28th gen 2010
Protezionisti, animalisti, vegan
Un’interessante intervista al professore Gary L. Francione riguardo alle sue idee su abolizionismo e protezionismo e sull’attuale movimento per gli animali
Fonte: Promiseland.it (» visualizza articolo) (tratto da Friends of Animals: » visualizza articolo)
2005
Gary L. Francione insegna legge presso la Rutgers University. Nel 1989 ha tenuto il primo corso sui diritti animali e la legge in una scuola di legge americana. Il suo ultimo libro è Introduction to Animal Rights: Your Child or the Dog? (Temple University Press, 2000). Tra i libri che ha pubblicato, ricordiamo: Animals, Property, and the Law (Temple University Press, 1995), e Rain Without Thunder: The Ideology of the Animal Rights Movement (Temple University Press, 1996). È autore, insieme ad Anna Charlton, di Vivisection and Dissection in the Classroom: A Guide to Conscientious Objection, che - sia negli Stati Uniti che in altri paesi - è stato usato con successo dagli studenti per ottenere l’impiego di metodi alternativi alla sperimentazione animale . Per dieci anni, ha gestito con Anna Charlton la Rutgers Animal Rights Law Clinic, che ha offerto servizi legali gratuiti agli animalisti ed è divenuta la “mente” dell’animalismo giuridico nazionale; i documenti che ha prodotto sono disponibili sul sito Animal Rights: The Abolitionist Approach.
Le tesi del professor Francione sono molto diverse da quelle di Peter Singer e Tom Regan. Diversamente da Singer, che sostiene il protezionismo e rifiuta il concetto di diritti animali, Francione ritiene che il protezionismo non possa offrire alcuna protezione significativa agli animali - in quanto considera gli animali legalmente come una proprietà - e che i diritti siano necessari, se gli animali devono essere considerati diversamente da degli oggetti, come avviene attualmente. Diversamente da Regan, che ritiene che abbiano dei diritti soltanto alcuni animali sviluppati dal punto di vista cognitivo, Francione sostiene che l’essere senziente sia una condizione sufficiente per assegnare ad un essere ciò che definisce come il diritto fondamentale: quello di non essere una proprietà d’altri. In sintesi, Francione ritiene che tutte le creature senzienti - e non soltanto quelle che sono maggiormente “simili a noi” - siano necessariamente coscienti di se stesse e abbiano un interesse per la propria esistenza. Quindi, non basta sostenere che un animale dovrebbe essere trattato umanamente nel viaggio che lo conduce verso le nostre cucine. Inoltre, Francione ha lavorato più di qualsiasi altro scrittore per connettere la lotta per i diritti animali ad altri movimenti progressisti. Le opinioni legali e filosofiche di Francione sono veramente originali e uniche, nel movimento, ed è con piacere che presentiamo questa intervista.
Ritieni che una teoria dei diritti animali consista nel sostenere che gli animali dovrebbero avere gli stessi diritti degli umani?
No. Sostengo che tutte le creature senzienti dovrebbero avere un diritto: quello di non essere trattate come una nostra proprietà - il diritto di non essere valutate esclusivamente come strumento per finalità umane. Nel mio ultimo libro, Introduction to Animal Rights: Your Child or the Dog?, sostengo che se non assegniamo agli animali questo singolo diritto, allora, nonostante ciò che possiamo dire rispetto a quanto sul serio prendiamo gli interessi degli animali, tratteremo necessariamente gli animali come nulla più che dei beni mobili. Ed è precisamente ciò che avviene oggi. Tutti noi riteniamo di prendere sul serio gli interessi degli animali, ma in realtà la nostra società tratta gli animali nella stessa maniera in cui tratta qualsiasi altro tipo di proprietà. Se, invece, accordassimo agli animali questo singolo diritto - il non essere trattati come una proprietà - saremmo tenuti ad abolire, anzichè a regolamentare, lo sfruttamento degli animali, perchè l’uso che ne facciamo per produrre cibo, esperimenti, intrattenimento e abbigliamento presuppone invariabilmente che gli animali non siano altro che una proprietà. Se accettassimo il fatto che gli animali hanno il diritto di non essere trattati come una nostra proprietà, dovremmo cessare - completamente - di far nascere animali domestici. A me non interessa se una mucca possa o meno intentare un’azione legale contro un allevatore. A me interessa innanzitutto il motivo per cui abbiamo una mucca.
Qual è la tua opinione riguardo all’attuale movimento per i diritti animali negli Stati Uniti?
Negli Stati Uniti non esiste un movimento per i diritti animali. Esiste solo un movimento protezionista che cerca di promuovere uno sfruttamento “umanitario” degli animali. Per sostenere i diritti animali, è essenziale comprendere le argomentazioni legali e filosofiche su cui si basa l’abolizione. Logicamente, non è possibile riformare il sistema che sfrutta gli animali: dobbiamo abolire lo sfruttamento. La posizione abolizionista qualifica l’istituzione del possesso di animali come eticamente ingiustificabile, esattamente come lo era l’istituzione del possesso di umani che veniva chiamata schiavitù.
Alcuni promotori di riforme protezioniste sostengono sia accettabile che gli umani usino gli animali, purchè lo facciano in maniera “umanitaria”. Altri perseguono riforme protezionistiche perchè credono che le riforme possano portare all’abolizione. Io mi batto contro queste due nozioni, per due ragioni.
Primo: da un punto di vista teorico, il riformismo non considera il punto etico fondamentale. Ovviamente, è sempre meglio provocare meno sofferenza piuttosto che maggiore sofferenza, ma la vera questione è se gli umani siano giustificati nell’imporre agli animali delle sofferenze intrinseche all’uso di animali come proprietà. I riformisti del diciannovesimo secolo sostenevano che fosse preferibile che un proprietario di schiavi li frustasse quattro volte alla settimana, anzichè cinque volte. Gli abolizionisti sostenevano che tutti gli esseri umani hanno almeno il diritto di non essere la proprietà di un altro, che l’essere una proprietà significa che un umano non ha altro valore che quello accordatogli, in quanto schiavo, dal suo proprietario. La posizione abolizionista riteneva fosse sbagliato picchiare gli schiavi in quanto l’istituzione della schiavitù era di per sè eticamente ingiustificabile e non aveva importanza quanto si potesse renderla “umanitaria”. Mettere un’orchestrina lungo il percorso che conduce a delle camere a gas - come fecero i nazisti durante l’Olocausto - in qualche senso può rendere la situazione “umana”, ma non considera il punto cruciale, no?
Se gli animali sono eticamente rilevanti, allora dobbiamo abolire l’istituzione del possesso di animali. Dobbiamo smettere di creare e possedere animali domestici o di usare animali selvatici come strumenti per i nostri fini. La mia opinione è che dovremmo abolire la schiavitù animale e non cercare di riformare un’istituzione inerentemente immorale.
La seconda ragione del mio rifiuto del protezionismo è che, da un punto di vista pratico, non funziona. Nella maggior parte dei paesi occidentali, abbiamo varato leggi protezioniste ormai da ben oltre un secolo: hanno ottenuto poco nel ridurre la sofferenza degli animali e non hanno certamente portato ad una graduale abolizione di una qualsiasi pratica.
Recentemente, è stato riportato che Peter Singer definisce la disponibilità da parte della Mc Donald ad allargare di pochi centimetri le gabbie delle galline come il più significativo progresso in favore degli animali allevati avvenuto da quando venne pubblicata la prima edizione di Liberazione Animale. Dopo venticinque anni di riformismo protezionista, il massimo risultato che possiamo attribuirgli è una gabbia più grande per le ovaiole. Forse Peter lo trova eccitante. Io no. È una chiara indicazione di ciò che sto dicendo ormai da un decennio: il riformismo protezionista è inutile.
Il motivo per cui il protezionismo risulta fallimentare è l’argomento del mio libro del 1996 Rain Without Thunder: The Ideology of the Animal Rights Movement. In sintesi, la ragione ha a che fare con lo status di proprietà degli animali. Se gli animali sono una proprietà, allora non hanno un valore che va al di là di quello assegnato loro da chi li possiede. Il riformismo non funziona perchè cerca di costringere i loro proprietari a valutare diversamente ciò che possiedono e a sostenere delle spese per rispettare gli interessi degli animali. I nostri sistemi legali e politici sono basati su rigide concezioni dei diritti di proprietà. C’è quindi una riluttanza ad imporre ai proprietari i costi delle riforme, dal momento che questi costi diminuirebbero in maniera significativa il valore delle proprietà animali.
Questa teoria è davvero logica. Ma che dire del mettere in pratica le tue idee all’interno del movimento?
Prima di intraprendere una qualsiasi pratica, dev’esserci una teoria che plasmi l’azione. Un movimento che interviene nel sociale deve avere una teoria, se vuole intraprendere azioni. Sfortunatamente, attualmente il movimento è influenzato dalla posizione protezionista di Peter Singer. Secondo questa posizione, gli antispecisti dovrebbero supportare qualsiasi misura “riduca la sofferenza”. Questa teoria ha avuto conseguenze pratiche disastrose. Praticamente ogni cambiamento proposto, come fornire qualche centimetro in più alle galline ovaiole, o mangiare soltanto carne di vitello “biologica”, può essere presentato come una riduzione della sofferenza. La teoria di Singer permette a grandi organizzazioni protezioniste multimiliardarie di organizzare campagne moderate e di pretendere che tutti noi le appoggiamo, in quanto “ridurranno la sofferenza”. Accettando la teoria di Singer, diventa credibile che gli sfruttatori di animali possano rendere la vita degli animali il più orrenda possibile per poter “ridurre la sofferenza” e che, quindi, facciano delle piccole concessioni agli animalisti. È esattamente ciò che gli sfruttatori stanno facendo: i cosiddetti “miglioramenti” di McDonald’s sono un esempio perfetto del problema. E il “movimento” ci sta cascando perchè Singer ha dichiarato che questi insignificanti cambiamenti porteranno a “ridurre la sofferenza”.
Io sostengo che abbiamo bisogno di una nuova teoria che sostituisca quella che abbiamo oggi. Non è utopico. Riconosco che anche se adottassimo una teoria abolizionista, l’abolizione non avverrebbe immediatamente: il cambiamento sarebbe necessariamente progressivo. Ma la mia opinione è che l’obbiettivo esplicito deve essere l’abolizione e che l’abolizione deve dar forma al cambiamento progressivo.
D’altra parte, posso dire cos’è utopico: aspettarsi che le industrie che usano animali per ricavarne profitti possano auto-controllarsi. Come ho sottolineato più volte, le leggi a favore di una “macellazione umanitaria” sono difficili da applicare e le realtà economiche dell’industria della carne militano contro una coscienziosa auto-applicazione di questi standard. Inoltre, queste leggi aumenterebbero senz’altro la sofferenza globale, perchè fanno sentire con la coscienza a posto i consumatori riguardo al mangiare carne o a qualsiasi altro consumo regolamentato degli animali. è il Catch-22 del protezionismo animalista.
Esisteranno sempre protezionisti che proporranno catene più lunghe per gli schiavi, definendole un cambiamento progressivo. Nel libro Rain Without Thunder sostengo che la forma più importante di cambiamento progressivo è l’educare il pubblico riguardo alla necessità dell’abolizione. Non l’abbiamo ancora intrapresa, perchè il movimento americano è sempre stato imbarazzato dal rischio di essere percepito come “radicale”. Non vogliamo alienarci la simpatia delle tendenze prevalenti. Il problema è che le tendenze prevalenti sono corrotte, e dovremmo tenercene alla larga.
A quanti ritengono che gli abolizionisti non hanno campagne concrete da proporre nell’immediato, ho risposto spesso che è vero il contrario. Immagina cosa succederebbe se il movimento per gli animali internazionale si unisse per una campagna internazionale di promozione di una dieta strettamente vegetariana. Immagina cosa si otterrebbe se una parte significativa delle nostre risorse venisse canalizzata nel rendere la gente consapevole del motivo per cui non dovrebbe mangiare alcun prodotto animale.
Dopo cinque anni, non avremmo certo ottenuto il veganismo mondiale, ma probabilmente avremmo ridotto il consumo di prodotti animali molto più di quanto abbiano fatto le attuali campagne a favore del consumo di carne “biologica”. E cosa avremmo da perdere, seguendo un percorso di questo genere? Peter Singer sostiene che due centimetri di spazio in più nelle gabbie è quanto di meglio possa succedere, nell’arco di 25 anni, per gli animali allevati. Creare anche solo 100 nuovi vegan in 5 anni potrebbe “ridurre la sofferenza” molto di più. Quando cominceremo? Ovviamente, mi rendo conto che molte persone che ricoprono ruoli importanti non sono vegan. Di conseguenza, trovano difficile accettare che una dieta a base esclusivamente vegetale sia un assioma per un movimento per i diritti animali. Il veganismo, però, è l’argomento più importante per il movimento. Il veganismo è il principio abolizionista applicato nella propria vita individuale. Chiunque si definisca un sostenitore dei diritti animali e non sia vegan non può essere preso sul serio.
Questo non allontana molte persone armate di buone intenzioni?
Molti animalisti ritengono che sia “elitario” sostenere che esistano dei principi guida etici, come il veganismo. Ma è come dire che è “elitario” ritenere che il femminismo debba rifiutare lo stupro. Sostenere che si rispettano i diritti animali è semplicemente incongruente, se si continua a mangiare animali. Sembra che molti animalisti ritengano che il veganismo sia un optional e che ad insistere a favore del veganismo siano soltanto alcuni fanatici. Non sarebbe diverso sostenere, nel contesto dei diritti dell’infanzia, che coloro che condannano la pedofilia sono dei fanatici. Se un sostenitore dei diritti dei bambini non condanna la pedofilia, non è un sostenitore dei diritti dei bambini.
Ci sono altri ostacoli, rispetto al riportare il movimento alla realtà?
Secondo la teoria dei diritti animali, lo sfruttamento istituzionalizzato degli animali deve essere abolito, non solamente regolamentato. Ma i vari gruppi e istituzioni che si dedicano alla difesa degli animali sono consapevoli del fatto che la prospettiva abolizionista potrebbe offendere alcuni dei loro sostenitori economici. Per questo motivo, la posizione di molti gruppi è determinata esclusivamente dai soldi dei loro sostenitori.
E se non lavorano per abolire il possesso di animali, ci ritroviamo inevitabilmente con una piattaforma protezionista fallimentare?
Esattamente. E il protezionismo - sia come teoria etica che come principio legale - richiede in parte che si bilancino gli interessi umani contro quelli non umani per determinare se un determinato uso o trattamento degli animali sia “necessario”. Se l’interesse umano risulta superiore a quello non umano, l’uso o trattamento risulta “necessario” ed eticamente o legalmente giustificabile. Se l’interesse animale risulta superiore a quello umano, allora l’uso viene considerato “non necessario” ed eticamente e legalmente ingiustificabile.
Come illustro nel mio libro del 1995 Animals, Property, and the Law, il problema è che, siccome gli animali sono una proprietà, ciò che in realtà viene bilanciato è l’interesse dei proprietari contro quello della loro proprietà. E questo è assurdo. Non ha senso parlare di interessi di una proprietà il cui unico valore è quello che le viene accordato dai suoi proprietari. Questo è precisamente il motivo per cui, negli Stati Uniti, le leggi che si proponevano di regolamentare la schiavitù basata sulla razza fallirono completamente nel tentativo di proteggere gli interessi degli schiavi. Era semplicemente impossibile bilanciare gli interessi di uno schiavo con quelli del proprietario di schiavi. Lo schiavo era una parte della proprietà, un oggetto posseduto. Da un punto di vista logico, non possiamo bilanciare gli interessi dei non umani con i nostri, non più di quanto potremmo bilanciare i nostri interessi con quelli delle nostre automobili o dei nostri orologi.
Insegni legge. Cosa replichi a chi ritiene che le tue opinioni siano specifiche di chi è influenzato da una professione legale?
Non ho illusioni riguardo all’utilità del sistema legale. Casi di negligenza veterinaria, di maltrattamento e quelli che sono regolamentati dall’Animal Welfare Act [1] non sono significativi per quanto riguarda la riduzione delle sofferenze, oltre che assolutamente irrilevanti rispetto alla condizione di proprietà degli animali. Però, hanno creato un lavoro sicuro per gli avvocati. Anna Charlton - che per più di dieci anni ha insegnato insieme a me nei corsi di legge per i diritti animali tenuti alla Rutgers University - fa spesso notare che il sistema legale non si comporterà mai diversamente, rispetto agli animali, fino a quando non ci sarà un cambiamento significativo nel consenso sociale prevalente riguardo allo sfruttamento degli animali. Nella maggior parte dei casi, la legge riflette le convinzioni sociali: non le forma. Questo è particolarmente vero quando il comportamento in questione è profondamente radicato nella cultura, come lo è sicuramente il nostro sfruttamento degli animali. Fino a quando la maggior parte della gente troverà accettabile mangiare animali, usarli per esperimenti o usarli per intrattenimento, la legge difficilmente sarà uno strumento particolarmente utile per aiutare gli animali. Se, per esempio, lo Stato abolisse gli allevamenti intensivi, il costo della carne crescerebbe e probabilmente provocherebbe una rivolta! Ci sono alcuni avvocati, come quelli impegnati per l’Animal Legal Defense Fund, che promuovono la convinzione che la legge sarà l’avanguardia del cambiamento sociale riguardo agli animali. Ma queste persone vivono grazie alla professione legale e sarebbe improbabile che dicessero qualcosa di diverso, giusto?
Gli animali non umani continueranno ad essere sfruttati fino a quando non ci sarà una rivoluzione dello spirito umano, che non potrà avvenire senza che dei visionari cerchino di cambiare il paradigma costruito sulla violenza patriarcale e la sua tollerenza. Oggi, il lavoro degli avvocati animalisti non può essere la forza primaria del cambiamento all’interno del sistema. Come avvocati, siamo una parte del sistema, che esiste per proteggere gli interessi della proprietà privata. Una volta, William Kunstler - nonostante sia il più grande avvocato per i diritti civili del ventesimo secolo - mi ha detto che non dovrei mai pensare ad un avvocato come alla “star” dello spettacolo. Il nostro lavoro, come avvocati, consiste nel tenere gli attivisti lontani dai guai. Secondo me, un avvocato per i diritti animali utile significa essere: un giorno un avvocato penalista, impegnato ad aiutare gli attivisti che sono incriminati per azioni di disobbedienza civile; il giorno successivo un avocato civilista, che aiuta gli attivisti ad ottenere le autorizzazioni per le manifestazioni; il giorno successivo un avvocato costituzionalista, che aiuta gli studenti che non vogliono che la sperimentazione animale faccia parte dei loro studi, o che aiuta i carcerati che vogliono un vitto vegan. Ma l’avvocato serve sempre a proteggere l’attivista. È l’attivista che contribuisce a cambiare il paradigma. Senza dei clienti dediti alla causa, che riflettano un consenso sociale crescente, un avvocato è inutile. Per quanto ritenga necessaria una rivoluzione, lasciami chiarire un punto. Sono assolutamente ed inequivocabilmente contrario a qualsiasi genere di violenza rivolta sia contro gli umani che contro i non umani. Aderisco fermamente al principio della non violenza. La rivoluzione in cui spero parte dal cuore: cerco di spingere le persone - soprattutto gli altri uomini - a porsi domande sulla violenza e a rifiutarla. Mi interessa abbattere il patriarcato e l’idea che alcuni esseri - che siano bianchi, maschi ricchi o maschi bianchi, o gli umani in generale - abbiano un valore maggiore di altri esseri.
Che ne dici del lavoro svolto riguardo al tema della personalità delle scimmie? Può rappresentare un esempio di lavoro del movimento all’interno del sistema, che indirizza verso una società che prenda sul serio l’eguaglianza?
Ci sono almeno due gravi problemi, riguardo alla campagna per la personalità delle grandi scimmie. Primo: la campagna rafforza l’idea che alcuni animali siano meglio di altri in quanto più “simili a noi”. Significa che, anzichè mettere gli umani in cima alla piramide e tutti i non umani alla base, si “concede” ad alcuni animali “simili a noi” di salire qualche gradino verso la “nostra” condizione. Il che lascia la grande maggioranza degli “altri” animali ancora in fondo alla piramide, e senza neppure la speranza di spostarli “più su”, dato che non possiedono le caratteristiche simili a quelle umane che rendono “speciali” gli animali che vengono ammessi all’interno della categoria preferita. In altre parole, la campagna per la personalità delle scimmie rischia di sostituire una gerarchia ad un’altra, e a me interessa sradicare proprio la nozione di gerarchia.
Secondo: la campagna per la personalità delle grandi scimmie non è inconsistente dal punto di vista teorico, ma ha delle conseguenze pratiche tremende per gli animali. Adesso abbiamo una vera industria di etologi cognitivi, ispirati da Rane Godrai, che spingono affiinchè vengano condotti più esperimenti sulle scimmie, per scoprire fino a che punto diverse scimmie siano “come noi”. Recentemente, ho partecipato a una conferenza in cui diversi ricercatori parlavano dei diversi esperimenti che stanno attualmente conducendo e che dovrebbero essere fatti per determinare esattamente quanto le scimmie siano “come noi”. Quanto “come noi” devono essere, queste scimmie, per poter essere promosse in questa gerarchia? Penso che la campagna per la personalità delle scimmie abbia più a che fare con il garantire fondi ai ricercatori e ad alcuni avvocati per i “diritti delle scimmie” che con la liberazione animale. Anzichè insistere per la liberazione degli animali dai costrutti umani, gran parte dell’attenzione viene sviata concentrandola sull’idea, ad esempio, di Koko - il gorilla che partecipa alle chat su America Online. C’è un interesse senza precedenti da parte della gente che discute di studi del linguaggio intergenerazionale, o di qualche altra forma cognitiva. Quando è troppo, è troppo. Bisognerebbe concentrarsi sul rispetto per il loro ambiente nativo, non su spettacoli para-circensi di scimmie che sono state accuratamente addestrate per comportarsi come fossero umani. Il fatto che questo avvenga sotto apparenze scientifiche, rende il tutto meno circense? Il fatto che avvenga in un tribunale, grazie a una banda di avvocati, lo rende meno simile a un circo? Queste buffonate dimostrano di non cogliere la portata degli ultimi quattro secoli di maltrattamento grottesco subito dalle scimmie in ambienti creati dagli umani. Sappiamo già che altre scimmie conducono vite complesse e possiedono una porzione significativa di corredo genetico analoga alla nostra: perchè continuiamo a imporre loro test di comunicazione umana, di auto-riconoscimento umano e interazioni sociali umane?
Ma tu non hai contribuito al Progetto Grandi Scimmie?
Si. Nel 1993, ho scritto un saggio intitolato “Personalità, Proprietà e Competenza Legale ” che venne incluso nel Progetto Grandi Scimmie e sono stato uno dei primi firmatari della Dichiarazione dei Diritti delle Grandi Scimmie.
Sono stato il primo teorico legale a proporre una teoria della personalità legale per le grandi scimmie. Ma nel mio saggio del 1993 sono stato molto attento nel sottolineare che, sebbene le grandi scimmie siano molto simili agli umani, questa somiglianza è sufficiente per la loro personalità legale, ma non è necessaria. Intendo dire che ho sostenuto che l’unica caratteristica richiesta per la personalità è l’essere senzienti. Se un non-umano può provare dolore, abbiamo l’obbligo morale di non trattarlo esclusivamente come uno strumento per i nostri fini. Se questa creatura ha altri interessi, dobbiamo rispettare anche questi interessi, ma una teoria dei diritti non dovrebbe essere collegata a quest’ulteriore serie di interessi, che va al di là dell’essere senziente. In altre parole: il fatto che una mucca non abbia le medesime caratteristiche cognitive di uno scimpanzè non significa che sia giusto mangiare la mucca, così come il fatto che una mucca abbia molte caratteristiche diverse dai pesci non significa che sia giusto mangiare i pesci. È un punto centrale del mio ultimo libro, Introduction to Animal Rights: l’essere senzienti è l’unica caratteristica necessaria per avere il diritto di non essere trattati come una cosa o una proprietà. Jane Goodall attualmente sta spingendo le popolazioni dell’Africa a mangiare capre anzichè scimpanzè. Per quale motivo? Perchè gli scimpanzè sono più “simili a noi”, rispetto alle capre? Questo per me non ha senso e la posizione della Goodall è l’antitesi della filosofia dei diritti animali.
Quali sono le conseguenze di questo spostamento della focalizzazione - dall’essere senziente all’avere una conoscenza - per gli altri animali?
Ci si ritrova con degli animalisti che magnificano le doti di pappagalli con un dono per la matematica, cani da recupero intuitivi ed altri animali dai talenti impressionanti - in particolare, di quelli la cui intelligenza può essere utilizzata in qualche modo.
Quindi dobbiamo abolire l’impiego di cani guida per i ciechi?
Se si prendono sul serio i diritti animali, bisogna assumersi la responsabilità di smetterla di farne nascere per i nostri scopi. Dovremmo smettere di creare qualsiasi tipo di animale domestico per finalità umane.
In passato abbiamo discusso delle tue opinioni riguardo alla legge nota come “CHIMP Act”. Purtroppo, i tuoi avvertimenti non sono stati ascoltati. E - come avevi previsto - è stata approvata una legge che ribadisce, rinforzandola, la concezione delle scimmie non umane come delle proprietà. Cosa succederà, adesso?
Questa legge tremenda è stata difesa dalla Peta, dalla National Antivivisection Society, dall’American Antivivisection Society e da eminenti membri del direttivo della New England Antivivisection Society. Il loro supporto è stato un chiaro segnale, per i ricercatori, del fatto che potranno continuare nelle attività di ricerca biomedica e psicologica e che potranno farlo senza il disturbo - ma anzi con il supporto - di gruppi che in passato si sono schierati contro queste pratiche. Adesso vediamo che dei vivisettori possono avere dalla propria parte la Peta, i gruppi “antivivisezionisti” e Jane Goodall A cosa porterà, in futuro? È ragionevolmente certo che l’uso degli animali per esperimenti potrà procedere senza ricevere dure critiche da parte del movimento animalista; in realtà, il movimento animalista attualmente sta diminuendo la propria opposizione alla vivisezione.
Allora dovremmo svegliare il movimento in fretta. Hai notato che Peter Singer e la Peta non promuovono l’idea di abolire lo status di proprietà. Entrambi sembrano centrali, nella percezione pubblica dell’operato degli animalisti. Possono essere considerati responsabili per la posizione inefficace del movimento?
È ironico come Singer e la Peta abbiano sviscerato il movimento per i diritti animali statunitense. La presidente della Peta, Ingrid Newkirk, ci ha informati del fatto che Peter Singer è un intellettuale che analizza tutte le sfumature di un argomento. Lo ha detto per difendere un saggio di Singer intitolato Heavy Petting [2], in cui Singer ha detto qualcosa di positivo rispetto all’idea di fare sesso con dei vitelli - sesso con mucche bambine. Cito: “Hanno peni e vagine, come li abbiamo noi, e il fatto che la vagina di una mucca può essere sessualmente soddisfacente per un uomo mostra quanto questi organi siano simili”. Ora, a volte posso apprezzare una sfumatura interessante, ma davanti alle mucche bambine mi fermo.
E poi c’è la Peta, che porta modelle di Playboy a Capitol Hill, per solleticare l’attenzione dei legislatori. La Peta trivializza l’attivismo nello stesso modo in cui Peter Singer trivializza la teoria dei diritti animali. Insieme, queste persone sono riuscite a trasformare un’idea seria in uno spettacolo per guardoni. Penso che alcuni di questi leader abbiano bisogno di prendersi un periodo di vacanza per imparare come rispettare la personalità umana, prima di continuare le loro campagne. Anzichè pensare alle sfumature intellettuali, la Peta dovrebbe piuttosto prestare attenzione al fatto piuttosto ovvio che collegare i diritti degli animali alla filosofia di Playboy veicola un messaggio che disturba profondamente. Se i diritti animali possono offrire spazio alla pornografia, che genere di movimento animalista abbiamo di fronte? Alcuni critici hanno sostenuto che il movimento per i diritti animali è corroso dai comportamenti di persone a cui non piacciono gli altri esseri umani. È venuto il momento di considerare seriamente questa critica. Fondamentalmente, non c’è differenza tra l’idea di trattare con rispetto gli altri esseri umani e quella di trattare con rispetto gli altri animali. Le nostre campagne devono pensare in termini olistici.
Vorrei invitare chi difende i diritti animali a comprendere un principio fondamentale: un cambiamento radicale - un cambiamento che parta veramente dalle radici - non può essere imposto da grandi industrie o da associazioni animaliste che le corteggino. E state attenti anche agli “esperti”. Quando identifichiamo una determinata persona o un determinato gruppo, anzichè una determinata idea, come il focus centrale del movimento, diamo a questa persona una grande autorità, che poi può danneggiare seriamente il movimento. Un esempio di questo fenomeno è appunto Peter Singer. Gli animalisti hanno permesso - anche incoraggiato e facilitato - il suo presentarsi come portavoce universale per i “diritti animali”. Chiunque abbia letto Liberazione Animale con attenzione sa che Peter Singer non propone dei diritti per gli animali o per gli umani. Ha consistentemente sostenuto che è eticamente accettabile mangiare animali ed usarli in altri modi (purchè si rispetti il loro interesse a non soffrire). Ritiene accettabile, in determinate circostanze, anche l’uccisione di neonati umani disabili e l’uso di umani come soggetti non consenzienti per la ricerca biomedica. Recentemente, Peter Singer ha giustificato alcuni rapporti sessuali tra umani e non umani. Il movimento ha reso Singer una specie di divinità. Non essere d’accordo con le opinioni di Singer viene interpretato da molti come un atto di slealtà contro la causa dei diritti animali. Il risultato è che il movimento oggi è cavalcato da un rappresentante che elogia McDonald’s, che ritiene che gli umani le cui vite vengono considerate di minor valore possano essere sacrificati a nostro vantaggio e che definisce “mutualmente soddisfacenti” le relazioni sessuali che possono intercorrere tra animali umani e non umani.
Riguardo all’atteggiamento degli umani verso gli altri animali, hai parlato di “schizofrenia etica”. A cosa ti riferisci?
Molti di noi vivono con cani e gatti, o con altri animali, e li trattano come membri della famiglia. Eppure, a cena infilzano le forchette nei corpi di altri animali, che non sono diversi da quelli che considerano membri della famiglia. Se ci pensi, è un comportamento strano. A livello sociale, praticamente chiunque converrebbe che è immorale infliggere sofferenze agli animali, il che significa che, qualsiasi significato si dia ai termini, non può essere giusto imporre loro delle sofferenze per il divertimento, il piacere o la convenienza degli umani. Dopotutto, una regola che dice che è sbagliato causare sofferenze agli animali a meno che non lo troviamo piacevole e divertente, sembrerebbe stupida. Eppure, il 99 percento del nostro uso degli animali non può essere giustificato da nessun’altra ragione se non il divertimento e la convenienza degli umani. Siamo nel 2002. Nessuno ritiene che abbiamo bisogno di mangiare carne per poter vivere in salute. Un numero crescente di nutrizionisti avverte che il consumo di carne e latticini è dannoso per la salute umana. E la zootecnia è un disastro ecologico: ci vogliono mediamente 6 chili di proteine vegetali per produrne uno di proteine animali e ci vuole circa 100 volte più acqua per produrre un chilo di carne che un chilo di frumento. La nostra miglior giustificazione per mangiare carne è che troviamo abbia un buon sapore. La nostra miglior giustificazione per circhi, rodei, zoo, caccia, eccetera è che ci divertono. Insomma, la cultura occidentale sostiene di prendere seriamente in considerazione gli interessi degli animali, e tutti noi riteniamo di evitare sofferenze non necessarie; eppure, causiamo sofferenze e morte per gli animali in situazioni che non possono in alcun modo essere descritte come causate da necessità. È quello che definisco “schizofrenia etica”.
Durante gli anni, le tue opinioni riguardo alla teoria o all’attivismo sono cambiate?
Ho cambiato le mie opinioni, si. Ho cominciato difendendo l’approccio protezionista. Vale a dire che, quando cominciai ad interessarmi di questi argomenti, credevo che avremmo dovuto perseguire dei miglioramenti delle condizioni in cui vivono gli animali. Pensavo che l’enfasi sulle loro condizioni avrebbe portato all’abolizione delle industrie che li usano. Nel corso degli anni, mi è divenuto estremamente chiaro che il protezionismo porta soltanto a più protezionismo. Se stessimo protestando contro la costruzione di un campo di concentramento, sarebbe appropriato chiedere di apportare delle migliorie al campo? No, perchè a qualche livello questo veicolerebbe il messaggio che l’esistenza del campo non sia un problema. L’unica cosa appropriata da fare, in tali circostanze, è sbarazzarsi del campo, perchè il problema fondamentale è l’idea del campo. Il punto non è come siano portate avanti le sue attività, ma proprio la sua esistenza.
Molti protezionisti ritengono che le tue opinioni creino divisioni all’interno del movimento. Come rispondi?
Non essere d’accordo non significa “creare divisioni”. Io dissento dai protezionisti. Considero il protezionismo inefficace e controproducente. Penso che l’evidenza empirica dimostri chiarissimamente che il protezionismo non funziona. Nonostante tutte le campagne protezioniste dell’ultimo secolo, stiamo usando più animali oggi, e in maniere più orrende, che in qualsiasi altro periodo della storia umana. Ma c’è un punto più importante: nel movimento animalista americano, non esiste una tradizione di dibattito. Se uno dei grandi gruppi annuncia una campagna, si suppone che tutti si aggreghino, o verranno definiti come dei “traditori”. Peter Singer e Ingrid Newkirk hanno recentemente sostenuto che avrei attaccato le loro posizioni , ma che siamo comunque tutti “dalla stessa parte”. Se c’è una cosa di cui sono certo, è che io non sono “dalla stessa parte” di Peter e Ingrid. Le nostre opinioni sono profondamente diverse. I nostri obbiettivi sono profondamente diversi. Abbiamo bisogno di più dibattito nel movimento, non di meno dibattito. E non dobbiamo aver paura di essere accusati di “creare divisioni”, che è un’etichetta usata da coloro che non hanno nulla di sostanziale da dire in risposta a critiche e osservazioni legittime.
Alcuni direbbero che la tua teoria dei diritti animali è un approccio “o tutto o niente”, e che non è giusto non cercare miglioramenti protezionistici per gli animali che vivono e soffrono oggi. Dato che ci vorrà molto tempo prima che i diritti animali vengano riconosciuti, esiste un qualsiasi modo in cui possiamo aiutare gli animali che stanno soffrendo oggi?
Diventa vegan e dedica almeno un’ora al giorno ad informare la tua famiglia, i tuoi amici, vicini e chiunque altro ti dia ascolto riguardo alle argomentazioni etiche ed ecologiche a favore del veganismo. Posso garantirti che alla fine dell’anno, per favorire un cambiamento abolizionista, avrai fatto di più di quanto potresti fare dedicando il tuo tempo a chiedere gabbie più larghe per le galline ovaiole, o lavorando per ottenere mattatoi più “umani”. Se vuoi partecipare a delle campagne legislative, dedicati a quelle abolizioniste e non a quelle riformiste. Nel libro Rain Without Thunder, discuto i criteri in base ai quali distinguere una campagna abolizionista. Ma non sottolineerò mai abbastanza come il passo più importante sia diventare vegan e contribuire ai programmi di informazione sul veganismo. Le campagne protezioniste possono farci sentire meglio, ma non ottengono alcuna riduzione della sofferenza degli animali.
Cosa pensi dei nuovi burger vegetariani di Burger King?
Innanzitutto, il “veggie burger” non è affatto “veggie”. Il panino viene cucinato sulla stessa griglia in cui vengono cotti i prodotti a base di carne e il pane con cui è fatto contiene prodotti caseari. Ma anche se il “veggie burger” fosse vegan, ritengo che gli animalisti non dovrebbero impegnarsi a promuovere aziende come Burger King o McDonald’s. Non sto suggerendo di restare ai margini a blaterare continuamente di diritti animali. Come già detto, offro il massimo supporto alle campagne per il veganismo. In ogni caso, invito gli attivisti a considerare con attenzione come condurre queste campagne. Esistono modi migliori di promuovere una dieta vegan, rispetto al pubblicizzare una grande corporazione multinazionale del fast food, che sfrutta gli animali e l’ambiente a così tanti livelli. Dovremmo promuovere ristoranti e negozi vegan; non dovremmo incoraggiare la gente a mangiare da Burger King. Il fatto che Burger King venda un “burger vegetariano” (che non è nemmeno vegan) non è diverso dal fatto che Burger King venda delle insalate. Dovremmo tutti precipitarci da Burger King perchè vende insalate? Ovviamente no. Ho notato che recentemente la stampa ha cominciato a descrivere Burger King e McDonald’s come alleati del movimento per i diritti animali. Per quanto mi riguarda, corporazioni come queste non sono alleati su alcun movimento per cui abbia interesse.
È un ottimo consiglio. Ne hai altri?
Recentemente, alcuni animalisti mi hanno chiesto di scrivere una serie di principi che potrebbero essere usati per sintetizzare quelle che considero le fondamenta etiche del movimento per i diritti animali. Mi fa piacere poterli condividere con i vostri lettori.
1. La teoria dei diritti animali sostiene che tutti gli esseri senzienti, sia umani che non umani, possiedono un diritto: il diritto fondamentale di non essere trattati come fossero una proprietà altrui.
2. Dal riconoscimento di questo diritto fondamentale consegue che dovremmo abolire, anzichè regolamentare, lo sfruttamento istituzionalizzato degli animali - perchè il suo presupposto è che gli animali siano una proprietà degli umani.
3. Così come rifiutiamo il razzismo, il sessismo, la discriminazione basata sull’età e l’omofobia, rifiutiamo lo specismo. La specie di un essere senziente non è una ragione per rifiutare la tutela del suo diritto fondamentale - così come razza, genere sessuale, età o orientamento sessuale non sono una ragione per rifiutare ad altri umani l’appartenenza alla comunità umana.
4. Siamo consapevoli di non poter abolire di punto in bianco la condizione di proprietà dei non umani, ma supporteremo soltanto quelle campagne e teorie che promuovano esplicitamente un’agenda abolizionista. Non supporteremo posizioni che richiedano supposti “miglioramenti” nella regolamentazione dello sfruttamento degli animali. Rifiutiamo qualsiasi campagna che promuova il sessismo, il razzismo, l’omofobia o altre forme di discriminazione contro gli umani.
5. Riteniamo che il più importante passo che ciascuno di noi possa fare per contribuire all’abolizione sia l’adozione di uno stile di vita vegan e l’informare gli altri riguardo al veganismo. Il veganismo è il principio dell’abolizione applicato nella nostra vita quotidiana e il consumo di carne, pesce o latticini, come l’indossare o usare prodotti animali, è inconsistente con una prospettiva abolizionista.
6. Riteniamo che il principio della non violenza sia un principio guida del movimento per i diritti animali.
Leggi anche:
- Un diritto per tutti
- Diritti animali: l’approccio abolizionista
Note:
1. Il corrispettivo americano della legge “contro i maltrattamenti” italiana (NdT).
2. In inglese, questo titolo è un gioco di parole tra “petting” inteso come preliminari sessuali e “petting” inteso come possesso di animali domestici (NdT).








































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