29th ago 2008
Il pesce, dal mare alla nostra tavola
La vita di un pesce sfruttato per l’alimentazione umana
di AlanAdler
ultimo aggiornamento: 16 novembre 2008
“Una volta arpionai una cernia in tana, ma questa non voleva saperne di venire fuori. Dopo una serie di immersioni ho introdotto il braccio nella grotta per cercare di trascinarla fuori. Toccandola, ho sentito il suo cuore che batteva. È come se improvvisamente mi fossi reso conto di qualcosa. I pesci non gridano, non ci fanno impressione, appartengono ad un mondo diverso dal nostro. Lo consideriamo un mondo non nostro e gli abitanti estranei. Eppure quando sparavo ai saraghi, questi si dibattevano. Dovremmo imparare a parlare dei pesci come entità viventi. Se potessimo sentire il loro grido di dolore, sono convinto che smetteremmo di mangiarli.”
Enzo Maiorca
Il pesce come animale
Anche se sembrano molto diversi da noi, i pesci in realtà sono animali comunicativi e sensibili. Senza conoscere a fondo la loro vita, tuttavia, è facile lasciarsi sfuggire la complessità di questi animali acquatici.
Jacques Cousteau una volta ha chiamato gli oceani “il mondo silenzioso”, e per lungo tempo la scienza è stata d’accordo con lui. Ma quando un ricercatore del Marine Biological Laboratory di Woods Hole, Massachusetts, ha portato con sé durante un’immersione un microfono appositamente modificato, è stato “travolto dai suoni”. È riuscito a sentire, per esempio, cernie abbaiare allo scorgere di un predatore, ciclidi emettere versi simili a grugniti durante l’accoppiamento o pesci hamlet emettere persino gridolini durante l’orgasmo. Ma i pesci usano anche altre forme di comunicazioni più sofisticate, come i pesci “elettrici” dell’Africa o del Sud America, che trasmettono segnali elettrici. Anche per ciò che riguarda le loro capacità mentali, questi animali sembrano essere molto sottovalutati. Alcuni pesci, come il polpo, sono particolarmente intelligenti e capaci di compiere attività elaborate. Pesci “addestrati” da studiosi in laboratorio hanno imparato a spingere una leva - e solo a determinati orari - per ottenere cibo.
Come noi, i pesci sono animali dotati di un cuore pulsante che pompa sangue, e come noi, presentano un cervello. Anche i pesci dormono, ma il loro sonno può essere di due tipi diversi. Si ha il riposo vigile, che corrisponde a una specie di veglia dove il cervello viene fatto riposare ma i sensi sono attivi, e il sonno vero e proprio, inteso come sospensione completa di ogni attività.
Gli animali marini hanno anche una percezione del mondo simile alla nostra. L’udito viene percepito mediante la vescica natatoria. Hanno papille gustative nella gola, così come nel naso e nelle labbra. Sono dotati di narici, che non hanno funzione respiratoria ma strettamente olfattiva. La vista è un senso che i pesci hanno sviluppato in modi diversi. La maggior parte di essi presenta gli occhi ciascuno su un lato: ciò consente loro di avere un campo visivo di quasi 360° e una visione monoculare (ognuno dei due occhi mette a fuoco indipendentemente dall’altro), non ad alta definizione ma che permette di controllare l’eventuale avvicinarsi di un pericolo. Altri tipi di pesci presentano invece occhi ravvicinati e visione binoculare, con un campo visivo ad alta definizione davanti alla loro testa, adatto ad avvicinarsi alle prede. I pesci usano la bocca più o meno come noi usiamo le dita, per afferrare ed esplorare gli oggetti, per raccogliere cibo, costruire rifugi e prendersi cura dei cuccioli (quando avvertono un pericolo vicino, alcuni pesci aprono la bocca per permettere ai piccoli di nascondersi all’interno). Di fatto, la bocca dei pesci è così sensibile agli stimoli, che il dolore che provano quando un amo vi penetra deve essere un dolore terribilmente acuto. Oltre ai sensi tipicamente umani, i pesci sono infine dotati di “radar” sulla schiena, che registrano vibrazioni e campi elettrici.
Il pesce come cibo
Attualmente i pesci rappresentano gli animali dell’industria alimentare meno considerati dall’opinione pubblica e certamente i più numerosi: solo sulle tavole italiane vi finiscono centinaia di milioni di pesci ogni anno. Data l’enormità del massacro, non possono essere quantificati in numero di individui uccisi. Il loro valore commerciale è espresso in chili, non in individui. Sempre considerando solo l’Italia, si parla di qualche centinaio di migliaia di tonnellate di “pesce” consumate ogni anno. Per l’uccisione di questi animali non esiste alcuna tutela né alcuna normativa regolamentare. Non vi è nessuna forma di stordimento, come previsto per gli altri animali allevati per l’alimentazione.
La pesca commerciale
Oggigiorno l’industria commerciale del pesce utilizza enormi pescherecci industriali dalle dimensioni più grandi di un campo da calcio e impiega sofisticati strumenti elettronici e comunicazioni via satellite per localizzare i banchi di pesce. Le società più grandi fanno uso addirittura di aerei ed elicotteri.
Nella pesca a strascico, reti enormi, a volte estese per miglia, si dipanano nell’oceano. I pescherecci trainano queste immense reti nell’acqua, ammassandovi al loro interno ogni forma di vita marina che incontrano sulla loro strada, senza distinzione. In alcuni casi di pesca a strascico dei gamberi, il tasso di catture accidentali raggiunge anche il 90 per cento del pescato. Ma il problema delle catture accidentali non riguarda solo la
pesca a strascico, purtroppo. Per ogni diversa tecnica di pesca, diverse specie animali finiscono catturate accidentalmente. Così, oltre al “pesce commerciale”, finiscono vittime della pesca anche delfini, squali, balene, tartarughe, uccelli marini e molti altri animali. Si stima che quasi 100 milioni di squali e di razze vengano ogni anno catturati accidentalmente. La pesca del tonno è ancora responsabile della morte di molti squali, mentre trecentomila cetacei - balene, delfini e altre specie - ogni anno rimangono intrappolati nelle reti e muoiono non riuscendosi a liberare. Gli uccelli marini sono attratti dalle esche che in alcuni tipi di pesca vengono poste in superficie: le mangiano, ingoiano gli ami, e vengono trascinati sott’acqua, annegando. Circa centomila esemplari di albatros ogni anno muoiono in questo modo. Oltre alle specie non bersaglio, il fenomeno delle catture accidentali riguarda anche esemplari di specie bersaglio che però non hanno valore commerciale in quanto troppo piccoli. È difficile avere una chiara idea del fenomeno, ma si stima che una quantità tra i 6,8 e i 27 milioni di tonnellate di pesce viene scartata ogni anno. Chi mangia pesce dovrebbe assumersi la responsabilità della morte di delfini, squali, balene, tartarughe, uccelli marini e di altri milioni di animali, morti ugualmente anche se non presenti nel proprio piatto.
Ma ovviamente, la maggior parte degli animali vittime della pesca sono i pesci consumati dalla popolazione. Nelle enormi reti a strascico, i pesci intrappolati, per ore, vengono schiacciati e sbattuti l’un l’altro insieme a rocce e detriti oceanici finiti nella rete. Molti pesci muoiono per via delle gravi ed estese lacerazioni che si procurano all’interno delle reti. In altri casi muoiono schiacciati o, nel tentativo di liberarsi, si divincolano in maniera così violenta fino all’avvelenamento o alla paralisi per l’eccessivo rilascio di acido lattico. Quando vengono issati dalle profondità marine, i pesci subiscono una dolorosa decompressione: spesso l’elevata pressione interna spacca la vescica natatoria, causa la fuoriuscita dei bulbi oculari e spinge l’esofago e lo stomaco fuori dalla bocca.
Una volta issate le reti, i pesci più piccoli sono normalmente gettati su letti di ghiaccio tritato, mentre i pesci più grandi, come il merluzzo e i tonni, vengono colpiti con corti bastoni acuminati e gettati direttamente sul piano della nave. Successivamente la gola e il ventre dei pesci vengono aperti. Nel frattempo il pesce di scarto - vivo o morto - viene scagliato fuori bordo spesso per mezzo di forconi.
L’acquacoltura
Oltre ai pesci pescati in mare, si va diffondendo sempre di più l’acquacoltura, ovvero l’allevamento intensivo di pesci, molluschi e crostacei in ambienti controllati. Nell’Unione Europea i principali prodotti dell’acquacoltura sono trote, salmoni, spigole, orate, cozze, ostriche e vongole. L’acquacoltura è diventata oggi un’industria che muove enormi affari. In Italia il pesce d’allevamento incide per il 38 per cento sul mercato ittico, con 250 milioni di euro di fatturato solo nel 2003, evidenziando così una rapida crescita negli ultimi anni. Sono un migliaio, nel nostro paese, gli impianti attivi nel settore dell’acquacoltura, con circa 167 mila tonnellate di pesce allevato in un anno (oltre l’80 per cento sono trote, seguono poi spigole, orate e anguille). In soli cinque anni - dal 2000 al 2005 - la produzione mondiale di acquacoltura, secondo la FAO, è passata da 35,5 a 47,8 milioni di tonnellate, con un incremento del 34,65%. Il National Fisheries Institute (Istituto nazionale delle industrie della pesca statunitense) definisce l’acquacoltura come “uno dei settori dell’industria della produzione di cibo con la più rapida crescita a livello mondiale”.
Molti degli aspetti e delle metodologie note degli allevamenti intensivi degli altri animali si ritrovano anche in queste strutture. I pesci vengono allevati dallo stadio larvale fino alla fase finale con metodi artificiali in condizioni intensive in ogni fase. L’allevamento avviene in vasche al chiuso con illuminazione artificiale (allevamento “a terra”) oppure in gabbie posizionate in mare. I pesci vengono nutriti con alimenti artificiali che consentono un rapido ingrassamento dell’animale: sottoprodotti del macello, residui dell’industria dello scatolame, sottoprodotti della lavorazione del pesce e mangimi secchi contenenti farine animali, integratori, antiossidanti. I mangimi possono contenere anche diossina, purchè non superino determinati limiti (come imposto dalla Direttiva 2001/102/CE).
Per dimostrarsi redditizie, le “acquafattorie” devono allevare un numero elevatissimo di animali in spazi ristretti. A tutt’oggi, il limite massimo di densità in allevamento non è disciplinato da nessuna legge. Gli animali si trovano pertanto imprigionati in queste vasche schiacciati uno contro l’altro, senza possibilità di nuotare - o, nel caso dei crostacei, di spostarsi - in maniera adeguata. In questa situazione i pesci subiscono danni alla testa e alle pinne sbattendo ripetutamente tra di loro o contro la vasca. A causa dell’elevata densità, molti pesci mostrano segni evidenti di intenso stress, come, ad esempio, il saltare continuamente fuori dall’acqua.

In queste condizioni di vita, gli animali, fortemente stressati, risultano facili prede di malattie epidemiche. Di conseguenza, per mantenere sotto controllo la proliferazione dei parassiti, le infezioni di epidermide e branchie e altre malattie tipiche dei pesci di allevamento, oltre ai vaccini, i tecnici delle “acquafattorie” pompano massicce dosi di antibiotici e antiparassitari direttamente nell’acqua delle vasche. Con l’uso di altri particolari farmaci, ormoni e tecniche di ingegneria genetica, viene accelerata la crescita e modificato il comportamento riproduttivo degli esemplari.
Come nella pesca commerciale, anche in questo caso nessuna legge tutela il “benessere” degli animali al momento dell’uccisione. I pesci vengono spesso privati del cibo negli ultimi giorni che precedono la macellazione, allo scopo di ridurre la contaminazione dell’acqua durante il trasporto. Alcuni pesci vengono uccisi
tagliando le loro arcate branchiali e lasciandoli sanguinare fino alla morte, in preda a convulsioni e altri evidenti segni di sofferenza. Le anguille vengono uccise recidendo loro il collo, oppure con l’immersione nel sale asciutto, che penetra nel loro corpo disseccandolo e provocando una lenta agonia. Le trote vengono invece congelate vive e la morte sopraggiunge solo dopo circa quindici minuti. In altri casi gli animali vengono uccisi semplicemente prosciugando l’acqua dalla vasca, mandandoli incontro ad un lento soffocamento.
L’acquacoltura è inoltre causa di sofferenza e morte per altri animali. Gli uccelli che si nutrono di pesci, come i gabbiani, sono attirati verso gli specchi d’acqua di queste “acquafattorie”, che rappresentano per loro una invitante fonte di cibo. Piuttosto che utilizzare misure incruente per mantenere gli uccelli lontano dai pesci, come ad esempio coprire le gabbie con delle reti, molti pescicoltori più semplicemente decidono di uccidere gli uccelli, gettandoli poi in estese fosse comuni. Inoltre, i rifiuti di queste “acquafattorie” vengono scaricate nei mari insieme alle sostanze chimiche utilizzate nelle vasche, provocando una pericolosa alterazione dell’ecosistema marino. Si tratta di sostanze altamente nocive per le altre forme di vita marina, come il Dichlorvos, un trattamento per eliminare i pidocchi di mare estremamente tossico e in grado di provocare l’infarto nei salmoni.
Riccardo B.
Leggi anche:
- Il maiale, dal prato alla nostra tavola
- Mucche, vitelli e vitelloni, dal prato alla nostra tavola
- Il pollo, dal prato alla nostra tavola
- Oche a anatre, dal lago alla nostra tavola
Principali fonti consultate:
- Confagricoltura, La filiera dell’acquacoltura
- Greenpeace, Catture accidentali
- Saicosamangi.info, I pesci: la loro vita e la loro morte nel mare e negli allevamenti (da FishingHurts.com)








































Ciao Riccardo.
Avrei voluto commentere da un po’ di tempo questo articolo ma…non ce l’ho fatta a resistere.
La fuoriuscita dei bulbi oculari e l’esofago e lo stomaco fuori dalla bocca …questa scena mi ha terrorizzata fin da bambina. Dicevo a mia madre, guarda: i pesci hanno avuto paura, sapevano di dover morire.
Ora ho la conferma che i pesci provano dolore e paura. E gridano anche…
Chissà perchè l’uomo non si rende conto della gravità della cosa…o forse si, ma poco importa.
Che tristezza!
Forse non mi crederai ma io sto male veramente
ciao Rosa
già, i pesci sono i più deboli tra i più deboli. Eppure nessuno è interessato a loro. Molti sono contrari alla caccia, ma poi non hanno niente in contrario a vedere gente pescare. Non ti dico quello che mi tocca vedere qui dove abito, dove ci sono ben due porti. Tra canne da pesca, pescherecci, sagre a base di pesci, allevamenti, pescherie, ristoranti di pesce, negozi di attrezzatura da pesca ecc qui è un vero massacro. La cosa più triste sono però certamente i bambini che pescano insieme ai padri, come fosse qualcosa di bello ed emozionante.
Ciao Riccardo
praticamente viviamo la stessa esperienza.
Abito in un paese della Sicilia, dove ci sono due porti ( di cui uno grandissimo che ospita un mercato ittico) Ogni estate vengono turisti da ogni parte del mondo per partecipare alla pesca, alle varie sagre (della bottarga, del tonno, del polpo, del pescespada) e per assaggiare i vari piatti a base di (ogni genere) di pesce ( ci manca solo il gelato o la granita di pesce, dato che anche nel patè di pomodorino, da qualche anno hanno aggiunto le acciughe ) Inoltre c’è pure una tonnara che vorrebbero restaurare così i turisti desiderosi di sangue, li facciamo assistere alla mattanza.
Io da buon topolino continuo a rosicchiare, nella speranza che non spezzino i denti pure a me e a quelli come me, altrimenti…Amen
P.S. Domanda : posso pubblicare qualche tuo articolo, sul mio blog ? ( citando ovviamente l’autore)
Ah…dimenticavo che abbiamo pure un impianto di acquacoltura ( spigole ed orate) e per realizzare questo schifo hanno rovinato una spiaggia bellissima
Ciao e grazie per la pazienza
Allora anche tu puoi deliziare il tuo odorato con il dolce profumo dei pesci in putrefazione quando passeggi per il porto…che belle sensazioni indimenticabili :) . Ora qui stanno facendo dei lavori per aggiungere altri moli, giustamente sono preoccupati che rimanga qualche pesce in mare e si devono dare da fare e lavorare sodo. Nel frattempo i gabbiani prendono gli ultimi pesci che gli abbiamo lasciati tra le acque dall’odore di benzina e olio di motori.
> posso pubblicare qualche tuo articolo, sul mio blog ?
certo, non può farmi che piacere! Per gli ultimi articoli che ho scritto sugli allevamenti intensivi (i 7 articoli collegati) è meglio però se aspetti che li riveda. Per ora ho rivisto solo quello del maiale, ora sto rivedendo quello dei bovini, ciao!
Mamma mia dove finiremo di questo passo?
Credo però che questa silenzioza agonia,che questa vita rubata non possa che danneggiare chi di essa andrà a cibarsi?In molti ne parlano ed in moltissimi ne soffriamo…e poi…siamo sempre troppo pochi ma la peggior cosa è che non vedo una via di uscita.Ho letto da Voi che il cibarsi di carne e pesce (di ogni specie)ha subito un incremento pauroso ma credo di paripasso sia scomparsa la gioia del vivere..Andrea da Missaglia