico della sperimentazione sull’animale, si possono trovare facilmente in Rete articoli e siti pro e contro la vivisezione.
Le argomentazioni iniziali del dottor Campli svolgono un ruolo centrale nelle sue riflessioni:
Da quando l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla faccia della Terra, l’umanità ha sempre fatto un uso strumentale dell’ambiente. È un fatto che rientra nell’ordine naturale delle cose, e che ci accomuna a qualsiasi altra specie vivente [...]. Ciascun essere vivente lotta per assicurarsi la sua sopravvivenza personale e la sopravvivenza della specie: esiste perciò un egoismo personale e un egoismo della specie, che guidano il comportamento di tutti gli esseri viventi [...]. Ciascun essere vivente ha saputo avvantaggiarsi dei mezzi messi a sua disposizione dalla Natura: la tigre usa le zanne e gli artigli, [...] l’uomo usa la sua intelligenza, una caratteristica, questa, evolutasi naturalmente come qualsiasi altro strumento di sopravvivenza ed adattamento all’ambiente [...]. Riescono a sopravvivere e a riprodursi quelli che si adattano meglio all’ambiente, i più forti che riescono a sopraffare i più deboli. [...] Non esiste una argomentazione che non faccia riferimento a questa legge per giustificare l’esistenza in vita di qualsiasi pianta o animale, uomo compreso. In natura nessun predatore “rispetta” le specie che preda; la forza bruta, o l’astuzia e l’inganno sono mezzi leciti per assicurare il successo biologico di una specie, e non c’è modo di temperare questa realtà con la mediazione della cultura o dei sentimenti. [Dunque], riesce difficile immaginare un modo differente, non utilitaristico, di interpretare la Natura, che non sia una “risorsa”.
Il punto di partenza delle riflessioni del dottor Campli verte dunque sulla considerazione che la specie umana, come le altre specie animali del pianeta, usi l’ambiente circostante per il proprio vantaggio, come confermato anche dal suo passato evoluzionistico. Tale considerazione è di fatto oggettiva e innegabile: è sotto gli occhi di tutti che, non tanto il passato, ma è il presente stesso che viviamo che testimonia la ferocia con cui l’essere umano sta distruggendo il pianeta e infierendo sulle altre creature terrestri. Tuttavia, resta il fatto di capire se un tale comportamento, oggi, si possa considerare moralmente valido, poichè, al contrario di quanto sembra credere il dottor Campli, l’estensione nel tempo di una certa pratica non ne giustifica automaticamente la legittimità morale. E da uno scritto che fin dal titolo pretende di affrontare le ragioni etiche di una determinata pratica, ci si aspetta proprio che questo esponga argomentazioni che si muovono su un piano etico, e non su un piano pseudo-etico.
Il dottor Campli inoltre sembra considerare l’essere umano attuale moralmente immobile al suo stadio primordiale: secondo quanto espone, l’essere umano è un animale non solo sul piano biologico, ma anche su quello morale. È così che nega all’uomo la sola caratteristica che lo distingue dagli altri animali, che non è l’intelligenza, come lui crede, poichè tutti gli animali sono dotati di sofisticate capacità intellettive, ma è la riflessione morale sulle proprie azioni. L’essere umano viene considerato quindi un paziente morale, come lo definirebbe Regan, ovvero un soggetto incapace di formulare principi morali e di eseguirli. Secondo questa prospettiva è dunque naturale e legittimo che l’essere umano viva seguendo la legge della Natura per cui il più forte schiaccia il più debole, guidato nel suo comportamento unicamente da un sentimento di puro egoismo, e che in modo lecito usa forza bruta, astuzia e inganno per sopraffare gli altri abitanti non umani della Terra. E anche questo è un fatto oggettivo e innegabile: basta considerare il trattamento crudele subito dagli animali per soddisfare i piaceri umani del palato. Ma anche in questo caso, la messa in atto di una certa pratica non ne giustifica automaticamente la legittimità morale.
Molto probabilmente saranno in pochi i visitatori del mio sito che accettino una tale visione della vita basata sul potere come forma legittima di diritto, tuttavia chiedo al lettore di mettere da parte per un attimo le proprie convinzioni morali per seguire insieme il percorso tracciatoci dal dottor Campli e compiere un ulteriore passo in avanti. Sappiamo infatti che da tempi immemorabili gli esseri umani usano violenza non solo contro gli altri animali, ma anche contro i propri simili: nelle culture primitive gli scontri feroci tra le varie comunità erano certamente frequenti. E tutta la storia dell’essere umano è stata praticamente scandita dalle continue guerre sanguinarie: dagli antichi sumeri, passando per i romani, fino alle recenti guerre moderne. Attualmente, in tutto il mondo, vi sono decine di guerre nascoste agli occhi di tutti. E i telegiornali abitualmente ci informano sempre di qualche guerra più rilevante in qualche parte del globo. Ma la violenza dell’essere umano contro l’essere umano non si limita solo agli eventi di guerra: assassinii, stupri, violenze su minori e altri crimini efferati sono episodi che si ripetono da sempre. La sezione “cronaca nera” dei quotidiani riporta sempre qualche evento del genere, a ricordarci la nostra natura violenta e feroce. Dopotutto, siamo animali. E tutto ciò rientra nell’ordine naturale delle cose. Da sempre agiamo spinti da un egoismo personale; da sempre tra gli esseri umani prevalgono i più forti che riescono a sopraffare i più deboli; da sempre usiamo la forza bruta, o l’astuzia e l’inganno per schiacciare gli altri nostri simili. Come non potrebbero essere dunque lecite e legittime tutte le guerre, i soprusi e le violenze che avvengono nel nostro mondo? Ma l’uomo moderno sta tentando di temperare questa realtà con la mediazione della cultura e dei sentimenti, svilendo in questo modo la sua natura più profonda: e così che oggi, purtroppo, pratiche antiche che da sempre hanno accompagnato i nostri avi, come la schiavitù e la sottomissione della donna ai piedi dell’uomo, sono state per lo più soppiantate nelle culture che si dichiarano più illuminate, nel folle tentativo di cambiare regole che da millenni guidano e regolano le nostre vite. Simili atteggiamenti non possono essere certo tollerati. Inoltre, come è noto, l’esistenza di una specie non è regolata solo dal confronto spietato con le altre specie, ma anche con l’eliminazione degli individui meno adatti alla sopravvivenza all’interno della specie stessa: per questo la Natura ci impone di eliminare i soggetti umani con deficit mentali e fisici, così come giustamente da sempre sostengono i più saggi sostenitori eugenetici.
I presupposti pseudo-etici proposti dal dottor Campli ci porterebbero proprio ad accettare tutto ciò. Egli si limita semplicemente all’esposizione di fatti oggettivi (lo sfruttamento degli animali e dell’ambiente da parte dell’uomo) senza definirne una giustificazione morale, ma ritenendoli tuttavia moralmente giustificabili per il fatto stesso che vengono messi in pratica. E allo stesso modo dunque dovremmo ritenere moralmente giustificabile la violenza dell’uomo sugli altri uomini per il fatto stesso che tale violenza viene da sempre costantemente messa in pratica. Il dottor Campli conclude affermando:
Battersi contro lo sfruttamento indiscriminato e selvaggio dell’ambiente è cosa differente dal mettere in dubbio la liceità dello sfruttamento degli animali, delle piante e delle altre risorse naturali per i nostri interessi poichè da questo punto di vista etico “usare” per i nostri scopi la natura è giustificato tanto per noi quanto per le altre specie.
Ma visti i presupposti proposti dal dottor Campli, privi di qualsiasi valore etico, questa affermazione non ha alcun senso moralmente valido, nonostante egli tenti di dargli una parvenza di credibilità e giustificazione etica. Tuttavia l’intera introduzione dello scritto, con un vago sapore tra il filosofico e lo scientifico e con una punta di poeticità, è necessaria come preambolo per un’accettazione implicita della sperimentazione animale. Il dottor Campli scrive infatti:
Se dunque si condivide il punto di vista che sia lecito sfruttare con intelligenza e senso di responsabilità piante, animali e le altre risorse naturali per mangiare, per vestirsi, per difendersi, ecc, è altrettanto lecito sfruttare piante e animali per aumentare la conoscenza scientifica, e per riuscire a trovare mezzi migliori per curare i nostri simili e gli stessi animali e piante.
Questo è l’atteggiamento tipico di tutti i vivisezionisti classici. Essi, nel loro fiume di parole, non cercano di presentare una giustificazione etica all’uso degli animali nella scienza medica. I loro discorsi non sono diretti a controbattere le tesi di un reale o ipotetico interlocutore antivivisezionista. Essi mirano solo a persuadere il pubblico, la massa delle persone. E nella nostra società la maggior parte delle persone trova normale e lecito lo sfruttamento e l’uccisione degli animali per soddisfare interessi futili come gustare un buon piatto di carne, indossare giacche alla moda con colli in pelliccia o divertirsi con l’esibizione di animali sofferenti all’interno di un tendone. Ed è molto facile convincere queste persone che, allo stesso modo, è normale e lecito anche torturare e uccidere un animale per uso scientifico.
L’impiego degli animali nella ricerca scientifica non è altro che uno dei mezzi che la nostra specie ha a disposizione per assicurare la sopravvivenza degli individui. È un fatto evidente a chiunque che grazie al progresso delle conoscenze mediche si è verificato nel corso degli ultimi 150 anni un sostanziale miglioramento della qualità e della quantità della vita umana: la ricerca biomedica, perciò, è un mezzo diretto di sopravvivenza, né più né meno che l’uccisione della gazzella da parte del leone.
Qui troviamo un’affermazione poco chiara. La ricerca biomedica non è un mezzo diretto di sopravvivenza al pari dell’uccisione della gazzella da parte del leone: il nutrimento infatti è una necessità biologica fondamentale di ogni essere vivente ed è una delle condizioni primarie per la sopravvivenza di una specie. Lo stesso non si può dire certo della ricerca biomedica. Questa è un’attività piuttosto recente nella storia dell’essere umano e non ha giocato alcun ruolo di rilievo nel corso della sua evoluzione. Al limite può considerarsi un’attività utile, in grado di migliorare le condizioni di vita e diminuire la mortalità complessiva: ma non è certo un’attività indispensabile come il nutrimento tale da giustificare la sofferenza e la morte di altri individui innocenti. È sicuramente un’attività importante, e come tale dovrebbe essere portata avanti, ma senza arrecare danni ad individui innocenti (umani e non), pur se questo dovesse significare limitare anche considerevolmente le conoscenze che vi si possano trarre, e pur se questo dovesse comportare l’impossibilità di salvare un gran numero di vite umane. Inoltre la ricerca biomedica non è basata interamente sull’impiego degli animali, e l’impiego degli animali stesso nella ricerca biomedica non si può considerare definitivamente una pratica insostituibile. Dunque, anche se il dottor Campli ritiene la ricerca biomedica un mezzo diretto di sopravvivenza, questo giudizio non si estende automaticamente anche all’impiego degli animali nella ricerca biomedica.
Il dottor Campli prosegue con una serie di argomentazioni addotte come giustificazione della sperimentazione animale:
Durante la nostra esistenza, noi tutti agiamo in base a delle scale di valori, ed è pacifico che per chiunque le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi, come individui e come specie. Questo non significa che gli animali non abbiano diritto ad una loro dignità [...], ma la medicina pone al primo posto nella sua scala di priorità la lotta alla sofferenza dell’uomo, e solo dopo la lotta alla sofferenza degli animali [1].
È indubbiamente vero che nell’essere umano prevale un atteggiamento mentale per cui vengono valutate come prioritarie le sofferenze di un proprio simile rispetto alle medesime sofferenze di un individuo appartenente ad un’altra specie, come è vero che, in conseguenza di ciò, tale atteggiamento si ritrova in tutte le attività umane che hanno a che fare con la salvaguardia della vita, come appunto l’attività medica. Provando a immaginare la scena di un pompiere che, entrato in un edificio in fiamme, si trova di fronte un uomo e un cane entrambi in fin di vita e, potendo portare in salvo solo uno dei due infortunati, decide di prendere in braccio l’uomo e lasciare il cane al suo tragico destino, in molti non obietterebbero al pompiere di essersi comportato in modo immorale [2]. Ma infliggere deliberatamente e intenzionalmente sofferenza e morte ad un animale innocente all’interno di un laboratorio è cosa ben diversa [3]. Ed è ancor più cosa ben diversa dall’esempio del soccorritore portato dal dottor Campli, un esempio fuorviante e privo di significato che non giustifica in alcun modo i danni inflitti ad un animale in laboratorio.
Quando in una zona disastrata si prestano i primi soccorsi ad un gruppo di infortunati, in assenza di aiuti e assistenza sufficienti, [...] si valutano le condizioni dei pazienti, e quelli più gravi, che sono in condizioni più critiche, senza molte speranze, vengono abbandonati a loro stessi, per concentrare gli sforzi sulle vittime che possono giovarsi di un aiuto limitato. [...] Questa scelta dolorosa è necessaria, altrimenti il bilancio delle vittime sarebbe certamente peggiore.
Il passo seguente è significativo:
Quando si fa della ricerca biomedica, e ci si trova a fronteggiare lo sfruttamento o la sofferenza degli animali impiegati negli esperimenti, bisogna sempre ricordare che a fronte di quello sfruttamento c’è tutto il dolore di uomini malati che quella ricerca permetterà di risparmiare. [...] [Per] chi è favorevole all’impiego degli animali nella ricerca, [...] i valori etici fanno riferimento da un punto di vista utilitaristico ad un bene superiore: per cui è eticamente corretto il sacrificio di un singolo per il vantaggio dei molti. Ove, naturalmente, il vantaggio dei molti sia significativamente superiore al sacrificio del singolo. Gli scienziati valutano che i benefici apportati dalla ricerca animale siano di gran lunga superiori al sacrificio degli animali.
Il dottor Campli, come egli stesso afferma, ha una visione strettamente utilitaristica della vita: «è eticamente corretto il sacrificio di un singolo per il vantaggio dei molti». Cosa significa questo? Ponendo una scala di sofferenza da 0 a 100, dove 0 corrisponde a uno stato psicofisico normale e 100 alla morte di un individuo, è lecito, in un’ottica utilitaristica, causare la morte di un individuo innocente (livello di sofferenza = 100) nella prospettiva di evitare una sofferenza di grado 1 (come ad esempio un banale mal di testa) a 1000 individui (livello di sofferenza = 1×1000 = 1000). Questa risoluzione etica è chiaramente ingiusta: il valore di un individuo si ridurrebbe in questo modo solo alla sua possibile utilità per gli interessi degli altri. Anche cambiando i termini dell’esempio e ponendo di dover decidere se dover causare la morte di un individuo innocente nella prospettiva di evitare una morte a 1000 individui, la considerazione rimane la stessa, poichè alla base vi è sempre un principio ingiusto. L’individuo invece ha un valore autonomo, logicamente indipendente dalla sua utilità per altri.
Ma poniamo di condividere le premesse del dottor Campli esposte fin qui, per cui:
1) è eticamente corretto il sacrificio di un singolo per il vantaggio dei molti;
2) le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi, come individui e come specie;
3) i benefici apportati dalla ricerca animale sono di gran lunga superiori al sacrificio degli animali impiegati.
Possiamo affermare, e il dottor Campli non potrà che essere d’accordo con noi, che è dunque lecito, anzi necessario e doveroso, abbandonare la sperimentazione animale per dedicarci pienamente alla sperimentazione umana.
Gli animali usati negli esperimenti per indagare su processi applicabili alla specie umana sono infatti considerati dei “modelli” (i ricercatori stessi parlano di “modello animale”) e, come tali, non possono considerarsi “strumenti” in grado di rappresentare perfettamente l’oggetto finale dello studio (ovvero l’organismo umano). Tale discrepanza tra modello e oggetto finale genera ovviamente un certo numero di errori [4]. Da ciò ne consegue che il modello ideale per ricerche sull’essere umano è rappresentato dall’essere umano stesso. Un tale modello permetterebbe di condurre, rispetto all’uso del modello animale, ricerche più mirate, in tempi più brevi e con risultati significativamente superiori. Qualunque sperimentatore su animali potrebbe confermare questo assunto. Da un punto di vista strettamente scientifico dunque è preferibile sostituire la sperimentazione animale con la sperimentazione umana.
Qualcuno potrebbe però obiettare che la nostra condotta morale ci impedirebbe di sperimentare su umani. Secondo le premesse presentate dal dottor Campli, tuttavia, anche da un punto di vista etico la sperimentazione umana non solo è lecita, ma è preferibile alla sperimentazione animale. Un approccio ideale potrebbe essere quello di usare per gli esperimenti una minoranza sociale rappresentata da soggetti marginali (orfani, carcerati, malati di mente e simili). Con un simile criterio, e considerando che la sperimentazione su umani è scientificamente più produttiva rispetto alla sperimentazione su animali, le ricerche in laboratorio dovrebbero essere condotte su umani e non su animali, poichè:
1) è eticamente corretto il sacrificio di un singolo per il vantaggio dei molti: il sacrificio di una minoranza di umani è lecita nella prospettiva di contribuire ad alleviare le sofferenze o ad evitare la morte di un numero maggiore di umani;
2) le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi, come individui e come specie: sia la moltitudine degli esseri umani “privilegiati” sia la specie umana nel complesso trarrebbero vantaggi superiori da ricerche su umani che non su animali;
3) i benefici apportati dalla ricerca umana sono di gran lunga superiori ai benefici apportati dalla ricerca animale e al sacrificio degli umani impiegati.
Chi ritiene indegna una simile conclusione su tali presupposti, dovrebbe egualmente rifiutare la liceità della sperimentazione animale. Chi invece si voglia servire di tali presupposti per giustificare la sperimentazione animale rifiutando che gli stessi possano valere per giustificare la sperimentazione umana, allora sta usando due pesi e due misure. Anche la «sete di conoscenza» così cara al dottor Campli (vedere quanto scrive nell’articolo) può essere soddisfatta sperimentando su esseri umani: cosa ce lo impedirebbe, in vista di un considerevole arricchimento del nostro bagaglio culturale umano? C’è bisogno di spiegare perchè maggiore conoscenza si traduce in migliori cure?
Come si conclude questo scritto del dottor Campli? Righe e righe per inveire contro chi sostiene i diritti animali, con accuse isteriche di non coerenza, utopia, sentimentalismo, menzogne, fanatismo, stupidità… inclusa l’immancabile storiella della carota che piange. Sarebbe inutile qui, oltre che noioso, perdere tempo con tali elucubrazioni da manualetto antivegano. Ci chiediamo piuttosto: a cosa serve, in uno scritto che mira ad indagare sulla liceità etica della sperimentazione animale, convincere il lettore che chi si oppone a tale pratica sia un esaltato privo di logica? Così come allo stesso modo, a cosa serve, nelle ultimissime righe, convincere il lettore che gli animali detenuti nei laboratori sono trattati con cura e attenzione con tanto di norme regolamentari internazionali? Ciò che manca in questo scritto, dopo fiumi di parole, è invece proprio una giustificazione coerente a difesa della sperimentazione animale. Sembra piuttosto che l’intero scritto sia basato su mere convinzioni personali viziate da pregiudizi prettamente specistici, convinzioni che il dottor Campli sembra averci voluto concentrare nell’affermazione significativa presentataci verso le ultime righe: «per quanto riguarda chi scrive, il valore della sofferenza umana è maggiore di quello della sofferenza animale». E perchè mai?
Riccardo B.
Note:
1. Qui, nel testo originale, compare un’affermazione significativa del dottor Campli: «Valori [come la solidarietà, la pietà e la compassione] gli animalisti vorrebbero estesi alle altre specie prima che ai propri simili». Come in tutti i gruppi, ci sono certamente esaltati anche tra gli animalisti che sicuramente la pensano in questo modo. Tuttavia, dovrebbe essere sbalorditivo che il dottor Campli, nel suo «confronto ormai quasi trentennale con le tesi antivivisezioniste» abbia avuto modo di discutere solo con questo tipo di persone. E la sua è una affermazione ancora più sbalorditiva poichè non prende in considerazione alcuno scritto filosofico sui diritti degli animali, dove, pur se le posizioni sono differenti nei diversi autori, emerge però chiaramente e in accordo che il movimento dei diritti animali mira semplicemente ad estendere ai non umani i diritti fondamentali oggi riconosciuti solo all’uomo. L’affermazione del dottor Campli dunque nasce da una profonda ignoranza su un tema che tuttavia pretende di criticare pur non conoscendolo? Oppure, più semplicemente, è un’affermazione dettata solo da malafede, nel tentativo di guadagnarsi l’approvazione del lettore?
2. Almeno secondo Tom Regan questa sarebbe la decisione giusta da prendere. Tom Regan sostiene che l’uomo e gli altri animali abbiano lo stesso “valore inerente” e un uguale diritto a non essere danneggiati. Ma l’uomo subisce un danno maggiore dalla morte rispetto agli altri animali in quanto ha più ricche possibilità di soddisfazione (di ordine intellettuale). Per questo motivo, tra un essere umano e un cane entrambi in pericolo di vita, si dovrebbe scegliere di salvare l’essere umano. La stessa decisione di salvare l’essere umano deve essere presa se abbiamo da una parte un uomo in pericolo di vita e dall’altra un numero qualsiasi di cani in pericolo di vita. Questo perchè bisogna valutare il danno maggiore subito da ogni singolo individuo di ogni gruppo e non scegliere in base alla somma dei danni subiti da ogni singolo gruppo (l’uomo da una parte e i cani dall’altra). Ovviamente queste considerazioni non hanno nulla a che vedere con una visione specistica della vita animale, ovvero non è l’appartenenza alla specie umana il fattore in base al quale decidere di salvare l’uomo e non il cane.
3. In effetti nei laboratori gli animali vengono sottoposti anche ad esperimenti che implicano ustioni sul loro corpo.
4. Il numero di errori dipende ovviamente dall’entità di tale discrepanza. Nella sperimentazione animale la discrepanza tra uomo e animale è notevole, ne consegue che il numero di errori riscontrabili nel “modello animale” è elevato. Ad esempio, in un articolo del 2006 apparso sul Journal of American Medical Association (Translation of research evidence from animals to humans), veniva rilevato che, tra gli studi su animali più citati nel mondo, solo nel 33% dei casi i risultati ottenuti sono sovrapponibili a quelli che si riscontrano sugli umani, per quanto riguarda interventi preventivi o terapie (un breve riassunto in italiano dello studio può essere letto su NoVivisezione.org: Traslazione dei risultati delle ricerche dagli animali agli umani).








































Quando mi hai chiesto il permesso di citare il materiale presente sul mio sito per aggiungere le tue riflessioni in tema di sperimentazione animale come “semplice scambio di idee e opinioni”, ho acconsentito senza problemi, ma francamente le cose che hai scritto, e come le hai scritte, mi hanno fatto pentire della mia decisione. Speravo si potesse discutere di sperimentazione e diritti degli animali, invece il tuo articolo comincia a discutere di ME, il che, se permetti, è ESTREMAMENTE sgradevole, caro “Riccardo B”. A cominciare dalla definizione: io sarei un vivisezionista? Io sono un CHIRURGO, e in quanto tale so che ogni giorno posso effettuare operazioni utilizzando strumenti, materiali e farmaci che sono stati sviluppati anche facendo ricorso alla sperimentazione animale: questo per me NON E’ una giustificazione al dolore e alla sofferenza degli animali, ma è comunque motivo sufficiente per dire NO alla abolizione immediata di qualsiasi forma di sperimentazione sugli animali.
D’altra parte, è questo il messaggio che -almeno nelle mie intenzioni- doveva arrivare a chi legge questo documento http://www.sci-med.it/articoli/Vivisezione_Etica.html : la sperimentazione sugli animali è una dura necessità, giustificata da un punto di vista ETICO ma che da un punto di vista MORALE dobbiamo cercare di minimizzare e ridurre sempre di più. Se questo messaggio non ti è arrivato evidentemente è colpa mia, sarà mia cura vedere di modificare l’articolo perchè sia più chiaro.
ciao Mario,
io ho estrapolato semplicemente parti del tuo sito e ho aggiunto commenti dal mio punto di vista, che ovviamente non coincide con il tuo punto di vista, questo è quello che si fa in una normale discussione.
E’ chiaro che il mio articolo non è mirato a colpire te, personalmente non ci siamo mai conosciuti e non ho nulla contro di te, piuttosto ho preso le tue idee così come esposte sul tuo sito per indicare l’atteggiamento mentale classico di chi sostiene la sperimentazione animale, così come ho scritto anche all’inizio dell’articolo.
Vorrei precisare inoltre il termine vivisezionista: vivisezionista è colui che difende la sperimentazione animale pur senza necessariamente praticarla, antivivisezionista è invece colui che si batte contro la sperimentazione animale. Mi sembra chiaro che il tuo atteggiamento è quello di un vivisezionista, perchè comunque, come hai anche scritto qui, ritieni la sperimentazione sugli animali una necessità, che poi credi che sia doveroso di ridurne l’uso non fa molta differenza, anzi questo è proprio l’atteggiamento mentale più diffuso oggi tra chi sostiene la sperimentazione animale.
Salve,
Come al solito Alan e’ stato molto “professionale” mella sua analisi.
Solo due punticini:
1) Oltre 500 psicologi italiani hanno firmato una lettera sottolineando il collegamento tra maltrattamento degli animali e problemi psicologici e dello sviluppo dell’individuo (umano).
2) Trattare i vegani come delle persone violente ed aggressive significa ignorare di fatto i propri problemi psicologici (resi possibili grazie a condizionamenti ambientali/culturali…vedi anche punto 1) ed anche non aver assolutamente capito che cosa significa “vegan”.
Il “movimento” vegan e’ un movimento pacifico che si basa sui principi dell’ Ahimsa tra gli altri. “Vegan” e “aggressione” o “violenza” sono percui un ossimoro.
Quindi, chi si limita a non sfruttare gli animali ma non dimostra altrettanta cautela e rispetto verso gli uomini NON e’ un vegan…fosse anche fruttariano! Poi uno puo’ usare le etichette un po’ come gli pare ma per essere vegano uno deve dimostrare rispetto per TUTTI gli esseri senzienti (l’uomo appartiene ovviamente anch’esso a quest’ultima categoria).
3) Sarebbe interessante che i vivisezionisti come il Dr.Campli si rendessero conto che motlissimi dei loro colleghi (tra cui illustri premi Nobel e scienziati famosi….Pauling, Einstein ecc.) erano e sono assolutaemente contrari alla vivisezione dal punto di vista etico, morale e scientifico.
A sentire il Dr.Campli sembrerebbe una questione di testa (scienza) contro cuore (morale) e non e’ affatto cosi’…un po’ di onesta’ intellettuale, please.
Grazie,
Gio